Luganese

Molino-Municipio di Lugano: un anno di braccio di ferro

Dopo anni di incomunicabilità, gli episodi di scontro sono iniziati nell’autunno 2020, passando dallo zenit della demolizione, fino agli ultimi sviluppi

Un lungo muro contro muro
(Ti-Press)
29 dicembre 2021
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Dura ormai da più di un anno il braccio di ferro fra Municipio di Lugano e autonomi. Quest’ultimi storceranno probabilmente il naso, avendo smentito il coinvolgimento nell’episodio, ma di fatto le attenzioni di politica, mass media e opinione pubblica sull’autogestione risalgono alla manifestazione indetta nell’autunno del 2020 in piazza Molino Nuovo sfociata in una testata data a una giornalista. Certo, i problemi c’erano già prima: era da circa un lustro che la comunicazione fra le parti si era praticamente interrotta e accuse incrociate e manifestazioni si ripetevano con regolarità. Tuttavia, complice una campagna elettorale interminabile e particolarmente aspra, è da ottobre 2020 che i toni si alzano pericolosamente.

A marzo la goccia che ha fatto traboccare il vaso

Per arrivare a parlare apertamente di sgombero bisognerà aspettare il marzo di quest’anno. L’8 viene organizzata un’altra manifestazione non autorizzata, stavolta alla Stazione Ffs, che degenera in scontri con la polizia: lanci di sassi e bottiglie contro agenti già arrivati in loco in tenuta antisommossa. «È la goccia che ha fatto traboccare il vaso», per gli allora sindaco e vice Marco Borradori e Michele Bertini. Un’occasione, a poco più di un mese dalle elezioni, per il Municipio per risolvere quello che considera a tutti gli effetti un problema: dieci giorni dopo i tafferugli viene notificata la disdetta alla convenzione sottoscritta nel 2002 fra Municipio, Consiglio Stato e, in rappresentanza degli autonomi, associazione Alba. Agli occupanti dell’ex Macello le autorità concedono venti giorni per lasciare lo stabile. L’esecutivo, nonostante l’intimazione, assicura di restare aperto al dialogo per trovare una soluzione alternativa. Dialogo però mai instaurato, tanto che le due diffide recapitate a cavallo delle elezioni, non sortiscono effetti.

Il weekend di fuoco

In piena procedura di sfratto, gli ultimi due arrivati a Palazzo civico tentano la carta del dialogo: Karin Valenzano Rossi, diventata capodicastero Sicurezza, e Filippo Lombardi si recano all’ex Macello parlando con alcuni autogestiti. Incontro che avviene pochi giorni prima del tumultuoso weekend del 29 e 30 maggio. Sabato pomeriggio una manifestazione –pacifica – viene seguita dall’occupazione – evidentemente illegale, ma simbolica spiegheranno poi gli autori – dell’ex istituto Vanoni. Vengono attuati lo sgombero dell’ex Macello e la demolizione parziale della struttura. Le ruspe intervengono nel cuore della notte: una sorpresa per tutti. Il caso crea una forte frattura. Il finesettimana successivo una nuova manifestazione mobilita oltre 2’000 persone, la maggior parte delle quali non sono autogestiti. Il Municipio intanto, dopo una prima, e poco chiara, difesa dell’operato si chiude dietro il silenzio stampa. A causa di una denuncia penale contro ignoti presentata dai Verdi, del tema non può infatti parlare. Ma le domande sono molteplici e le testate giornalistiche ricostruiscono, faticosamente e gradualmente, parti del puzzle.

Fratture e polemiche

Lo storico episodio crea una frattura anche all’interno dell’esecutivo: Roberto Badaracco (Plr) e Cristina Zanini Barzaghi (Ps) si smarcano dalla decisione e, a differenza dei cinque colleghi, non sono chiamati il 22 giugno dal procuratore generale Andrea Pagani a deporre in quanto persone informate sui fatti. La capodicastero Valenzano Rossi sarà interpellata dal titolare dell’inchiesta anche altre due volte, l’ultima delle quali in qualità di imputata. I dubbi riguardano soprattutto la procedura edilizia – la licenza per demolire non c’era – e la presenza di amianto. Il 2 luglio si saprà poi che questo era effettivamente presente tra le macerie, anche se non in misura sufficiente per minacciare la salute degli abitanti del quartiere: un sollievo. Il tempo passa, ma le polemiche non si spengono. Ad alimentarle contribuiscono anche scelte poco assennate del Municipio, come quella di far tenere l’allocuzione del 1° agosto proprio alla neomunicipale, sebbene fosse stata annunciata una protesta con fischi. Questa, e il discorso di Valenzano Rossi con numerosi riferimenti ai fischi e agli autonomi, trasformano piazza della Riforma in una piccola arena ben lontana dallo spirito della Festa nazionale.

Decreto d’abbandono e ricorso

Le polemiche si placano, ma solo momentaneamente, pochi giorni dopo con la scomparsa del sindaco Marco Borradori. Con l’autunno riprendono anche le manifestazioni e i presidi, ma la partecipazione è minore rispetto alla primavera. E intanto arriva al termine l’inchiesta giudiziaria. Anticipato a fine ottobre, il decreto d’abbandono firmato dal pg viene posticipato a dicembre, in quanto nel frattempo l’avvocato degli autonomi, Costantino Castelli, ha ottenuto la richiesta di supplemento di indagini che ha trasformato provvisoriamente lo status giuridico della municipale. E le conclusioni di Pagani – errori sì, ma non penalmente perseguibili – non accontentano il legale, che presenta ricorso contro il decreto. Restano intanto aperti il fronte amministrativo, con una segnalazione alla Sezione enti locali, quello politico e – come testimoniano i fatti di oggi – quello sociale: la questione dell’autogestione è tutt’altro che risolta e un dibattito pubblico vero e proprio non c’è ancora stato.

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