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Il 30 ottobre, i lavoratori portuali di decine di Paesi si preparano a mobilitarsi contro il traffico di armi e la militarizzazione dei porti. L’iniziativa, promossa da sindacati internazionali, punta a impedire che le infrastrutture commerciali vengano utilizzate per trasportare materiale militare destinato alle guerre. Secondo gli organizzatori, oltre 100 porti in 17 Paesi e quattro continenti hanno aderito o espresso sostegno alla mobilitazione.
Tra gli scali citati figurano Genova, Marsiglia, il Pireo, Tangeri e Mersin, con iniziative annunciate anche fuori dal Mediterraneo, tra cui negli Stati Uniti. La strategia consiste nel rifiutarsi di movimentare determinate spedizioni militari e utilizzare scioperi e presidi come strumenti di pressione. Secondo le stime diffuse dall’USB (Unione Sindacale di Base), il sindacato italiano che sostiene la mobilitazione, la protesta potrebbe coinvolgere fino a 40.000 container in una sola giornata. Si tratta di una previsione degli organizzatori, mentre l’impatto effettivo sarà valutabile soltanto dopo la giornata di protesta.
Dietro l’iniziativa c’è la volontà di contrastare il coinvolgimento delle infrastrutture portuali nelle catene di approvvigionamento militare, con particolare attenzione alla guerra a Gaza e alla solidarietà con la popolazione palestinese. I promotori contestano inoltre la crescente militarizzazione dei porti e chiedono che i lavoratori non siano costretti a contribuire, direttamente o indirettamente, al trasporto di armi destinate ai conflitti. La mobilitazione coinvolge realtà sindacali di diversi Paesi, con modalità che possono variare da uno scalo all’altro.
In Italia è stato proclamato uno sciopero generale contro la guerra e il carovita, mentre in Grecia sono state annunciate iniziative che coinvolgono anche i lavoratori marittimi. Il principio alla base della protesta è che le guerre non dipendono soltanto dagli eserciti, ma anche dalle reti logistiche, dalle navi e dai lavoratori che rendono possibile il trasporto delle merci. Se questi ingranaggi si fermano, anche la macchina della guerra può incontrare degli ostacoli.