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La macerie dell’edificio abbattuto (Ti-Press)
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20.12.2021 - 20:06
Aggiornamento : 22:12

Ex Macello di Lugano, ricorso contro il decreto d’abbandono

L’avvocato Costantino Castelli conferma: ‘Le conclusioni alle quali è giunto il procuratore generale Andrea Pagani non sono convincenti’

L’avvocato Costantino Castelli ha inviato oggi il ricorso contro il decreto di abbandono sull’inchiesta penale relativa allo sgombero e all’abbattimento di un edificio dell’ex Macello di Lugano. Un ricorso che era nell’aria, siccome, spiega il legale, «le conclusioni alle quali è giunto il procuratore generale Andrea Pagani nel suo decreto di abbandono, non ci hanno convinto, per cui il ricorso ci è parso come un atto dovuto per avere chiarimenti su quanto capitato nella notte fra il 29 e il 30 maggio». La ‘palla’ passa ora alla Corte dei reclami penali. La contestazione era attesa perché l’avvocato Castelli non era rimasto soddisfatto nemmeno dall’ultimo interrogatorio alla municipale di Lugano Karin Valenzano Rossi. Un interrogatorio, al termine del quale, lo stesso avvocato ha lasciato intendere una generale insoddisfazione, evidenziando, in estrema sintesi, di non aver ottenuti i chiarimenti richiesti. Il pg ha tuttavia spiegato i motivi che l’hanno portato al decreto di abbandono in relazione alle ipotesi di reato di abuso di autorità, di violazione intenzionale, subordinatamente colposa, delle regole dell’arte edilizia, di infrazione alla Legge federale sulla protezione dell’ambiente e di danneggiamento. Il magistrato non ha individuato l’intenzionalità, per quanto riguarda l’ipotesi di reato più grave, ossia l’abuso di autorità. L’inchiesta, ha precisato Pagani, ha consentito di stabilire che il Capo impiego dello Stato Maggiore e un ufficiale della Polizia comunale di Lugano hanno chiesto alle 21.20 (del 29 maggio scorso, ndr.) alla titolare del Dicastero sicurezza della Città l’autorizzazione all’abbattimento del tetto ed eventualmente di una parete dello stabile. E Valenzano Rossi, in seguito, ha ottenuto telefonicamente il consenso da altri tre colleghi d’esecutivo cittadino (Marco Borradori, Michele Foletti e Filippo Lombardi, mentre non sono stati interpellati Lorenzo Quadri, Cristina Zanini Barzaghi e Roberto Badaracco). La decisione sulla demolizione parziale di un edificio riguardava un bene giuridico di valore inferiore rispetto al bene giuridico minacciato dal pericolo, ossia l’incolumità fisica dei protagonisti, secondo Pagani che ha peraltro criticato il pasticcio comunicativo avvenuto quella notte di fine maggio, fra chi era al fronte e ha ricevuto via WhatsApp la planimetria del sedime e ha capito che andava demolito tutto, quando invece era interessata dalla misura soltanto una parte dello stabile.

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