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01.06.2021 - 05:300
Aggiornamento : 11:54

Il cieco, il sordo, il deserto della ragione

Demolizione del Molino: sul terreno resta un’idea di cultura, poco importa se sacrificata agli interessi di parte, al cinismo o al più miserabile egocentrismo

Alla fine è andata come tutti forse auspicavano, la maggioranza del Municipio e i mal-autogestiti. Gli uni per compiere il proprio calcolo politico, gli altri per dare un senso o un alibi alla propria mediocrità intellettuale. Come nel dialogo surreale fra un cieco e un sordo prigionieri del proprio handicap (a differenza di ciechi e sordi veri). L’uno non vede oltre il perimetro del conosciuto o del conveniente, l’altro sente solo le voci che già rintronano la sua angusta scatola cranica. Al termine dello scontro, tragicomico e disturbante come un match di kickboxing tra koala, sul terreno resta il corpo della cultura alternativa; di un’idea di cultura capace di farsi motore d’informazione, di riflessione critica su di noi e sul mondo, di ridefinizione consapevole della posizione che intendiamo occuparvi.

Ora, dopo aver assistito all’unico lavoro efficiente, quello delle ruspe, ci vuole uno smisurato candore per deglutire le parole del sindaco. Pretendere che si creda che la demolizione del Macello sia la conseguenza improvvisa della sgangherata occupazione di sabato è un attentato all’intelligenza dei luganesi, perlomeno di quelli ancora capaci di intendere e di volere. Del resto, alla controparte va riconosciuta la coerenza, ottusa o consapevole che sia, di chi ha recitato il proprio copione fino al climax di una tragedia politico-esistenziale di quart’ordine; offrendo con la puntualità del più scalcagnato delinquente di strada anche l’ultimo alibi a una desolante azione di forza che, col favore delle tenebre, ha sotterrato anni di esperienze e di culture, rappresentate anche da una biblioteca. A ciascuno la propria medaglia fresca di conio (nelle cantine del Municipio o in quelle del Macello), a tutti gli altri le macerie.

Sul terreno, si diceva, resta un’idea di cultura, poco importa se sacrificata al cinismo, alla miopia politica e intellettuale o al più miserabile egocentrismo. Una luce di cui ora si sente tanto più il bisogno. In cui molti ragazzi – provati da isolamenti e paure, ripiegati su di sé, deprivati di forme di nutrimento etico e intellettuale – potrebbero trovare uno spazio di pensiero e di parola, tanto più vitale se libero da verità preconfezionate e ideologismi a compartimenti stagni. Nel Paese del popolo “sovrano” che tollera a fatica le sacche di cultura non istituzionale, in cui l’autogestione è da accogliersi come dono personale, nel loro cortile di casa, di ceffi come Giudici e Bignasca – autoritari più che autorevoli – fin dai tempi del Maglio e di Casa Cinzia il centro sociale ha saputo essere anche questo: luogo d’incontri e di scoperte significativi, favoriti da pochi illuminati male attrezzati per blandire, neutralizzare, esorcizzare la massa dei tangheri col pugno alzato e il cervello in pappa.

Dunque, dal re al monsignore, dai beneficati del 2002 agli sloggiati del 2021: in mezzo resta il deserto di un Paese in cui si seppelliscono anche i libri, nottetempo, alle spalle di municipali e presidenti del governo, con la regia “improvvisata” del comando di Polizia e del suo compare a capo delle Istituzioni. Qualcuno, nell’interesse di sudditi o sovrani, quel deserto lo dovrà pur abitare; con la tenacia di ieri e le idee di domani.

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