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11.12.2019 - 13:400
Aggiornamento : 27.01.2020 - 09:57

L'onda verde si ferma sul bagnasciuga dell'Assemblea federale

Le velleità di Regula Rytz e dei suoi vanno a cozzare contro il muro eretto dai partiti borghesi di Governo

Formatasi nelle strade e nelle piazze, ingrossatasi al punto da travolgere la vecchia aritmetica maggioranza al Consiglio nazionale, capace di propagarsi fin dentro un solitamente impermeabile Consiglio degli Stati, l’onda verde s’è arenata sul bagnasciuga dell’Assemblea federale. La forza elettorale senza precedenti acquisita dai Verdi, l’impeto emotivo che ha spinto la sua presidente, inizialmente riluttante, a trasformarsi in una spavalda candidata (cosa che non è piaciuta agli ‘alleati’ verde-liberali, tenuti all’oscuro da Regula Rytz sulle sue intenzioni; e perfino tra i suoi qualcuno non ha gradito di essere stato messo di fronte al fatto compiuto), le martellanti dichiarazioni volontaristiche («Siamo pronti ad assumerci la responsabilità» di governare) di una politica per molti troppo a sinistra e mediaticamente sovraesposta (più che impegnata a fondo dietro le quinte del Parlamento a gettare con pazienza e discrezione le basi di una candidatura con la ‘c’ maiuscola), si sono sciolti come neve al sole al cospetto delle regole non scritte che da sempre dettano, con rare eccezioni, il rinnovo del Consiglio federale: non si ‘destituisce’ un consigliere federale in carica che si ripresenta (tanto più un ticinese fresco di nomina, esponente di una minoranza assente da quasi 20 anni dalla stanza dei bottoni); e un partito deve dimostrare su più elezioni di avere i numeri per poter essere ammesso al gioco della concordanza governativa.

La volontà dei partiti borghesi (Udc, Plr, Ppd) che dal 1959 assieme al Ps formano il Governo di cementare – proprio grazie a queste regole – il loro potere, evitando di farsi sgambetti l’un l’altro che qualcuno prima o poi avrebbe potuto pagare caro, ha messo per ora una pietra sopra le velleità ecologiste. L’Assemblea federale oggi ha recitato il requiem per una candidatura che i Verdi (o meglio: la stessa Rytz, vittima anche delle proprie ambizioni) hanno speso in modo maldestro, e che alla fine nemmeno i ripetuti scivoloni mediatici e il modesto bilancio del ministro degli Esteri Ignazio Cassis, agnello sacrificale designato e protagonista di una comoda rielezione, sono riusciti a far decollare.

È il tempo del riflusso per i Verdi. Gli ecologisti adesso giocano sì nella stessa lega dei ‘grandi’ (Ps, Plr, Ppd; l’Udc è di un’altra categoria). Ma per essere davvero tali, dovranno dimostrare ancor più di quanto non lo abbiano fatto finora di sapersi muovere e profilare in Parlamento su terreni diversi, e di non eccedere su quello privilegiato dell’ecologia. Se tra quattro anni vorranno nuovamente rivendicare una poltrona in Consiglio federale, dovranno nel frattempo confermare di essere diventati qualcosa di più dello sparring partner del principale partito della sinistra. Ormai vicini sul piano della forza elettorale, Verdi e Ps – anziché andare quasi sempre a braccetto, come hanno fatto sin qui – potrebbero voler rivendicare con maggior frequenza (anche sul terreno della democrazia diretta) il primato a sinistra, spingendo con una certa regolarità il Ppd nelle braccia di Plr e Udc. E così in Parlamento stavolta – al contrario di quanto è avvenuto nella passata legislatura – a rivelarsi una chimera potrebbe presto essere la maggioranza aritmetica di centro-sinistra. Una prima avvisaglia la si è avuta proprio oggi, con la duplice ‘defezione’ di Ppd e dei Verdi liberali sulla candidatura Rytz.

Si vedrà. Adesso si fa un gran parlare della magia perduta della formula di Governo. Le idee fioccano: dal Consiglio federale a nove (Ps) alla limitazione dei mandati in Governo a otto anni (il presidente del Ppd Gerhard Pfister), passando dai diversi possibili criteri con i quali calcolare la formula del futuro. C’è da sperare che queste ipotesi – al contrario di quanto successo con la candidatura Rytz – non si sciolgano come neve al sole; che il ‘vertice della concordanza’ voluto da Gerhard Pfister serva davvero da fucina di idee per disegnare il Consiglio federale di domani. Ma non è detto. Qui a Berna pochi, a quanto sembra, sono pronti a scommettere grosse somme sul fatto che tra quattro anni – sempre che il successo dei Verdi si confermerà alle elezioni del 2023– non saremo ancora ai piedi della scala, più o meno dove ci troviamo oggi.

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