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21.10.2019 - 16:520

Olio nel motore del Parlamento

Nel 2015 una decisa sterzata a destra. Ieri un’altrettanto decisa virata in direzione opposta. Il pendolo della politica federale si è riposizionato un po’ a sinistra del centro. La Svizzera non sopporta a lungo gli sbilanciamenti.

Il movimento si è prodotto nonostante la perdita dei socialisti. È stato dettato perciò dall’onda verde, che dalle strade s’è riversata su Palazzo federale. L’hanno cavalcata con successo gli ecologisti e i loro cugini centristi ‘ecoliberali’, protagonisti assieme di un vero e proprio exploit: simili sbalzi (in termini di percentuale di voti e di seggi) sono eccezionali alle nostre latitudini.

Non ne ha beneficiato il Plr, che anzi paga lo scotto di un riorientamento ‘eco’ tardivo, repentino, eccessivamente mediatizzato. Anche il Ps – pur avendo sbandierato ai quattro venti il suo “piano Marshall’ per l’ambiente – fa le spese dell’avanzata di Verdi e Pvl. Al polo opposto l’Udc arretra, ma resta di gran lunga il primo partito. Al centro, il Ppd tutto sommato regge il colpo, anche se deve cedere ai Verdi il posto di quarta forza del Paese; il Pbd invece vede ormai la sua sopravvivenza compromessa. Il Consiglio nazionale nei prossimi quattro anni – anche dopo la fine della maggioranza aritmetica Udc/Plr – resterà a maggioranza borghese. Ma sarà più ‘verde’. E più progressista. Oltre che più femminile (almeno 85 le donne elette, il 42,5%: un record).

La «scossa tellurica» (la presidente dei Verdi Regula Rytz) è stata sentita anche al Consiglio degli Stati. Qui i Verdi potrebbero salire da uno a quattro/cinque seggi; e a Glarona l’ecologista Mathias Zopfi ha clamorosamente scalzato l’Udc Werner Hösli. Non ci saranno stravolgimenti, comunque. Lo sapremo con certezza soltanto dopo i ballottaggi. Ma già adesso appare chiaro che sarà ancora il Ppd il partito cerniera, nel ruolo chiave di architetto dei compromessi. Perché se “al Consiglio nazionale possono esserci polarizzazione (1995-2007), un nuovo centro (2011), uno slittamento verso destra (2015) o onde verdi – il Consiglio degli Stati al contrario resta, elezione dopo elezione, là dove è quasi sempre stato : saldamente in mano al Ppd” (il politologo Michael Hermann sulla ‘Nzz’, 16 ottobre 2019).

Dossier cruciali sul tavolo

Non è un aspetto secondario, in un sistema parlamentare basato su un bicameralismo perfetto. Al cospetto di una Camera ‘sorella’ più polarizzata e di un Consiglio federale dimostratosi – almeno fino a tempi recenti – piuttosto confuso e debole (vedi politica europea), il Consiglio degli Stati nella legislatura 20152019 ha funto da contrappeso, emergendo come attore cruciale del processo politico. Sono venuti infatti dalla ‘Chambre de réflexion’ i compromessi che hanno sbloccato diversi spinosi dossier: dalla riforma fiscale/finanziamento dell’Avs alla previdenza vecchiaia 2020 (poi bocciata alle urne), dalla ‘preferenza indigena light’ con la quale attuare l’iniziativa Udc ‘contro l’immigrazione di massa’ alla stessa legge sul CO2, rimessa in carreggiata poche settimane fa dopo essere uscita di strada al Nazionale, e i cui costi sociali non mancheranno di far discutere nei prossimi tempi.

Quella che volge al termine è stata una legislatura particolarmente litigiosa. Il motore legislativo non di rado si è ingrippato (ben 29 le conferenze di conciliazione: uguagliato il record 2007-2011). Nei prossimi quattro anni, invece, le frizioni tra una Camera e l’altra dovrebbero essere meno frequenti. E al Nazionale il tempo dei blocchi sembra finito: serviranno sempre più alleanze a geometria variabile.

Un po’ di olio nella meccanica parlamentare non potrà che giovare. Dovrebbe aiutare a sbloccare dossier cruciali che il ‘vecchio’ legislativo non è stato in grado di portare avanti: pensiamo innanzitutto alla riforma delle pensioni, all’accordo quadro con l’Ue, o ancora alle misure per frenare l’aumento dei costi della salute. Non solo. Con un Consiglio nazionale dove trova posto un centro consolidatosi e più ‘aperto’ – con i verdi-liberali quale forza emergente in questa porzione dello scacchiere politico – si potrebbero fare passi avanti anche su questioni di società ormai ineludibili, come il matrimonio per tutti, il congedo parentale o la politica della canapa.

Il governo può attendere

Capitolo Consiglio federale: le discussioni sul futuro della ‘formula magica’ governativa sono riaperte. Ma c’è spazio per un eco-consigliere federale? Sì, ma non subito.

Hanno ragione, in linea di massima, i presidenti del Ps Christian Levrat e dei Verdi Regula Rytz nel dire che con un Parlamento che tende a sinistra, il Consiglio federale deve rispecchiare le preferenze della popolazione e non può più pendere ancora a lungo dall’altra parte (con quattro seggi, Udc e Plr sono attualmente sovrarappresentati). E opportunamente il presidente del Pvl Jürg Grossen fa notare che oggi come oggi quasi un quarto della popolazione (la somma delle percentuali di voto ottenute da Verdi e Verdi liberali) non è più rappresentato in governo.

I vincitori hanno però già capito che è irrealistico pensare di estromettere già a dicembre un consigliere federale italofono in carica, per di più da appena due anni, dopo il bailamme fatto a suo tempo perché la Svizzera italiana tornasse ad essere rappresentata in governo. Finora, inoltre, c’è sempre voluta più di una vittoria elettorale, affinché la formula magica in vigore dal 1959 (due seggi ciascuno ai primi tre partiti, uno al quarto) venisse rimaneggiata. I Verdi (e il Pvl) devono ancora dimostrare di saper mantenere sul lungo periodo un rendimento elettorale costante. I primi, inoltre, non possono ancora vantare il ‘peso’ che un Ppd pur in affanno conserva al Consiglio degli Stati, negli esecutivi cantonali e nei Comuni. Infine Verdi e Verdi liberali, a parte la questione climatica, non hanno granché da spartire: sui temi fiscali ed economici, ad esempio, il Pvl vota per lo più assieme a Udc e Plr. Insomma, se va bene, di un consigliere federale a ‘zero emissioni nette’ si dovrebbe tornare a parlare seriamente – e legittimamente – soltanto in occasione di una delle prossime partenze dal Consiglio federale (anche quella di un Ueli Maurer o di un Guy Parmelin dell’Udc?). Un’ultima annotazione. Le manifestazioni per il clima, lo sciopero delle donne, il numero record di liste e candidati/e… Stavolta era lecito sperare in una partecipazione al voto un po’ più alta del solito, diciamo al di sopra del 50%. Invece no: anche ieri è rimasto a casa più di un avente diritto su due (46%, stando alla seconda proiezione Ssr). Peggio che nel 2015 (48,5%). stentano a campare (uno dei quali ha recentemente chiuso i battenti). L’utilità di questo – poco lungimirante – edificio risulta dunque irrisoria.

E così si ritorna ancora al nocciolo della questione riguardante il contenuto del messaggio approvato: vi è un reale bisogno di una nuova piazza? La comunità ne trarrà beneficio? L’investimento porterà i frutti sperati dal comune?

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