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04.09.2021 - 15:05

Il post pandemia ci riporta l’inflazione

Prezzi alla produzione e al consumo in forte aumento in Usa e Cina. Segnali di aumenti anche nella zona euro e in Svizzera

di Generoso Chiaradonna
il-post-pandemia-ci-riporta-l-inflazione
Keystone

I segnali di un cambio di passo nella dinamica dei prezzi al consumo erano giunti già lo scorso maggio, quando Cina e Stati Uniti, le due economie il cui peso orienta quello delle altre, hanno registrato tassi annui di aumento dei prezzi che non si ricordavano, almeno dal 2008, ovvero prima della crisi finanziaria d’inizio secolo. In Cina i prezzi alla produzione crescono al 9% l’anno, negli Stati Uniti, quelli al consumo al 5% l’anno. In Europa, il rialzo è più contenuto: l’ultimo ‘Bollettino della Banca centrale europea (Bce)’ lo definisce “moderato” e “temporaneo”. Ciò non toglie che alcuni aumenti particolarmente rapidi di prodotti essenziali per il settore manifatturiero abbiano implicazioni molto negative per certi comparti e imprese. Un allarme lanciato da varie associazioni economiche anche in Ticino. La settimana scorsa la Società svizzera impresari costruttori, durante l’assemblea annuale, ha sottolineato il rincaro di molti materiali della costruzione. Anche la Camera di commercio del Cantone Ticino, nella sua ultima newsletter, si dice preoccupata per l’aumento dei prezzi e per la scarsità di talune materie prime.  

“In questo contesto l’importante aumento dei costi di trasporto costituisce un ulteriore fattore aggravante che tocca tutti i settori, dall’automobile all’agroalimentare, dall’elettronica al tessile. Basti pensare che i circa 5mila pezzi che compongono un’automobile arrivano da molti Paesi diversi sparsi in tutto il mondo. Acciaio, plastica, componenti elettronici, elementi meccanici ecc. devono essere trasportati per via marittima, fino a qualche tempo fa la meno costosa”, si legge. Una via che è diventata viepiù cara tanto che rispetto allo scorso anno le tariffe per trasportare un container sono quasi quintuplicate. La Camera di commercio fa l’esempio della tratta Shanghai-Le Havre, in Francia: 17mila dollari contro i duemila dollari necessari prima della crisi pandemica. Inoltre, essendo i porti sovraccarichi, non capita di rado che un trasporto invece di attraccare al porto previsto, faccia rotta su un altro porto aumentando i costi e allungando i tempi di fornitura. Con costi di produzione più elevati, i consumatori si ritrovano a pagare di più per gli stessi beni di prima della pandemia.

È già avvenuto in passato che al termine di una situazione eccezionale si verificassero aumenti di prezzi, anche e soprattutto per strozzature dal lato dell’offerta, mentre la domanda tenta di tornare ai livelli di consumo che precedevano la calamità. La diffusione di strumenti di comunicazione elettronica durante la pandemia è stata molto più rapida della produzione di semiconduttori, con la conseguenza che in un comparto in cui i prezzi diminuivano da anni ci sono ora aumenti. Ancora più grave il settore che impiega microchip (tra cui l’industria automobilistica) perché la produzione è concentrata in particolar modo a Taiwan e non riesce a tenere testa all’aumento della domanda. Se a questo aggiungiamo anche gli aumenti dei prezzi petroliferi, i segnali inflattivi non sono da sottovalutare. 

Nella storia 

L’ufficio studi della Banca d’Inghilterra ha condotto una ricerca in cui conclude che un anno dopo la fine della pandemia si è di solito in inflazione. Un aumento rapido dei prezzi si verificò dopo la ‘peste nera’ del tardo Medioevo: carenza di beni essenziali e corsa all’accaparramento. Anche dopo l’influenza ‘spagnola’ del 1918-20 ci fu una forte inflazione che è stata una delle cause determinanti dell’avanzata di movimenti autoritari in numerosi Paesi europei. Ora, la situazione è diversa. Da anni, soprattutto nella zona euro, si cerca di stimolare un minimo d’inflazione per dare un po' di benzina alla ripresa economica tanto è vero che le politiche monetarie della Banca centrale europea sono e restano espansive. La domanda che ci si pone è se questi focolai d’inflazione ‘post pandemia’ abbiano o no degli effetti sul servizio del debito pubblico e se cominciano a incidere sui tassi d’interesse. Nel più lungo termine, dobbiamo interrogarci sul modello d’integrazione economica internazionale e sulla concentrazione in pochi Paesi della produzione di beni essenziali per le nostre economie.

I dati in Europa e Svizzera

L’inflazione nella zona Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), per esempio, è cresciuta al 4,2% in luglio, contro il 4% di giugno: lo ha reso noto negli scorsi giorni lo stesso organismo internazionale con sede a Parigi. Il rincaro dei prezzi al consumo della zona euro, salito al 2,2% a luglio contro l’1,9% di giugno, è comunque rimasto nettamente inferiore a quello dell’insieme della zona Ocse e soprattutto a quello degli Stati Uniti (5,4%).

In luglio, prosegue l’organismo parigino, l’inflazione annuale è cresciuta fortemente in Germania (3,8% dopo 2,3% a giugno) Canada (3,7% contro 3,1%) e in Italia (1,9% contro 1,3%). È invece rimasta stabile, al 5,4%, negli Stati Uniti dopo sei mesi di aumento consecutivi mentre è rallentata nel Regno Unito (2,1% contro 2,4%) e in Francia (1,2% contro 1,5%).

In Svizzera i prezzi al consumo sono saliti ad agosto dello 0,9%, contro lo 0,7% di luglio e lo 0,6% di giugno. Anche se più moderata rispetto ad altri Paesi, la tendenza al rialzo è chiara.

Stando ai dati pubblicati dell’Ufficio federale di statistica (Ust), si è di fronte al quinto aumento annuo consecutivo, dopo che aprile aveva messo fine a una serie di 14 mesi in calo, con il loro apice negativo in maggio e giugno 2020 (-1,3%). Vista in un’ottica internazionale l’inflazione elvetica può comunque essere considerata limitata: nell’Eurozona l’ultimo dato è del +3%, negli Stati Uniti del +5,4%.

Tornando nella Confederazione, secondo l’Ust la progressione mensile di agosto va ricondotta a vari fattori, tra cui l’aumento del costo degli affitti e delle abitazioni. Sono diventati più cari anche i trasporti aerei, come pure i pernottamenti in albergo. Hanno invece inciso meno sul portafogli il noleggio di veicoli e i medicamenti.

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