DISAVVENTURE NEL MONDO

Singapore, la capitale dei divieti

Eccomi sull’isola città-stato nel sud della Malesia, centro finanziario e crocicchio multietnico... dove si paga una multa per bere acqua sulla metro

(© R. Scarcella)
15 marzo 2026
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Anni fa mi sono ritrovato a cambiare muta. Non stavo più nella mia vecchia pelle e per liberarmene ho iniziato a fare su e giù per l’America Latina: temendola, amandola, perdendomi, sfidando me stesso e il manuale del viaggiatore responsabile fino a farla diventare la mia rassicurante coperta di Linus. A quel punto mi è venuta voglia di ribaltare tavolo e mappamondo ed esplorare il suo opposto geografico e filosofico. Così ho preso e sono andato a vederla, l’Asia. Ve la racconto qui.

Il confine tra un viaggio iniziato nel migliore o nel peggiore dei modi è sottilissimo.

Atterrato a Singapore avrei potuto prendere una multa quando ancora, tecnicamente, non ero uscito dall’aeroporto. La violazione? Aver bevuto acqua da una bottiglietta di plastica sul vagone della metropolitana che mi stava portando in centro. Fanno dai 150 ai 500 dollari di Singapore (tra i 90 e i 300 franchi). Al primo sorso, una signora mi ha guardato come se stessi strangolando un gatto. Al secondo ho sentito attorno a me lo stesso disagio di chi si ritrova a condividere lo spazio con un uomo nudo. Ma giuro che ero vestito. Il terzo non c’è stato, perché ho dato un’occhiata alle regole appiccicate accanto al finestrino e capito che non si può bere nemmeno l’acqua sulla metro di Singapore.

E così ho messo via la bottiglia immaginando che non l’avrei comunque scampata, che uno dei miei compagni di viaggio fosse un agente in borghese messo lì per far rispettare i centomila divieti locali (niente chewing gum, 660 franchi; niente sigarette elettroniche, dai 500 ai 6’000 franchi; niente di niente o quasi) o che in qualche modo la telecamera appena sopra di me mi facesse recapitare la multa direttamente in hotel.

In hotel, invece, non c’era la multa. E neanche la stanza. Così sono andato a farmi un giro e pochi minuti dopo mi sono trovato nella cucina di un ristorante, abbracciato a due camerieri per una foto ricordo, indossando la loro stessa maglia, gialla e verde, con su scritto Zam Zam, il nome del locale. Chissà se è vietato.

© R. Scarcella

‘Mangia con noi’

Ci sono finito per caso in quel ristorante perché mentre passeggiavo ho visto una lunga tavolata con una famiglia che si passava dei piatti con sopra un cibo rosso brillante. Allora ho chiesto e loro non mi hanno risposto, hanno preso una sedia dal tavolo a fianco e mi hanno detto “mangia con noi”. A un primo rifiuto mi hanno detto “almeno assaggia”. Ho assaggiato, ringraziato, trovato un altro tavolo libero all’interno e ordinato la stessa cosa (pollo masala con questa salsa tanto buona quanto piccante e fluorescente).

© R. Scarcella

L’affabilità dei camerieri mi ha portato a scherzare con loro, chiedere se vendessero la maglietta, comprarla per una decina di franchi e infine avere i soldi indietro perché ci tenevano a regalarmela. Non so se valga così per tutti, ma se appena arrivato in un posto dall’altra parte del mondo, senza nemmeno ancora aver disfatto le valigie, ti ritrovi in una cucina di un ristorante con cibo buonissimo a scherzare con i camerieri, vestito come loro, il viaggio è iniziato bene.

‘Fine City’

Il cibo è uno dei pilastri di Singapore. Ogni quartiere ha i suoi odori e le sue pietanze, quelle malesi e arabe a Kampong Glam, dove tutto gira intorno alla Moschea del Sultano, quelle indiane a Little India (dove per una trentina di franchi si può mangiare in uno stellato Michelin), quelle cinesi a Chinatown, dove la vera esperienza è entrare in un “hawker center”, enormi padiglioni con abbastanza chioschi da sfamarsi per un anno intero senza mai ripassare nello stesso posto. Anche lì c’è una regola che può costarti una multa. Finito di mangiare, pulisci il tavolo e riporti il vassoio indietro. Se non lo fai, alla prima ti becchi un avvertimento scritto, alla seconda sono 200 franchi. Alla terza finisci in tribunale. Se sembra troppo, lo è, in una città che ormai convive con un soprannome azzeccatissimo: “Fine City”, che gioca con l’ambiguità della parola “fine”, che in inglese significa sia “multa” che “bello”, “piacevole”.

© R. Scarcella

L’ossessione per il controllo fa sì che esista una multa anche per chi non tira lo sciacquone del bagno in un esercizio pubblico: fanno tra i 90 e i 300 franchi, come bere l’acqua in metropolitana. Molti ascensori, poi, hanno un sistema di bloccaggio se qualcuno ci urina dentro. Attività, quest’ultima, evidentemente molto più praticata a queste latitudini di quanto si possa immaginare.

Caleidoscopica

© R. Scarcella

Multe a parte, è un piacere camminare per Singapore, dove in mezzo ai grattacieli spuntano templi indiani in cui una volta dentro ci si dimentica di essere in una metropoli. Molti sono attratti dai futuristici Gardens by The Bay, gli splendidi giardini sulla baia che s’illuminano di notte. Attrazione che, come un film Pixar, sembra fatta per i bambini, ma in realtà piace ancor più agli adulti.

Singapore è multiforme, ti giri ed è Miami, ti giri ancora ed è New Delhi, Hong Kong o un film di Wes Anderson, con i colori pastello e le simmetrie perfette. Da un suo set sembra uscito lo storico e lussuosissimo Raffles Hotel, bianco e coloniale, in bilico tra l’austero e l’orientaleggiante, aperto in parte al pubblico e pieno di storie da romanzo d’appendice che però sono vere, come quella dell’ultima tigre di Singapore uccisa nella sala da biliardo dell’albergo nel lontano 1902.

© R. Scarcella

La sua anima

Come spesso accade, però, non è né in centro né nei siti più turistici e a portata di mano che prende forma l’anima del luogo. Per incontrarla, meglio allontanarsi un po’, verso il quartiere di Tiong Bahru, silenzioso, fatto di vuoti in una città di pieni, con un mercato coperto senza turisti e frequentato da gente del posto che sembra non essersi nemmeno presa la briga di cambiarsi per uscire di casa.

© R. Scarcella

E palazzi bianchissimi in stile Art Déco, simili, ma mai del tutto uguali, con finestre a oblò, scale ardite, forme tondeggianti che incrociano linee rette e giardini di un verde accecante – lussureggianti e insieme ordinati, come se avessero affidato una foresta a un geometra – dove c’è chi tiene la Porsche e chi le biciclette arrugginite. Ci sono piccoli caffè curati nel minimo dettaglio, librerie indipendenti e un’aria leggera, da domenica di festa anche se non è domenica.

© R. Scarcella