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Cerco lavoro e sono incinta. Devo dirlo?

È capitato e capiterà che una donna con la sua famiglia si trovi in questa situazione: la trasparenza è sacrosanta, ma come non subire discriminazione?

(© Depositphotos)

Quando una donna è alla ricerca di un impiego è obbligata, se è il caso, a dichiarare la sua gravidanza? Anticipazione: no, e non è neppure obbligata a rispondere a domande in tal senso durante un colloquio, che potrebbero dare adito a disparità.

Berenice aveva 36 anni quando è rimasta incinta. Era in coppia da parecchio tempo; lei aveva un lavoro a tempo parziale con un contratto che stava per scadere, mentre lui aveva una situazione professionale più stabile. Non era il momento perfetto, ma – anche per questioni di età – si sono detti: adesso!

Trasparenza e diritti

Durante il terzo mese di gravidanza, Berenice (nome di fantasia) si trova nella situazione in cui deve cercare un altro lavoro, sempre a tempo parziale, perciò va a due colloqui: uno in una struttura pubblica, l’altro in una struttura privata. E prima di andarci, si trova di fronte al dilemma: dire o non dire che sei mesi dopo sarebbe andata in congedo maternità? «Per me, sia nella vita privata sia in quella professionale, la trasparenza è molto importante. Era fondamentale quindi fornire informazioni complete: solo così, mi pare, si può iniziare una relazione di fiducia. Inoltre, soprattutto per la struttura privata, può essere complicato trovare una sostituta e, quindi, prima lo avrei detto, meglio sarebbe stato. Però avevo paura. Paura che non mi prendessero». Berenice si consulta con varie persone e tutti le dicono, inclusa Rachele Santoro, la delegata cantonale per le pari opportunità, che non è tenuta a dichiarare la sua gravidanza durante il colloquio di lavoro. La informano anche che il datore di lavoro non ha il diritto di domandare se ci sia l’intenzione di avere figli, se si sia sposate o incinte, cioè niente che possa portare a discriminazioni verso chi potenzialmente si assenterà per congedo maternità.

Sentirsi discriminata

Quei mesi non sono stati un bel periodo per Berenice. «Per la prima volta mi trovavo in difficoltà in quanto donna. Prima, non mi ero mai sentita discriminata; eppure in questo caso, per il fatto di essere incinta, avevo paura di avere uno svantaggio. E mi sembrava assurdo, perché fa parte della vita!». Alla fine decide di omettere quell’informazione al colloquio, che va a buon fine: la assumono in entrambe le strutture, qualche ora nel privato, qualche ora nel pubblico. Due mesi dopo inizia a lavorare e a quel punto va a parlare con i due datori di lavoro. «Ero agitata e imbarazzata, anche se nessuno si è permesso di rimproverarmi e io ho assicurato che volevo aiutare a trovare soluzioni per la mia assenza. Tuttavia, mi sono resa conto che per un aspetto fondamentale della vita non si può ancora essere trasparenti. Che non ci sono garanzie che tutelano una donna incinta in cerca di lavoro. E questa questione non riguarda solo la metà femminile della popolazione, ma le famiglie intere. Se io non avessi avuto il lavoro le conseguenze sarebbero ricadute su tutti noi».

C’è un altro aspetto interessante nella storia di Berenice: il suo compagno, all’epoca, sul suo posto di lavoro si occupava anche di gestire il personale da assumere. «Anche lui è stato colpito da questa situazione, che fino a quel momento non aveva mai vissuto sulla propria pelle», mi racconta lei. «Si è reso conto che lui stesso, se si fosse trovato a scegliere, al momento dell’assunzione, tra una persona che dopo poco avrebbe fatto mesi di assenza sicura e una che invece probabilmente non li avrebbe fatti, avrebbe preferito quella da non sostituire. Ed è comprensibile, perché può essere laborioso trovare qualcuno per un impiego temporaneo, formarlo/a, inserirlo/a nel team. Però poi anche lui ha capito come si sente una madre e quali possono essere le ricadute su chi le sta intorno».

Assenze e disparità di trattamento

A questo punto mi rivolgo a Rachele Santoro. «È una questione legale, ma anche culturale», mi spiega. «Ribadisco che il datore di lavoro non può fare domande sulla vita privata di chi ha assunto o sta per assumere; la legge pone precisamente il divieto che non vi siano discriminazioni ai danni delle donne incinte. Eppure, il mondo del lavoro è ancora pieno di disparità di genere: con la nascita di un figlio, sono le donne che di solito lasciano o riducono il lavoro retribuito».

© Ti-PressRachele Santoro

Se ci fossero un congedo parentale adeguato e una distribuzione equa dei compiti genitoriali, di conseguenza assumere una donna o un uomo diventerebbe più simile, anche dal punto di vista delle assenze per il lieto evento. Inoltre, molti giovani uomini hanno due settimane l’anno di assenze dal lavoro per i corsi di ripetizione nell’esercito... «Ma questo in generale è visto in tutt’altro modo. Il servizio militare è percepito come positivo, un contributo alla patria; chi fa carriera nell’esercito è spesso favorito perché dà un’idea di persona disciplinata e attenta alle regole. Non devo certo sottolineare come anche fare figli sia un contributo alla società, ma bisogna di sicuro ricordare il valore aggiunto che dà l’essere genitore anche sul posto di lavoro: gestire una famiglia insegna l’efficienza come poche altre esperienze».

Tematizzare è essenziale

Rachele Santoro si sente di rassicurare chi si trova in questa situazione di dilemma: «Al colloquio non parlatene», si raccomanda. «E non abbiate paura di dirlo, invece, appena sarete assunte: bisogna tematizzare il fatto che è un argomento di cui non si parla al colloquio, bensì sul posto di lavoro acquisito, per tutelarsi e per organizzare al meglio il periodo di congedo. Ma il peso non deve ricadere unicamente sulle spalle delle donne in gravidanza: quest’anno, come Servizio per le pari opportunità ci impegniamo in particolare nella sensibilizzazione dei datori di lavoro. Spieghiamo loro che è giusto e normale che, prima dell’assunzione, chi è incinta non espliciti la sua condizione, e riflettiamo insieme a loro sul fatto che migliori sono le condizioni di conciliabilità famiglia-lavoro, meglio è anche per l’azienda...».

Soluzioni chiare e facili non ci sono, come in ogni questione etica. Però si tratta di un tema sul quale di solito non ci si china, finché non lo vive qualcuno a noi vicino. Oppure lo si sorvola soltanto, di fretta. Berenice si è posta il dilemma, se dire o tacere; per altri il dubbio non si pone nemmeno: il bisogno di lavorare vince su tutto. E il lavoro è un bisogno tanto per le donne quanto per gli uomini. «Se non è così – aggiunge – se non si condivide questa affermazione, allora è ancora più preoccupante, perché è segno che si vuole tornare a un modello di famiglia tradizionale».

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