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01.07.2019 - 06:300
Aggiornamento : 03.07.2019 - 18:50

Giù le mani dalla nostra cultura

Uno spettacolo o un esperimento sociale, fra attori e rifugiati, per ritrovare i valori di una “nostra” cultura da difendere: quale?

C’è quello slogan a incorniciare lo spettacolo / esperimento sociale dei ragazzi del Teatro Dimitri. “Giù le mani dalla nostra cultura!”. Urlato con rabbia, prima; cantato con turbamento e forse speranza, poi, quando volti di ogni colore e provenienza sono stati riuniti attorno a una mensa a cielo aperto. È l’ammonimento nelle bocche degli strenui difensori delle frontiere europee, insensibili a Storia e umanità; è l’opposto da sé, a questa tavola che perpetua il rito sacro dell’incontro con lo sconosciuto. “Giù le mani dalla nostra cultura!”. E allora vien da chiedersi: di quale cultura stiamo parlando?

Esiste una cultura di cui stiamo parlando? Qual è il suo volto? Quali i valori, le verità su cui si fonda? A chi appartiene? A chi affidare la sua difesa?

Gli interrogativi giocano a rimpiattino mentre attori e rifugiati, dopo aver condiviso la scena, ci servono il nostro piatto di riso afgano. All’altro lato della tavola riconosco Sami, mi sorride con la solita cordialità. Anche lui si è lasciato alle spalle quel viaggio attraverso il cuore oscuro del nostro tempo di cui non ha mai voluto dirmi. Lo spettacolo però lo ha colpito, ha riconosciuto la sua verità in quei movimenti concitati, nella misura implacabile degli spazi, nella violenza evocata dai corpi. Nella paura.

Mentre si celebra l’eterno transculturale rituale dell’ospitalità, ripenso all’ammonimento: “Giù le mani dalla nostra cultura!”. In quali bocche, in quali cuori può abitare? In effetti, vocabolario e contenuti da inflessibili sovranisti, pronti a chiudere porti, erigere muri e cintare i patrii confini di filo spinato per proteggerci – per proteggere la nostra cultura – dalla supposta invasione, destinata a scardinare i nostri ordinamenti democratici, ad importare l’instabilità e la violenza dei Paesi di fuga, a corrompere e vincere la nostra cultura, a velare le nostre donne e finanche a mutare giorno dopo giorno il colore della nostra pelle.

Eppure, a questa tavola, mi si presenta un’altra cultura, altrettanto occidentale, altrettanto nostra. Anch’essa da difendere: dall’ignoranza, dalla paura, dalle approssimazioni di un pensiero incapace di sfumature. Questa è la nostra cultura – “Ama il prossimo tuo come te stesso”, “in uno spirito di solidarietà e di apertura al mondo” – da proteggere dalle insidie e dalla sfiducia di chi non sa più vedere la sua luce né immaginarla vincente, quale che sia l’oscurità che la minaccia.

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