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04.01.2019 - 06:100

Che cosa è Cultura? Secondo Pelin Kandemir e il sindaco...

Se ne parla tanto, ma cosa intendiamo per cultura? E che cosa non è cultura? Lo chiediamo a persone diverse per formazione, esperienza, sensibilità...

Lei da alcuni mesi è la presidente del Gran Consiglio, “una figlia del Ticino nata in una terra lontana” e approdata all’età di 11 anni a Bellinzona. Lui, con alle spalle 18 anni di Consiglio di Stato e quattro di Consiglio nazionale, è il sindaco di Lugano, la città faro del Cantone da poco dotatasi di un ambizioso centro culturale. A distinguerli, oltre alle origini e all’estrazione politica, di certo anche la formazione e le esperienze professionali. Se Pelin Kandemir Bordoli si è formata e lavora nell’ambito della promozione della salute, in particolare nella prevenzione delle dipendenze, Marco Borradori, dopo la laurea in Diritto, è divenuto avvocato e notaio, prima di dedicarsi alla sua lunga avventura politica. Verosimilmente, a un primo sguardo, in comune hanno poco o niente, anche a livello caratteriale e di esperienze personali: una ragione in più per iniziare con loro questo tragitto, provando a gettare uno sguardo sotto la superficie dei loro “personaggi” pubblici.

Quale significato assegna lei alla parola 'cultura'?

PK: La cultura è anzitutto una lingua. Quando mi sono confrontata per la prima volta con la lingua italiana mi si è anche aperto un mondo e ora mi muovo tra due lingue madre che corrispondono a diversi modi di intendere, leggere e vedere. La cultura per me è ciò che ti aiuta nella riflessione e nella costruzione del pensiero del mondo, che ti incoraggia a sviluppare uno spirito critico, che ti spinge a “muoverti” e a restare aperto ad altre realtà.

MB: Per me cultura è tutto quello che mi arricchisce, che sento che mi fa crescere. Le manifestazioni della cultura non devono per forza darmi serenità, ma pormi in una condizione che mi obbliga a chinarmi su di esse: devono interpellarmi, colpirmi dentro. Tutto quello che stimola la mia curiosità, che mi obbliga a riflettere, per me è cultura.

Che cosa non è cultura?

PK: La domanda è difficile e bisogna stare attenti a non cadere nel tranello di definire noncultura quello che non ci aggrada. Risponderò perciò facendo leva sui miei valori: per me non è cultura tutto ciò che è banalizzazione, uno stato di pigrizia mentale ed emotivo che non indaga sull’altro e che ha paura del confronto.

MB: La prima cosa che mi viene in mente è il “volgare”, il brutto urlato, lo scalpore cercato solo per stupire. Ciò che in fondo non ti chiede niente, non ti obbliga a chinarti su te stesso e non ti aiuta a conoscerti meglio. La cultura può e deve stupire, andare sopra le righe, ma non deve essere dozzinale né ammiccante.

Lei che cosa cerca nella cultura?

PK: Dipende dai momenti della vita, a volte il silenzio, la riflessione, a volte l’evasione. Ad esempio sono in prima fila quando esce un nuovo libro di Andrea Camilleri, ma allo stesso tempo sul mio comodino si trova un romanzo o un saggio più impegnato; penso ad esempio a ‘Il diritto di avere dei diritti’ di Stefano Rodotà che ho riletto recentemente. Nella cultura cerco anche un contributo per combattere gli stereotipi e decostruire i pregiudizi.

MB: Banalmente detto, quello che per me è bello. Un momento di pace, di bellezza, oppure un istante che graffia dentro di me, che mi chiede qualcosa di forte. Se qualcosa mi piace allora mi sento bene. Sento che in varia misura mi fa crescere, ed è questo che cerco nella cultura; qualcosa che mi liberi dai pensieri della quotidianità, dai grandi e piccoli problemi, che mi dia ossigeno e mi permetta di guardare al mondo da un’altra angolazione, con un respiro più ampio.

Quali sono le forme di cultura a cui più si avvicina?

PK: Il linguaggio che sento più mio è la letteratura. Per me è stato anche quello più accessibile fin da piccola grazie alle biblioteche pubbliche. Da adulta ho cominciato ad apprezzare anche il teatro, grazie alla presenza a Bellinzona del Teatro Sociale, e il cinema soprattutto durante il Film Festival di Locarno.

MB: Per essere coerente con quanto detto finora, devo dire che nella mia esperienza della cultura c’è un po’ di tutto. Sicuramente direi la letteratura e il cinema, ma mi piace molto anche visitare delle mostre: l’altro giorno al Mudec a Milano quelle di Steve McCurry e di Bansky, che mi sono piaciute anche se non tutto ciò che ho visto mi piaceva. In quanto presidente di Lugano Musica assisto a molti concerti: io non sono certo un conoscitore di musica classica – sono venuto grande a musica leggera, jazz o d’intrattenimento – ma mi può toccare moltissimo, così come l’architettura, l’urbanistica o il design. In tutto c’è qualcosa che ti può colpire e incuriosire: una mostra può essere il pretesto per scoprire una città, perderti in strade sconosciute. Poi, banalizzando un po’, anche un buon cibo o un bicchiere di vino.

In che modo entrano nella sua quotidianità? Come ne fruisce?

PK: Ogni giorno cerco, e non sempre ci riesco, il tempo per leggere almeno qualche pagina. Però se e quando il libro si impone non riesco a staccare fino alla fine.

MB: Sarebbe molto bello se la cultura entrasse in ogni istante delle mie giornate. Grazie anche al mio lavoro, a volte accade. Nella mia quotidianità la cultura può irrompere in modo sorprendente, come quando è venuto qui da noi un archistar come Daniel Libeskind e una settimana prima Liliana Segre; persone che ti fanno scoprire dei mondi. Ma anche l’atto semplice e ripetitivo di leggere un quotidiano, ti apre un pochino lo sguardo.

C’è un momento privilegiato?

PK: Considerati tutti gli impegni, cerco di sfruttare soprattutto i periodi di vacanza o il tempo libero. Ma approfitto anche del treno, magari durante una trasferta, per evadere un attimo dai compiti principali della quotidianità.

MB: Direi “appena possibile”. E i momenti privilegiati sono al mattino sotto la doccia o mentre mi faccio la barba, quando penso a ciò che ho letto, visto, sentito o vissuto. Una fruizione un po’ più attiva, invece, è sul mezzogiorno in ufficio da solo oppure prima di dormire: in genere torno a casa piuttosto tardi, alle 23-23.30, e mi prendo almeno un’oretta per leggere o vedere, in tv o sull’iPad, qualcosa che mi interessi.

C’è un piccolo spazio deputato?

PK: Non c’è un luogo particolare. Pensando alla letteratura, se possibile mi piace stare fuori, in giardino, magari sotto un albero. Quando inizio un libro e so che mi prenderà, cerco di organizzarmi... Ma il tempo purtroppo è talmente tiranno che mi sono adattata a tutti i luoghi possibili, cercando si approfittare di ogni situazione.

MB: Se sono a casa, ho un angolino mio sul divano, in particolare quando leggo. Altrimenti mi piace pensare che la cultura non sia da nessuna parte e dappertutto, che la incontro per caso. O forse, visto che il caso non esiste, perché devo incontrarla in quel momento. Poi, il problema è saperlo riconoscere: a volte siamo così presi dalla nostra vita, magari dal nostro egoismo, che ti passa accanto qualcosa o qualcuno e rischi di non vederlo. Io cerco di tenere sempre gli occhi e i sensi aperti, anche sul bus.

Un consiglio per un amico?

PK: Ho avuto modo di assistere nel mese di ottobre durante il Festival TorinoDanza allo spettacolo ‘Du désir d’horizons’ grazie al regalo di un’amica. Uno spettacolo intenso, emozionante e commovente sul viaggio, sullo sradicamento, sulla speranza e sul desiderio. Mi ha molto emozionata anche la storia di una giovane poetessa afghana in una scuola ticinese coraggiosa, che ho avuto modo di ascoltare dalla voce delle docenti e della giovane poetessa durante un pomeriggio di studio organizzato dall’Istituto universitario federale per la formazione professionale. Un’altra esperienza per me significativa è stata la mostra ‘Dialogo nel buio’, un percorso che segui nella totale assenza di luce accompagnata da una persona non vedente e dove passi da una dimensione di angoscia iniziale, in cui tutti i tuoi altri sensi sono allertati, alla scoperta di nuove prospettive. Un’esperienza emotivamente forte.

MB: Pensando a un film, malgrado sia già un po’ vecchio, direi ‘Le vite degli altri’. Se volessi consigliare una canzone, visto che ogni settimana ne ho una preferita, oggi direi ‘Caruso’ di Lucio Dalla. E se volessi consigliare un libro, starei su un classico per me sempre eccezionale, ‘Il piccolo principe’.

Un proposito 'culturale' non ancora realizzato?

PK: Ci sono ancora diversi linguaggi che conosco poco e che mi piacerebbe scoprire.

MB: Ne ho tantissimi. Forse, dopo tanto tempo, vorrei tornare a New York per visitare i suoi musei più importanti; e per rivivere la città.

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