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Pensiero
30.12.2017 - 10:480
Aggiornamento : 13:00

Addio al postmoderno

“È la post-verità, bellezza, e tu non ci puoi fare niente”. Parafrasando Humphrey Bogart in un vecchio film, potremmo riassumere così la nostra epoca che sembra aver smesso di credere non solo nella verità oggettiva o nel fatto che la storia abbia un senso, ma anche in valori universali etici ed estetici.
Non ci sono fatti, né scientifici né morali, tutto è interpretabile e, alla fine, qualsiasi cosa può andar bene: è la versione popolare, a tratti populista, di alcune importanti correnti filosofiche, come il pensiero debole e il relativismo, che hanno segnato il Novecento, il secolo del postmoderno, e delle quali è forse arrivato il momento di sbarazzarsi. Tornando al realismo, come propone il “nuovo realismo” difeso, tra gli altri, da Maurizio Ferraris, o più in generale a quei valori della modernità che il postmodernismo ha rigettato. Riscoprendo quella che, parafrasando questa volta ‘La condizione postmoderna’ di Lyotard, potremmo chiamare ‘La condizione neomoderna’, come da titolo del saggio del filosofo Roberto Mordacci (Einaudi 2017). Tornare alle idee chiare e distinte con cui Cartesio aveva dato il via a un nuovo modo di filosofare, tornare al metodo critico basato su argomenti perché – è una delle tesi del saggio – il postmodernismo nasce in parte da un equivoco, attribuendo a tutta la modernità le degenerazioni ottocentesche di un sapere che si pretende assoluto e totale – confondendo in poche parole il razionalismo con l’idealismo e l’illuminismo con il positivismo. Un errore che impedisce ai postmodernisti di analizzare efficacemente la situazione presente.

Roberto Mordacci, possiamo dire che la proposta del saggio è più storiografica che teorica? Nel senso che non c’è la proposta di una filosofia che sostituisca il postmodernismo, perché queste filosofie in parte già ci sono, ma c’è un invito a ripensare la nostra società senza le categorie del postmoderno.
Sì, anche se la tesi del libro, più che storiografica, direi che è quasi sociologica, di sociologia della cultura. La nostra condizione non solo non è più descrivibile con le categorie del postmoderno, ma ha cominciato a descriversi in un modo diverso, anche se non si è ancora dato un nome.
Dal punto di vista culturale è un cambio significativo. Che a mio modo di vedere sostiene una proposta teoretica: in questo momento si avverte il bisogno di una teoria nuova, scritta quasi ex novo, come lo erano quelle della modernità. Personalmente ho la mia teoria, una ripresa del pensiero critico a partire dal concetto di persona, ma non è la sola, è anzi una delle tante teorie che spero si affermino e che rimettono al centro la questione del reale, del canone estetico, del canone morale, del canone epistemico…

‘La condizione neomoderna’ si ferma comunque prima di questa proposta concreta.
Sì, un po’ perché un profilo, anche se ancora abbozzato, del personalismo critico l’ho scritto nel libro precedente, ‘L’etica è per le persone’, pubblicato da San Paolo, nel quale metto al centro le ragioni personali come ragioni decisive sia in campo morale sia in campo cognitivo. È un modo di intercettare una reale interazione col mondo, al di là dello schema scettico esasperato o di quello ermeneutico esagerato che sono tipici del postmodernismo.

Approccio scettico ed ermeneutico che, si afferma in ‘La condizione neomoderna’, sono inadeguati a descrivere la nostra società. Eppure, nell’era della post-verità, che cosa meglio del postmodernismo può aiutarci a comprendere quello che accade?
Ma la post-verità è proprio il frutto avvelenato e direi postumo del postmodernismo.
Mi spiego meglio. Abbiamo avuto quasi un secolo di cultura alta – prima la critica letteraria, poi l’arte, la filosofia eccetera – che è andata ripetendo che la verità è finita, che la metafisica è violenza, che l’idea stessa di avere valori morali è intollerante e così via. Questa onda della cultura alta si è riversata sulla cultura bassa con effetti devastanti.
L’arte in questo è stata un veicolo molto efficace: un certo Kitsch, un certo gusto per la provocazione fine a sé stessa, al valorizzare il brutto come emblema della fine di ogni pretesa veritativa o estetica dell’arte. E la televisione ha portato all’estremo questa deliberata scelta di cancellare l’alto per mettere tutto al livello più basso possibile.
Alla fine, l’idea stessa che ci siano dei fatti risulta, per tutti, irrilevante…

Stiamo arrivando a uno dei punti più delicati del ragionamento: il passaggio dalla riflessione filosofica al sentire comune. Perché quando si dà la colpa della post-verità al postmodernismo, penso sempre a Trump che legge Lyotard o Derrida, ed è un’immagine un po’ stonata…
Ma Derrida, Lyotard, Vattimo, Bauman e così via hanno sdoganato questo modo di pensare nella cultura media che prima invece restava vicina ai valori moderni e, quando saltava fuori qualche idea oggettivamente sbagliata, interveniva. Quindi non è che le masse hanno letto Lyotard, è che si sono sentite autorizzate dai giornali, dalla televisione, dalla radio, da internet, da chi detiene un po’ di cultura a dire “ma tutto va bene, è tutto uguale, uno vale l’altro perché non c’è nessun criterio”, dando il via a idee populiste e antiscientifiche.

E infatti, se guardiamo a movimenti come quello antivaccini, troviamo soprattutto persone mediamente istruite…
Certo: non avremmo avuto un caso vaccini se da cinquant’anni la cultura non dicesse “la scienza è pura opinione”, se non ci fossero stati gli epistemologi post-strutturalisti, i lettori di Lyotard e Foucault – anche se quest’ultimo non era per niente postmodernista – a dire che “la scienza è un’ideologia come un’altra”… È un’ideologia, ma non è affatto come le altre! Il fatto che la scienza sia criticabile – perché ci sono nuove scoperte, perché ci sono le rivoluzioni scientifiche alla Kuhn e anche perché ci sono le frodi e i conflitti di interesse – non significa che sia semplicemente un’opinione alla quale si possa contrapporre una qualsiasi altra opinione. Il metodo logico e il confronto con l’esperienza sono criteri più solidi del relativismo. 

Un rifiuto delle narrazioni della modernità che porta, forse paradossalmente, al ritorno ad altre narrazioni identitarie e nazionalistico-religiose…
Una reazione fortissima, e lo spiega molto bene nel suo ultimo libro, ‘Retrotopia’, Zygmunt Bauman, autore con cui non sono d’accordo praticamente su nulla, ma la cui diagnosi – come del resto quella di molti postmodernisti – non è completamente sbagliata.
Il tema del libro di Bauman, che lui riprende da Svetlana Boym, è l’epidemia di nostalgia nel mondo contemporaneo. Lo vediamo nel ritorno al tribalismo: l’individuo si percepisce come completamente avulso dallo stato e allora per darsi una identità si affida alla tribù e alla nostalgia del tempo mitico della fondazione. Non c’è alcun Leviatano, cioè alcuno stato che possa garantire pace e sicurezza, e quindi – afferma Bauman – si ritorna allo stato di natura.
Solo che Bauman, nell’ultimo capitolo, tira fuori che l’unica alternativa è il dialogo, e inizia un esagerato peana verso Papa Francesco… ma se tu hai scritto per tutta la vita che non ci sono pretese, che la società è liquida, che la cultura deve essere liquida, che non ci può essere niente di solido, nessun argine razionale o strutturale nell’approccio con l’altro, il tuo appello al dialogo è spuntato. Papa Francesco lo può fare perché ha dietro una rivelazione e un dogma, ma se togli questo fondamento o fai il gesto fideistico – e dipende con chi finisci – oppure hai bisogno, se non proprio di idee chiare e distinte, quantomeno di un criterio di riconoscimento del falso, del contraddittorio, del confuso. Che è quello che la modernità ha cercato fuori delle religioni, anche se senza escludere affatto l’esperienza religiosa.

Credo che questo sia un punto centrale, perché i postmodernisti sostengono che, al contrario, vi possa essere dialogo solo se rinunciamo alle nostre certezze assolute.
Ma il dialogo lo hai se rinunci alla violenza. E rinunci alla violenza se e solo se confidi almeno minimalmente nella ragionevolezza del confronto linguistico e dialettico. Il che comporta che nessuno possieda la verità – e questo lo ha detto la modernità – e che ciascuno sia chiamato all’esercizio razionale della critica. Se tu invece dici che non c’è alcun esercizio razionale che conduca non dico alla verità ma a un accordo, a qualcosa che possiamo ritenere condiviso fino a prova contraria, allora non esci mai dall’orizzonte della violenza. Il dialogo, nel postmodernismo, è impossibile: se nessuna verità è possibile per nessuno e ogni opinione ha lo stesso valore, come facciamo a parlare?

Un minimo di certezza di cui, si afferma nel saggio, si inizia ad avvertire il bisogno.
Il postmodernismo adesso è arrivato alle masse e per un po’ di anni continueremo ad avere questi movimenti fideistico-irrazionalistici, dal nazionalismo tribale al relativismo esasperato. Ed è un momento molto pericoloso. Ma le classi colte hanno iniziato a capire che così non va, e hanno cominciato a chiedere qualche punto irrinunciabile: un minimo di tolleranza, di dignità umana, di giustizia, di solidarietà, quelle cose che stanno scritte ad esempio nel Trattato di Nizza. È un cambiamento importante, che vedo dal mio punto di osservazione che sono gli studenti. Quindici anni fa arrivavano al primo anno di Filosofia completamente nichilisti e relativisti. Negli ultimi cinque anni la situazione si è completamente capovolta: ho studenti che arrivano con un bisogno spasmodico di certezze, se non già carichi di certezze loro, e se per caso fai un po’ il relativista ti saltano addosso, irritati dall’atteggiamento della nostra generazione, svagato e non impegnato verso le cose che contano.

Ripartire, ma tenendo comunque presente le critiche dei postmodernisti, oppure non si salva niente?
Non dovremmo commettere gli errori commessi nell’Ottocento che è stato un detour, un tradimento rispetto al progetto della modernità, progetto che fino al Settecento non era fare della scienza l’unico sapere valido, o della filosofia speculativa l’unico sapere totalizzante. Era un progetto critico, sui limiti di quel che possiamo sapere e di quello che possiamo sperare.
Il postmodernismo dovrebbe averci un po’ vaccinato contro la pretesa che uno di questi metodi – la scienza empirica o il concetto – cerchi da solo di squadernare l’intero. O almeno che, insieme all’ambizione di squadernare l’intero, ci sia anche la consapevolezza di porsi come un tentativo, mentre l’impressione, con l’idealismo di Hegel o il positivismo di Comte, è di un “arrivati a questo momento della storia non si può che pensare in questo modo, che questo è il compimento della libertà, o che il metodo scientifico spazza ogni cosa”. Nel neomoderno si riapre la possibilità di pensare e, anzi, si fa urgente la necessità di farlo in modo criticamente consapevole.

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