Commento
04.07.2018 - 06:300

Salari, bella scoperta…

Se la paga si abbassa troppo, ci tagliamo l'erba sotto i piedi

È davvero questione di punti di vista e di prospettive, ma anche di volontà di fare chiarezza. Ieri si è venuti a sapere, benché si sia portati a pensare l’esatto contrario, che il 14esimo rapporto Seco sugli effetti della libera circolazione sul mercato del lavoro svizzero ci rivela che il temuto effetto sostitutivo sulla manodopera locale non sussiste. A fare questa dichiarazione è stato Roland Müller, direttore dell’Unione svizzera degli imprenditori. Questo – è la tesi – perché ‘le persone altamente qualificate che giungono in Svizzera non si offrono a salari inferiori e non sono impiegate in posizioni lavorative non corrispondenti alle loro capacità’. La scottante conclusione – che però tiene conto solo della metà del cielo, quella alta, quella dei salari percepiti dalle persone per l’appunto altamente qualificate – è che il temuto effetto sostitutivo non esiste: ‘Né in Ticino e né in Romandia’. Bella scoperta! Ma qualcuno, se le carte sul tavolo sono solo quelle, lo aveva forse messo in dubbio?

Di fronte a tali affermazioni dal fronte padronale, normale che i sindacati non possano certo starsene a bordo campo. Così, pur non mettendo in dubbio i risultati del rapporto, l’economista capo dell’Unione sindacale svizzera, Daniel Lampart, ha sostenuto che il documento non dà abbastanza importanza ai lavoratori distaccati e ai frontalieri. Già, perché è in specie tra i distaccati e i cosiddetti ‘padroncini’ che sono stati constatati e denunciati casi di dumping.

I due estremi da tenere in considerazione – se si vuole analizzare veramente il problema – sono dunque i salari alti e pure quelli bassi. Quelli che devono essere protetti dalle misure di accompagnamento, in particolare in un cantone di frontiera come il nostro (e non è l’unico) che vede talune professioni particolarmente esposte alle pressioni sui salari e al fenomeno della sostituzione della manodopera indigena con quella frontaliera. Misure che hanno fatto anche recentemente parecchio discutere dopo le uscite ‘ballon d’essai’ del nostro ministro degli Esteri Ignazio Cassis nella partita ‘caliente’ dei bilaterali con l’Ue.

Che dire? Che, se non si vogliono confondere le idee, o semplicemente tirare l’acqua al proprio mulino, quando si commenta un rapporto su un aspetto così importante come il nodo gordiano della libera circolazione, bisognerebbe dare un’occhiata sia al bicchiere quasi pieno o colmo (quello dei salari alti), sia a quello mezzo vuoto. Il resto è propaganda pro domo propria. A meno che non si sia convinti che tutto sommato, per tenere in piedi un certo tipo di economia, si debbano semplicemente sacrificare i salari bassi (e chi faticosamente se li guadagna). Ma è davvero quello che vogliamo, soprattutto qui in Ticino? Legittimo dubitarne, perché quei salari più modesti e più esposti al dumping, se percepiti dai residenti sono quasi completamente spesi in patria, facendo del bene all’economia locale. Quando diventano invece troppo bassi (e se li possono permettere solo i frontalieri, che rimangono semplicemente frontalieri, spendendo quello che guadagnano da noi a casa loro), siamo noi a tagliarci l’erbetta sotto i piedi.

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