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09.07.2020 - 06:00

I salari dei frontalieri spiegati da un economista

Gli ultimi dati confermano la differenza nelle retribuzioni. C'entra il dumping, ma non solo. E revocare la libera circolazione porterebbe "chiusure e fallimenti"

Il sedicesimo rapporto sulla libera circolazione pubblicato dalla Segreteria di Stato dell’economia (Seco) parla di “situazione equilibrata nel mercato del lavoro”. Ma il diavolo è nei dettagli, e se si vanno a leggere i dati riguardanti il Ticino la situazione appare più preoccupante: i salari dei frontalieri – che costituiscono un terzo della forza lavoro, +5,6% rispetto al 2010 – sono in media del 30% inferiori rispetto a quelli dei residenti. In questi casi il dibattito locale si riaccende, tornano in (libera) circolazione parole come dumping ed effetto sostituzione, col rischio però di saltare a conclusioni contraddittorie e affrettate. Per capire meglio la situazione abbiamo interpellato Sergio Rossi, professore di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friburgo.

Professor Rossi, la differenza salariale tra frontalieri e residenti in Ticino è notevole. Resta da capire se sia dovuta a fenomeni di dumping – paghe inferiori a parità di mansione – oppure al fatto che i frontalieri, come nota la stessa Seco, svolgono mansioni più umili e quindi ‘naturalmente’ meno retribuite.

Sicuramente occorre tenere conto della tipologia d’impiego: molti frontalieri occupano gli ultimi gradini nelle scale degli organigrammi aziendali – parliamo ad esempio di commessi e operai, ma anche di muratori e infermieri – e quindi la differenza può essere spiegata anche così. Però poi non si può negare che per quelle stesse mansioni si notino persistenti problemi di dumping: potendo contare su lavoratori che in Italia affrontano un costo della vita inferiore, alcuni datori di lavoro ne approfittano per risparmiare sui salari.

Questo crea un effetto sostituzione a danno dei residenti?

Dipende da come lo si definisce. Non si vede un licenziamento sistematico di residenti a favore di frontalieri. Ma guardando con più attenzione si nota che si tende, per una nuova assunzione, a optare per frontalieri disposti ad accettare salari inferiori a parità di formazione e competenze.

Si tratta di un fenomeno che riguarda solo i lavori manuali?

No. Ultimamente si notano tendenze analoghe anche nel terziario, pensiamo ad architetti e informatici. Perfino nel settore pubblico – istruzione e sanità – si rischia di seguire la stessa strada in nome dell’efficienza, intesa come mero contenimento dei costi: troppo spesso anche il settore delle cure sanitarie è trattato come se fosse solo una questione di costi e benefici. Come si è visto con questa crisi sanitaria, spesso il risparmio è effettuato a danno della qualità, attuando un modello aziendale fragile e lacunoso.

La soluzione proposta dalla destra è drastica: revocare di fatto la libera circolazione. Il voto sull’iniziativa popolare ‘per la limitazione’ si terrà il 27 settembre: la chiusura è auspicabile?

Si tratta di un ragionamento semplicistico. A livello locale, costringendo certi settori ad assumere solo residenti si assisterebbe a una serie di chiusure e fallimenti, perché l’improvviso aumento della massa salariale necessaria a proseguire l’attività sarebbe insostenibile: pensi solo a quanti bar e ristoranti dovrebbero chiudere. Nel frattempo, la conseguente esclusione dal mercato comune penalizzerebbe l’economia dell’intera Confederazione, per la quale l’export risulta fondamentale. Poi magari si arriverebbe a una soluzione di compromesso, ma con l’Unione europea già impegnata su fronti ben più importanti come la Brexit, nel frattempo si rischierebbe di dare all’economia svizzera e ticinese il colpo di grazia: una depressione ancora più grave di quella dovuta al coronavirus.

Però la disponibilità di un ‘esercito di riserva’ spinge una parte del mondo imprenditoriale a speculare sui bassi costi di produzione, invece di perseguire modelli di business più innovativi.

In Ticino la mentalità imprenditoriale risente certamente di un forte deficit di creatività: siamo passati dall’agricoltura alla finanza senza attraversare una fase di sviluppo industriale organico, con ciò che essa comporta in termini di competenze e visioni imprenditoriali. La disponibilità di manodopera ha fatto del Ticino il serbatoio per produzioni a intenso impiego di lavoro, mentre il centro dei modelli di decisione e di innovazione è rimasto oltre Gottardo: Zurigo, Berna, Basilea, l’arco lemanico. Anche le piccole e medie imprese nostrane si sono dovute adattare a quel regime economico, che non ha mai avuto i bisogni del nostro territorio come priorità. È quella che Angelo Rossi definisce “economia a rimorchio”. 

La libera circolazione ha aggravato il problema?

Bisogna fare un passo indietro, e ricordare la crisi che il Ticino attraversò negli anni Novanta, il ‘decennio perduto’ dopo lo scoppio della bolla immobiliare. È proprio con la libera circolazione che dal 2002 l’economia è ripartita: oltre Gottardo sono arrivate persone con grandi competenze in settori che spaziano dalla medicina all’ingegneria, tanto che oggi i frontalieri in Svizzera tedesca guadagnano in media addirittura più dei residenti. Questo sviluppo, insieme al consolidamento delle esportazioni, ha avuto un effetto positivo anche sul Ticino: ad esempio nel settore farmaceutico e in quello delle macchine di precisione. Tuttavia persiste una grande differenza nel livello di innovazione e specializzazione tra il Ticino e il resto della Svizzera. Nel frattempo la condizione salariale e la disoccupazione hanno ricominciato a deteriorarsi gravemente. Segnali di crisi già emersi prima della crisi finanziaria del 2008 e oggi ulteriormente aggravati dalla crisi in corso.

Che fare per rendere la libera circolazione ‘migliore’ anche in Ticino? Di solito si citano sempre le misure di accompagnamento: le garanzie di condizioni equivalenti a quelle locali per i lavoratori distaccati dall’estero, l’obbligatorietà dei contratti collettivi in casi di dumping ripetuto e i contratti normali che stabiliscono salari minimi obbligatori.

Le misure di accompagnamento sono delle foglie di fico, anche perché poi bisogna applicarle e sanzionare gli illeciti. Più importante è lo sviluppo di una nuova mentalità imprenditoriale, per la quale la responsabilità sociale d’impresa non sia solo un insieme di belle parole, ma rifletta l’attenzione alla sostenibilità, anche occupazionale. Una parte dello sforzo passa proprio dalla formazione di nuove classi dirigenti. Già a scuola e all’università occorrerebbe insegnare qualcosa di più della semplice ricerca di profitti immediati, imparando anche ottiche differenti e critiche rispetto alle formulette e alle check-list mnemoniche che oggi dominano nelle imprese. 

Ma la politica cosa può fare?

Intanto si possono incentivare politiche salariali dignitose, monitorando le imprese e concedendo sgravi e aiuti solo a chi rispetta certi standard: un modo per incentivare strategie virtuose invece di perseguire la riduzione ‘a innaffiatoio’ delle aliquote di chiunque. Questo vale anche per altri fattori come il rispetto dell’ambiente e le ricadute sul territorio, e aiuterebbe un rinnovamento del panorama produttivo.

Poi occorrerebbe che lo Stato tornasse a fare la sua parte in quanto datore di lavoro: i settori pubblici e parapubblici – un esempio è quello della Posta – dovrebbero nuovamente fornire buone remunerazioni e prospettive occupazionali a lungo termine. Se invece si insegue la stessa logica del profitto a breve termine che domina nel settore privato, poi diventa difficile fare da guida del rinnovamento.

Il rischio però è quello di non trovare il consenso necessario ad adottare certe soluzioni: a volte l’impressione è che ai vertici dell’economia – e quindi in certa misura anche della politica – faccia comodo proseguire sul sentiero già battuto.

Purtroppo, come notava Joseph Schumpeter, l’imprenditore vero e proprio è sempre più sostituito dal manager, che guarda al profitto di breve periodo invece di trovare soluzioni originali e apportare una ‘distruzione creativa’, con idee e prodotti capaci di rivoluzionare interi settori. A livello locale va aggiunto il fatto che molti si reputano imprenditori, ma non lo sono: sfruttano una rendita di posizione, e all’innovazione privilegiano modelli di business basati sulla manodopera con salari al ribasso.

Dopo la parentesi delle frontiere chiuse, il coronavirus spingerà l’economia ticinese ad aumentare il suo ricorso a manodopera residente? Oppure esaspererà il ricorso al dumping?

Possono succedere entrambe le cose. Le ditte con finanze e strategie solide potrebbero riorientare le loro attività coinvolgendo i residenti. Invece le imprese più deboli, già minacciate dalla crisi, potrebbero puntare ancora di più sui frontalieri per ridurre all’osso i costi di produzione.

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