La crescita più forte delle attese e l'inflazione robusta rischiano di ostacolare il taglio dei tassi Usa proprio mentre si riattizzano le pressioni dell'amministrazione Trump sul presidente della Fed Jay Powell.
La Bce, invece, professa cautela: non ci vincoliamo "ad un particolare percorso" del costo del denaro, viste le incertezze e prezzi, ad esempio nel comparto alimentare, che segnano in media europea un rincaro di oltre il 30% rispetto al periodo pre-pandemia: un salasso per le famiglie a basso reddito che merita un "attento monitoraggio".
Fed e Bce sono da tempo 'disaccoppiate', con la seconda che nel giro di un anno ha già tagliato i tassi di due punti percentuali al livello neutrale grazie alla caduta dell'inflazione al 2%. La Fed, invece, si era fermata al 4,5% a fine 2024 fra pressioni inflazionistiche e timori che i dazi di Trump avrebbero gonfiato i prezzi.
Un taglio, prudente, al 4,25% è arrivato solo una settimana fa. Fra le pressioni, gli insulti e una guerra legale innescata da Trump contro i vertici della banca centrale, gli operatori puntavano a questo punto su una sequenza continua di tagli ad ogni riunione della Fed da qui a fine anno.
I dati di oggi dicono che qualcosa potrebbe andare storto: l'economia Usa nel secondo trimestre correva del 3,8%, oltre il 3,3% inizialmente stimato. Numeri che mettono in ombra i deboli dati recenti sul mercato del lavoro, e non contribuiscono a raffreddare l'inflazione ora al 2,9% contro un obiettivo del 2%: l'indice Pce, parametro preferito dalla Fed per misurare l'inflazione, nel secondo trimestre è rivisto al rialzo al 2,6%.
Nel frattempo un gruppo bipartisan di ex segretari del Tesoro come Summers e Paulson, e presidenti della Fed fra cui Greenspan e Bernanke fanno pubblicamente appello alla Corte suprema di non lasciare che Trump defenestri la governatrice Fed Lisa Cook. Michelle Bowman, sua collega nominata da Trump nel 2018, chiede di tagliare i tassi.
La Bce naviga in acque più calme. Una crescita "modesta" nei prossimi mesi dovrebbe far chiudere il 2025 con un +1,2%, mentre l'inflazione veleggia sul target del 2%. Gli spread sono tutto sommato contenuti e anzi il sorpasso della Francia sull'Italia conferma "la tendenza di più lungo periodo verso una convergenza dei differenziali di rendimento dei titoli sovrani".
Il bollettino economico di Francoforte può permettersi di ribadire ancora una volta il mantra: non ci leghiamo le mani sul percorso futuro dei tassi, attendiamo di vedere i dati e decideremo volta per volta. I rischi, fino all'estate considerati 'al ribasso', sono ora "più equilibrati": l'accordo con gli Usa sui dazi ha "ridotto l'incertezza", l'economia regge e i massicci investimenti tedeschi per difesa e infrastrutture dovrebbero dare slancio alla crescita: il Pil tedesco, secondo gli istituti che informano le decisioni di Berlino, quest'anno si fermerebbe allo 0,2% per accelerare il prossimo a 1,3%, nel frattempo la fiducia migliora.
Il ragionamento alla Bce è anche che è bene mantenere margini di manovra, conservare dello spazio per poter tagliare i tassi nel caso le cose dovessero volgere al peggio: nel radar ci sono la possibilità di nuove imposizioni di dazi da parte di Trump, un intensificarsi delle tensioni geopolitiche che quasi circondano l'Europa, o una decisa correzione dei mercati.