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laR
 
09.08.2022 - 13:08
Aggiornamento: 19:30

I Balcani e la guerra infinita delle targhe

Da quella dell’auto dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo al caos nella Bosnia post-conflitto, le sigle da quelle parti hanno un peso

i-balcani-e-la-guerra-infinita-delle-targhe
Un soldato Nato francese controlla un’auto a Kosovska Mitrovica (Keystone)

Come in tutti in quei luoghi in cui nessuna guerra e nessun morto è seppellito davvero, e dove ogni discussione, ogni lite, ogni piccola o grande rivendicazione viene tramandata di padre in figlio, nei Balcani si resta ancorati a un passato che non diventa passato mai: la battaglia della Piana dei Merli, Anno Domini 1389, venne combattuta in un solo giorno (il 15 giugno), eppure se ne parla ancora, e ti fa capire chi sta di qua e chi di là. È una delle poche sconfitte militari che un popolo – quello serbo, in questo caso (sconfitto dagli ottomani) – usa come mito fondante di sé stesso. Altrove, le Caporetto, le Waterloo e i Vietnam sono diventati uno strumento per fare autocritica, cadute che servono a misurare la distanza da momenti più alti.

Questo intestardirsi su una questione vecchia più di sei secoli è stata usata per giustificare le guerre jugoslave degli anni Novanta e resta un sottotesto di guerre fredde, anche se non si ancora per quanto, come quella delle targhe che rischia di scoppiare in Kosovo, dove all’inizio di agosto abbiamo assistito a qualche scintilla che – un po’ per calcolo e un po’ per fortuna – è rimasta tale.

Le targhe nei Balcani non sono solo targhe, ti dicono da dove vieni. E nei Balcani da dove vieni talvolta è tutto. Una targa può farti tornare indietro di sei secoli, ai tempi in cui si viaggiava a cavallo e le targhe ancora non c’erano, ma l’odio sì; altre avrebbero perfino predetto il futuro, come quella dell’auto su cui viaggiava, a Sarajevo, l’arciduca Francesco Ferdinando il 28 giugno 1914, giorno in cui fu ucciso dal nazionalista serbo Gavrilo Princip. Quell’evento – come molti sanno – fu la scintilla della Prima guerra mondiale; quello che non tutti sanno è il numero di targa di quell’auto, che in questa terra dove le coincidenze non sembrano mai coincidenze, ma fatti strazianti e ineluttabili, portava già con sé la fine del conflitto pur non essendo ufficialmente nemmeno l’inizio: "AIII118". L’11-11-18 è la data della firma dell’armistizio. Roba da stregoni, ciarlatani e film di Kusturica.


L’auto di Francesco Ferdinando a Sarajevo e la targa che predisse il futuro (Twitter)

Sempre le targhe, quando negli anni Novanta i fratelli jugoslavi decisero di farsi la guerra, divennero lasciapassare e condanna, a seconda di chi le vedeva, di che arma aveva, di quanto e come poteva farti male. Nella Bosnia post-conflitto, pacificata sulla carta, ma mai del tutto nella realtà, le targhe erano diventate un modo di continuare la guerra: all’epoca veniva indicata la città di provenienza, un modo quasi scientifico per sapere anche l’etnia del proprietario. Si moltiplicarono gli agguati e i vandalismi finché non venne deciso di applicare un nuovo modo di far riconoscere un’automobile senza far riconoscere tutto il resto in un Paese che usava due alfabeti diversi, quello latino nella Bosnia croata e bosgnacca (quella dei musulmani di Bosnia), quello cirillico nella Repubblica Srpska legata a Belgrado: via le sigle delle città, via tutte le lettere che appartenevano a uno solo dei due alfabeti, dentro tutte le altre, e i numeri. Da quel momento in poi sono diminuiti incidenti e imboscate. Ancora oggi, per molti, quello è stato il più grande successo diplomatico dentro una serie di accordi che sembrano avere più buchi di uno scolapasta.

In Kosovo – il luogo conteso in cui fu combattuta la battaglia della Piana dei Merli, proprio a pochi chilometri dalla capitale mai accettata dai serbi, Pristina – la questione è al contempo più semplice e più complicata. La parte semplice sarebbe fin troppo semplice: il Kosovo, in quanto Stato indipendente (sebbene non riconosciuto da Belgrado), vorrebbe imporre targhe con la sua sigla alle auto che circolano stabilmente all’interno dei suoi confini, come accade in qualsiasi Paese. Ma le quattro province a maggioranza serba del Kosovo continuano ad affidare la questione documenti (targhe, ma anche carte d’identità) alle strutture parallele messe in piedi dalla Serbia, di cui vorrebbero far parte. Qui si sconfina nel complicato, che ha un nome specifico "criterio di reciprocità", che estende la questione ben oltre gli uffici della motorizzazione e arriva – volendo – sino al 1389.


La scritta ‘Kosovo is Serbia’ (Keystone)

La reciprocità viene considerata un’esigenza dai kosovari dopo un accordo-ponte siglato nel 2016 che è scaduto nel settembre di un anno fa, in cui Pristina – per quieto vivere e per mancanza di alternative – aveva rimandato tutto, subendo l’iniziativa unilaterale della Serbia, che non riconoscendo il Kosovo, obbligava (e obbliga) tutte le auto che entravano nel suo territorio a comprare una targa provvisoria per coprire quella indesiderata con la sigla ‘RKS’: il prezzo è intorno ai 4 franchi, la durata di 60 giorni. Ora il Kosovo, scaduto l’impegno siglato nel 2016 vorrebbe fare lo stesso, ovvero obbligare i serbi a procurarsi una targa kosovara. A Belgrado hanno innalzato le barricate diplomatiche, sui valichi di Jarinje e Brnjak, lo scorso primo agosto, le barricate erano vere. Quanto quelle proteste – fortunatamente non sfociate in aperte violenze – siano state rabbia popolare e quanto orchestrate dalla Serbia non è dato saperlo, ma senza un accordo o una qualche soluzione, a settembre avremo la replica, se non qualcosa di peggio. La reciprocità delle targhe (e anche delle carte d’identità per chi vive nel Kosovo a maggioranza serba) avrebbe dovuto entrare in vigore il primo agosto scorso, ma visto il caos alla frontiera si è deciso di spostare tutto al primo settembre, vale a dire tra poco più di 20 giorni, tanti se vuoi trovare una soluzione. Ma siamo in posti in cui restano insolute battaglie di sei secoli e mezzo fa.


Una targa kosovara (Wikimedia)

Il premier kosovaro Albin Kurti, in questi giorni, ha fatto capire di non voler piegarsi a Belgrado con frasi inequivocabili: ‘Chi ha manifestato al confie è a libro paga della Serbia’, ‘siamo una democrazia che ha a che fare con un’autocrazia’, ‘il panslavismo fascista del Cremlino ha portato la guerra in Ucraina, se accadrà qualcosa di simile in Transnistria, potrebbe esserci un conflitto anche nei Balcani’.

Kurti ha anche tirato fuori alcuni numeri preoccupanti: ‘Lo scorso anno i serbi hanno pianificato 91 esercitazioni militari congiunte e ne hanno fatte 104. Le due più importanti si chiamano Scudo Slavo e Fratellanza Slava. Dall’agosto del 2001 la Serbia ha installato attorno al Kosovo 48 basi operative avanzate, 28 dell’esercito e 20 della gendarmeria’. E tutti sappiamo cos’è accaduto in Ucraina in seguito allo spostamento di militari russi verso il confine.


Il premier kosovaro Albin Kurti (Keystone)

Dietro una semplice targa c’è quindi molto altro, lo dimostra un conflitto sopito e annacquato dal tempo (sebbene mal digerito) come quello delle Falkland-Malvinas, che nel 2014 si è riacceso per una polemica su una targa, quella della Porsche del conduttore di Top Gear Jeremy Clarkson portata in Argentina per girare una puntata del suo programma. La targa era H982FLK. Richiamava da molto vicino la data della guerra, 1982 e le lettere delle isole contese. Provocazione? Forse (Clarkson poteva sbarcare con un altro modello). Caso? Anche, visto che l’auto era registrata con quella targa da parecchi anni. Finì a dulce de leche e vino. Altre latitudini, altri momenti, altre targhe.

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