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il reportage
05.04.2022 - 05:30
Aggiornamento: 11:06

Sarajevo ieri e oggi: 30 anni dall’assedio

Il 5 aprile 1992 i cecchini serbi uccisero sul ponte di Vrbanja due donne che manifestavano per la pace. Iniziava così un accerchiamento di 1’425 giorni

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Un militare bosniaco difende i civili sotto il tiro dei cecchini (Keystone)
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Sarajevo la puoi leggere attraverso i suoi ponti, che sono tanti. Ognuno contiene una storia che racconta questa città e il suo ingombrante posto nel mondo. All’angolo del Ponte Latino, il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip sparò all’arciduca Francesco Ferdinando, dando inizio alla Prima guerra mondiale. Poco più in là c’è il ponte Drvenija, per secoli ostinatamente di legno, buttato giù dalle piene, che veniva ricostruito tale e quale. Ora di legno resta solo il corrimano.

Il ponte Šeher-ćehajina porta con sé la leggenda di un diamante custodito al suo interno e poi rubato da un innamorato. Quel ponte l’hanno attraversato uomini, donne e perfino una casa, conosciuta da tutti come Inat Kuca, la ‘Casa del dispetto’: era di un tale chiamato Benderija, che si oppose agli austriaci che volevano costruire sul suo terreno il nuovo Municipio. Acconsentì solo in cambio di un sacco di monete d’oro e della ricostruzione della casa, tale e quale, mattone per mattone, dall’altro lato della Miljacka, il fiume che taglia in due la città.


In fila per l’acqua a Sarajevo (Keystone)

Il ponte Skenderija, nel centro cittadino, fu costruito – in cemento – dalla Jugoslavia di Tito nel 1969, nel momento di grandeur sarajevese arrivato al suo apice con le Olimpiadi invernali del 1984, quando attorno stava già crollando tutto. Il ponte della Capra, invece, fu inaugurato quattro secoli prima per collegare Sarajevo con il centro del potere ottomano, Istanbul; mentre il Ponte Eiffel è un ponticello d’acciaio che dicono sia dell’ingegnere francese, ma non ci sono le prove per dimostrarlo. Chi ha fatto cosa, vecchio problema dei Balcani, la cui anima si è disintegrata insieme al ponte di Mostar, bombardato dai croati il 9 novembre 1993; un’anima raccontata dal premio Nobel Ivo Andric in un libro che ha come protagonista un ponte che li racconta tutti quanti, quello sulla Drina, che non si trova a Sarajevo, ma a est, a due passi dal confine con la Serbia, a Visegrad.

Uno dei ponti meno appariscenti di Sarajevo aveva un nome, Vrbanja, e ora ne ha un altro, anzi due: Suada e Olga, due giovani donne che il 5 aprile 1992 protestavano contro la guerra sotto il tiro dei cecchini serbi. La guerra c’era già, e anche i morti, eppure ci si illudeva di poterla scacciare. Erano arrivati giovani da tutta la Jugoslavia in frantumi, dalla Serbia e dalla Croazia. Chi c’era dice che c’erano centomila persone a invocare la pace. Sparare su quella folla era il gesto estremo, il punto di non ritorno: non solo una dichiarazione di guerra, un vero e proprio proposito di annientamento. Quel giorno iniziò ufficialmente l’assedio di Sarajevo: chi la difendeva stava al di qua del ponte, chi voleva distruggerla dall’altra, nel quartiere di Grbavica, e anche tutt’intorno sulle montagne. Durò in tutto 1’425 giorni, il più lungo della storia moderna. Finì, ironia della sorte, in un giorno che di solito nemmeno esiste, il 29 febbraio del 1996.


Ripararsi dietro ai mezzi dell’Onu era l’unico modo a volte per evitare la morte (Keystone)

Dimmi che birra bevi

Per capire Sarajevo bisogna capire la Bosnia. E se a dividere la Bosnia, trent’anni fa, c’erano i signori della guerra e le targhe delle auto, oggi ci sono la mafia e la birra. Già, la birra. È il nuovo confine che salta all’occhio in mezzo ad altri mille confini invisibili. Se al bar servono la Sarajevsko sei nella Bosnia islamica, se dai frigoriferi fanno capolino Jelen e Nektar sei nella Repubblica Srpska, l’entità a maggioranza serba. Se sui cartelloni pubblicitari c’è scritto Ozjusko o Karlovacko, sei in una città a maggioranza croata. È un metodo infallibile, più accurato di un gps e perfino utile per destreggiarsi, evitare gaffe, incomprensioni, incidenti diplomatici che possono sfociare in risse e aggressioni, soprattutto nella parte serba del Paese, la più ostile e non solo per le scritte in cirillico e la moltitudine di bandiere paraserbe che sventolano come a voler ricordare che quella non è Bosnia.

A Banja Luka, capitale della Repubblica Srpska, a nord del Paese, fare foto nell’unica piazza che merita uno scatto, dove sorgono la grande cattedrale ortodossa e gli edifici governativi, non è semplice: un gruppo di poliziotti dall’aria poco amichevole fa segno che non è aria. Non va meglio all’ufficio del turismo, in cui vengono date tutte le informazioni possibili sulle città "serbe" e perfino su Belgrado. Ma se si chiede come arrivare o dove soggiornare a Sarajevo raramente qualcuno vi dirà come fare. Assediata per quasi quattro anni dai cetnici (i guerriglieri nazionalisti serbi), oggi – da quelle parti – Sarajevo semplicemente non esiste. Generalmente ignorata, viene nominata solo per essere criticata o sbeffeggiata. Uscire la sera provoca un senso di insicurezza alimentato dai racconti delle guide turistiche: "Mai girare con simboli di una squadra di calcio che non sia quella locale, si rischia di essere malmenati. C’è chi è stato aggredito perfino con un machete". Altre due cose da non fare: parlare della guerra e del Kosovo.


Un bambino si affaccia da una panetteria crivellata di colpi (Keystone)

I fantasmi di Mostar

La strada che da Banja Luka porta a Mostar vede il bianco, il rosso e il blu della bandiera serba prendere la forma scudata di quella croata. E nei boccali sempre più Karlovacko, sempre meno Jelen. Nei paesi della Federazione (la parte a maggioranza islamica del Paese), come a Konjic, ci sono ancora i minareti distrutti a ricordare quello che le targhe, dopo la guerra, hanno provato a cancellare: l’odio etnico. Già, le targhe: a conflitto concluso, per motivi di sicurezza, bisognava trovare un modo per immatricolare le automobili senza mostrare la città o l’area di provenienza, per evitare vandalismi e vendette. Si è deciso di prendere dai due alfabeti parlati nel Paese, il cirillico e il latino, solo le lettere presenti in entrambi. E poi mescolarle coi numeri. È stato forse il più grande successo diplomatico in trent’anni di Bosnia.

Il simbolo di questa integrazione rimasta solo sulla carta degli accordi di Dayton e mai iniziata davvero è Mostar, la città del ponte distrutto che ha saputo racchiudere in un’immagine la follia della guerra dei Balcani. A Mostar la vecchia linea del fronte, a pochi passi dal fiume, non c’è più, ma è come se ci fosse ancora. Non si spara, ma ci si guarda in cagnesco. I croati di qua, i bosgnacchi (i musulmani di Bosnia) di là. Stando alle statistiche, circa i due terzi dei croati di Mostar non l’ha mai attraversata, e viceversa. Nascere a destra o a sinistra di quella linea cambia il modo di mangiare, vestirsi, pregare. Insomma, vivere. La scuola ipocritamente chiamata "interetnica" dalle autorità locali segue la regola che è alla base di una divisione che rischia di essere eterna: "Due scuole, un tetto". Vale a dire, nello stesso edificio, cristiani e musulmani non vengono mai a contatto: ognuno le sue classi, ognuno le sue materie, ognuno la sua storia. Si studia e si cresce nello stesso posto, che però è un lontanissimo altrove.


Una barricata nel quartiere di Dobrinja (Keystone)

Miran Meksic, proprietario di un ostello, non se ne fa ancora una ragione. Indica la scuola e dice: "Questo è il luogo dove provano a rovinare le nuove generazioni". Ex soldato dell’esercito bosniaco e pacifista dichiarato, ama parlare di politica in modo schietto (sosteneva Gheddafi e sostiene Assad) con gli stranieri a tal punto da trovarsi a volte in situazioni tese con i suoi ospiti: «Non amo gli Usa, né questa Europa che accetta i croati, ma non i bosniaci. Dividono l’ex Jugoslavia tra chi ha soldi e chi no, tra chi ha un Dio e chi ne ha un altro. Così i croati hanno un passaporto europeo e io devo fare il visto». Miran parla del cognato ucciso con la stessa naturalezza con cui noi potremmo parlare di un incidente stradale, non di un omicidio in tempo di guerra. «Convivevamo tutti i giorni con quella follia e lo facciamo ancora. Io ad esempio so chi ha ucciso mio cognato. Ufficialmente non si sa. Ma io sì: nome, cognome, indirizzo. Non faccio vendette personali, aspetto i giudici, che però non arrivano mai». Raccoglie un bossolo da uno dei palazzi bombardati a rischio crollo e lo mette in tasca.

Queste case pericolanti sono ovunque, la maggioranza concentrata in via Tito, l’arteria principale della parte bosniaca della città. "Di qua hanno i soldi per le moschee, di là per le chiese. Ogni tanto ne spunta una nuova. Ma per scuole e ospedali niente. E di buttare giù o restaurare questi palazzi non se ne parla. Si mette un cartello con scritto ‘pericolo’ e ci si lava la coscienza. E la gente si abitua, ci parcheggia la macchina lì sotto". Mentre parla, una mamma col passeggino cammina sul marciapiede, sotto a quei cartelli penzolanti, a dimostrare che anche solo semplicemente attraversando la strada a Mostar si convive ancora con la guerra.

Le montagne di Karadzic

Pale, l’ex capitale della Repubblica Srpska nascosta tra le montagne che dominano Sarajevo, è un paesello come tanti, ma anche il luogo dove Radovan Karadzic mise il suo quartier generale durante l’assedio. Tutto è in cirillico, tra un po’ perfino le facce della gente. I vestiti degli uomini, il trucco delle donne, l’aria da vecchio mondo rurale dei negozi e l’odore stantio delle piazze: tutto contribuisce a pensare a Pale come un luogo chiuso, l’opposto dell’odiata, cosmopolita, Sarajevo. La bandiera del partito locale, dissimile solo nei dettagli da quella serba, è la dichiarazione di guerra in tempi di pace dalle stesse montagne da cui partivano i carri armati dei cetnici. In posti come questi fa proseliti Milorad Dodik, il leader dei serbi di Bosnia, che vuole la secessione della Republika Srprska e un esercito tutto suo.


I volantini con la ricompensa per informazioni su Karadzic (Keystone)

L’altra anomalia serba in terra di Bosnia è Sarajevo Est, uno dei quartieri più poveri della capitale. L’unico della città a far parte della Repubblica Srpska. L’unico da cui i serbi non se non sono mai andati. Si trova in realtà a ovest della città. Ma la schizofrenia che non ha abbandonato la politica di questi luoghi preferisce dare nomi che non abbiano a che fare con l’Occidente. Così ovest diventa est.

Benvenuti a Sarajevo

Sarajevo, invece, bellissima, col trucco rifatto, ma ancora visibilmente ferita, sembra vivere in un mondo a parte. Incastonata tra le montagne, impreziosita dall’eleganza dei suoi minareti, commovente per la presenza di una chiesa, una sinagoga e una moschea a pochi metri di distanza, è l’unico luogo d’Europa in cui convivono pacificamente le quattro maggiori religioni d’Occidente (cattolici, ortodossi, ebrei e islamici). Qui, nel vecchio centro storico, la Bascarsija, si possono vedere musulmani che pregano nella moschea accanto a chi ordina birra. La follia dei cetnici aveva ridotto questa città in una trappola: 12mila morti, 50mila feriti. Si viveva costantemente sotto il tiro dei cecchini. Decine, centinaia di bombe e granate sganciate ogni giorno. Ogni notte.

Oggi l’effetto delle granate è diventato un’opera d’arte e allo stesso tempo un luogo del ricordo. Il punto del terreno in cui cade la granata ha un centro rotondo e dei "raggi" che assomigliano ai petali di un fiore. Da lì l’idea di colorarli di rosso e trasformare un atto di guerra in uno d’amore, la "rosa di Sarajevo". Sono ovunque, basta camminare guardando in basso. Una si trova davanti al mercato di Markale, in pieno centro, dove un doppio bombardamento uccise oltre cento persone e di fatto costrinse, nel 1995, l’immobile comunità internazionale a fare qualcosa.


Uno dei cimiteri di Sarajevo sopra l’ex biblioteca bombardata (Keystone)

"Non c’era più niente ormai a Sarajevo, mancava la luce, l’acqua, ci scaldavamo bruciando libri, scarpe, alberi dei parchi, mobili. Mangiavamo, quando mangiavamo, verdure coltivate sui davanzali, razionavamo tutto", racconta l’ex soldato della Resistenza sarajevese Adnan: "A me ha salvato la Coca Cola. C’era una fabbrica in città con grandi depositi. Il fatto che contenesse caffeina e zucchero in quantità la rendeva più importante del cibo. Su quello, poi, non facevamo tanto i difficili. Una volta, tra i pacchi di aiuti alimentari arrivò un scatola di biscotti dalla Corea del Sud con data di scadenza 1958". Adnan sorride e dice: "Li ho mangiati. Buoni. O almeno me li ricordo buoni".

Quando arriviamo sul monte Trebevic (controllato dai serbi durante la guerra) per vedere uno dei simboli della Sarajevo devastata – la pista di bob ormai in disuso delle Olimpiadi del 1984 –, Adnan si raccomanda di non andare nel bosco per via delle mine: "Le aree a rischio sarebbero delimitate, ma dopo le alluvioni degli ultimi anni molte mine si sono spostate e non ci sono i soldi per andarle a individuare. Durante una festa organizzata in un parco definito "zona sicura", un bambino di sette anni ha messo un piede su una mina e ha perso una gamba. E poi dicono che la guerra è finita".


Un cimitero improvvisato vicino allo stadio delle Olimpiadi del 1984 (Keystone)

Il ponte di Vrbanja

Quando la guerra era ancora in corso, nei pochi momenti di tregua – grazie a lasciapassare rarissimi – chi stava da una parte della Miljacka poteva incontrare chi era rimasto dall’altra in un luogo dal nome beffardo, ponte della Fratellanza e dell’Unità. Poco oltre iniziava Sniper Alley, il viale dei cecchini, una strada larga e in cui nascondersi era quasi impossibile: una sorte di roulette russa in mano ai serbi, che avevano piazzato sui tetti i loro tiratori migliori.

Lì le facciate dei palazzi bombardati portano ancora i segni della guerra, proprio come all’angolo del ponte di Vrbanja, dove altri, dopo Suada Dilberovic e Olga Sucic, hanno perso la vita.

Il 19 maggio 1993 il ponte fu fatale ad Admira Ismic e Bosko Brkic: avevano entrambi 25 anni e stavano assieme da nove: lei bosgnacca, lui serbo bosniaco. Erano cresciuti insieme e insieme avevano deciso di abbandonare una Sarajevo che non riconoscevano più. Bosko morì all’istante, Admira, ferita, non si mosse e aspettò la morte accanto a lui. Fotografati sul selciato in un abbraccio tragico e profondamente umano in un luogo divenuto disumano, diventarono per tutti i Romeo e Giulietta di Sarajevo.


Admira e Bosko, i ‘Romeo e Giulietta’ di Sarajevo uccisi sul ponte di Vrbanja

I loro corpi senza vita rimasero lì 5 giorni. Sono stati seppelliti insieme nel Cimitero del Leone, sulle colline accanto allo stadio Kosevo, proprio quello delle Olimpiadi. Oltre il cimitero – che era stato chiuso e poi riaperto durante la guerra, quando a Sarajevo non si sapeva più dove mettere i morti – c’è il Bar Lav, il bar del Leone. Lì Bosko e Admira si erano innamorati, lì avevano progettato la fuga interrotta sul ponte di Vrbanja.

Al centro del ponte c’è una griglia dove si possono lasciare dei fiori e una targa con una scritta: "Kap moje krvi potece. I Bosna ne presusi": "Una goccia del mio sangue scorre. La Bosnia non diventerà arida".


Il ponte di Vrbanja, la targa e dietro i palazzi bombardati (Keystone)

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