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I morti sono centinaia da entrambe le parti (Keystone)
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il reportage
26.02.2022 - 05:30

La guerra in casa, la fuga, i vivi che si rifugiano tra le bare

Un viaggio da Kiev al Donbass, dove piovono bombe tra la neve, e dove soldati disposti a tutto, nei momenti di tregua, si prendono cura dei gatti

È il nove di febbraio e la neve delle ultime settimane che ha imbiancato strade e palazzi, si sta lentamente sciogliendo. Maidan, la piazza principale di Kiev, con il suo viale dei Cento angeli celesti, dedicato ai manifestanti uccisi dalla polizia nei sanguinosi giorni del febbraio 2014: cento, uomini e donne, massacrati in un solo giorno, il 23 febbraio. Una rivoluzione nata pacifica, dove per tre mesi persone di ogni classe sociale ed età, sono scese in piazza per non rinunciare al sogno di avvicinarsi all’Unione Europea.

Bisogna iniziare da qui per capire questo popolo e l’incredibile voglia di libertà e di indipendenza che in ogni momento, cerca di fare propria, di rivendicare, dimostrare. Viktor Janukovich, l’ex presidente: è lui il responsabile di quei massacri di civili in piazza. È sempre lui che tenta di allontanare l’Ucraina dall’Europa per riportarla sotto l’influenza russa. Il 23 febbraio 2014 scappa a Mosca. Per gli ucraini inizia una nuova era, ma tutto viene cancellato prima dall’Occupazione della Crimea e poi dalla guerra del Donbass, che divampa alla fine di aprile dello stesso anno.


Le proteste in piazza Maidan prima dell’attacco (Keystone)

Il monastero di San Michele si trova a poche centinaia di metri da Maidan. Anche qui, la storia del popolo ucraino si scontra con quella russa, e il ricordo del passato si mescola a quello odierno. La cattedrale e il monastero vennero demoliti dalle autorità sovietiche negli anni ’30, ricostruiti dopo il 1991. Sofiya sta guardando un muro della cattedrale pieno di fotografie di soldati caduti lontano, a est, in questa guerra sporca iniziata dalla Russia e dai suoi alleati locali. Ucraini contro ucraini. A volte fratelli contro fratelli, famiglie divise, l’odio generato da un seme malato, diventato pianta, con le sue radici marce che avvelenano pozzi e terreni, menti e cuori. "Abbiamo guadagnato un altro mese". Sofiya Shovikova, è originaria di Sjevjerodoneck, una cittadina del Donbas. Si trova a pochi chilometri dall’autoproclamata Repubblica di Luhansk, entità separatista.

Otto anni di guerra combattuta tra trincee e camminamenti, cecchini e bombardamenti. In questi giorni tutti aspettano di capire se la Russia attaccherà o meno, se l’Occidente riuscirà a trovare una mediazione con Mosca. Molti non credono che possa arrivare la guerra. "Questa situazione di stress noi non la viviamo da adesso, la viviamo da anni. Da Maidan, dalla rivoluzione". Mentre scorre lentamente davanti alle fotografie di duemila e ottocento caduti, uomini e donne, indica un uomo. Si chiama Serghej Gubanove ed è morto il 20 maggio 2020 a Trehizbenka, nella regione di Luhansk. A volte basta un accenno, anche se lontano, per far tornare tutto a galla. Sono i traumi che ci portiamo dentro, che seppelliamo sotto cumuli di altri ricordi e di polvere, ma che poi, prepotentemente, tornando di nuovo in superficie. E ci spezzano. Una lacrima riga il suo volto. Non per il freddo pungente, ma proprio per la sofferenza di quel pensiero ritrovato. "Ogni volta che parlo di quel periodo mi tornano in mente i feriti, i morti, il sangue e non riesco a frenare il mio dolore".

Uliana Fedoriachenko ha poco più di trent‘anni. Divide il suo tempo tra il suo lavoro di interprete, l’arteterapia per i reduci dal fronte e uno studio di pittura. Come tanti si definisce una ’volontaria’. "Ho imparato a reagire di fronte a determinate situazioni, senza avere paura, da quando ho iniziato a prestare soccorso all’ospedale militare qui a Kiev. Era pieno di feriti e il personale medico non bastava. Come tanti altri civili mi sono messa a disposizione. E come tanti altri ho partecipato alle proteste a Maidan. Quando è scoppiata la guerra nell’est volevo arruolarmi, ero arrabbiata, furiosa, poi ho pensato a mia madre. Non me la sono sentita di lasciarla da sola".


Una donna fuori dal suo appartamento distrutto (Keystone)

13 febbraio

Andrii ha un locale a Dnipro, aperto poco prima della pandemia. Si chiama ‘First Wawe’, la ‘Prima ondata’, e come altri luoghi, dopo anni di guerra, ha un richiamo al mondo militare dal quale tanti, seppur tornati alla vita civile, non riescono a staccarsi. Poco dopo l’entrata, un muro è ricoperto da centinaia di toppe di battaglioni di volontari e regolari che nel 2014 hanno preso parte ai combattimenti contro i separatisti filorussi. In mezzo campeggia il tridente ucraino, il Tryzub, collegato alla parola Volya, libertà. "Ho combattuto per il mio Paese, come tutti. Era giusto farlo, questa è la mia terra", dice Andrii.

Poco prima di partire per il Donbass, per tornare sui luoghi dove ha perso degli amici e dove ha passato mesi lontano da casa, passa a prendere Serghei. Anche lui è un veterano. Si siede in macchina accanto ad Andrii e spesso rimane in silenzio, isolato dal mondo, lontano. Forse quello della guerra. Ha un sacchettino di plastica trasparente dal quale ogni giorno a intervalli regolari pesca pillole di forma e colore differente. Dnipro è stata una delle città che ha fornito un importante contributo di uomini e mezzi per combattere gli alleati di Mosca. Nel battaglione Dnipro, fondato dall’oligarca Igor Kolomoysky, molti sono gli ebrei, esponenti dell’importante comunità locale, che hanno preso le armi.


Soldati ucraini a difesa di un ponte della capitale (Keystone)

16 febbraio

Il comune di Kiev ha predisposto la mappatura di migliaia di rifugi e bunker antierei e su Google Maps gli abitanti della capitale possono verificare dove si trovano i ripari più vicini e anche altre informazioni come ospedali e ricoveri di emergenza. Uno di questi bunker antiaerei si trova proprio sotto la stazione centrale. Superato l’ingresso, prima delle enormi scalinate che portano ai binari, sulla sinistra c’è l’accesso a un lungo corridoio che porta a un luogo particolare. "È stato costruito nel 1955 e può resistere a bombardamenti aerei o nucleari", spiega Valeriy Pozeluyko, capo specialista del dipartimento di protezione civile dell’amministrazione del distretto di Solomnaisky. "In questo luogo si trovano scorte di cibo e acqua per circa centotrenta persone per due giorni, perché questo è un bunker con un differente livello di sicurezza rispetto agli altri. In quest’area di bunker simili a questo ne abbiamo settantaquattro e in tutta Kiev saranno circa un migliaio".

Nel lungo corridoio sotterraneo adiacente al bunker c’è spazio per un altro migliaio di persone. Ana potrebbe essere una di quelle. È una pittrice e ha uno studio in un vecchio edificio poco distante dalla stazione. Ana ha partecipato a Maidan quando aveva quindici anni. "Se oggi sono preoccupata? No, non mi sento preoccupata e non voglio esserlo. Io non voglio ascoltare le notizie, perché se lo facessi sarei nervosa tutto il tempo. E vedo che le persone che mi stanno attorno e ascoltano le notizie, specialmente adesso, stanno pensando di lasciare il paese e fare altre cose. So cosa sta succedendo, ovviamente". A Kiev non c’è ancora la guerra ma sembra che ci sia. C’è una guerra di informazione, c’è una guerra di opinioni, di sensazioni, di sentimenti, di paure.


Una casa distrutta dalle bombe russe (Keystone)

Michele Lacentra, chef del ristorante ‘Il siciliano’, nato a Winthertur, in Svizzera, ma cresciuto in Veneto, sorride quando si intavola il discorso della guerra: "Io la vivo tranquillamente, senza particolare ansia. Qui la vita si svolge normalmente, i locali e i negozi sono aperti e pure il nostro ristorante. Mi arrivano continuamente messaggi preoccupati da parenti e amici dall’Italia, ma cerco di rassicurarli che è tutto come prima, che non è ancora cambiato nulla. Se succedesse qualcosa, se avvenisse il peggio, a me e a mia moglie hanno consigliato di andare in metropolitana, perché sono state costruite alla fine degli anni cinquanta e sono molto profonde. Qui accanto per esempio c’è la fermata di Arsenalna che è la più profonda del mondo, oltre cento metri"

Majdan, semivuota durante la giornata, si rianima verso sera, quando le persone escono dal lavoro e i ragazzi si danno appuntamento nel centro commerciale sotterraneo. La metropolitana sferraglia qualche decina di metri più sotto, trasportando masse di passeggeri da un angolo all’altro della città. Un giorno come tanti altri. Eppure oggi, secondo l’intelligence americana, sarebbe dovuta iniziare l’operazione militare russa.

19 febbraio

A est, il panorama diventa un susseguirsi di città minori, insediamenti industriali, campi e villaggi che, avanzando verso il confine, sono sempre più grigi e anonimi. Archeologia industriale, case popolari fatiscenti, montagne fatte di scarti di materiale derivante dall’estrazione del carbone. Ricordi di un periodo nel quale l’industria pesante era il punto intorno al quale ruotavano la vita e la morte di buona parte della popolazione locale. A Sievierodonetsk uno dei viali principali ha sullo sfondo una enorme fabbrica con una ciminiera che sbuffa fumo bianco. Intorno solo palazzine anonime, tutte uguali, tutte scrostate, consunte, cristallizzate negli anni sessanta. Una periferia dimenticata da Kiev questa, dove le infrastrutture cadono a pezzi, le strade sono malmesse e per chi ci vive c’è veramente poco da fare. Sloviansk e Kramatorsk. Interi quartieri costruiti intorno a enormi fabbriche spesso abbandonate o dismesse. Città fedeli al governo adesso, ma che in passato per alcuni mesi, da aprile a luglio 2014, sono state sotto il controllo dei filorussi. Quando queste città sono state riconquistate dal governo ucraino, i filorussi sono scappati e chi li ha sostenuti ora tace, per non sbilanciarsi. Vige una sorta di neutralità politica in queste zone, dove molti evitano di esprimersi. Kostantin quando è andato a combattere nel 2014 aveva diciannove anni. Originario della regione di Donetsk si è arruolato in uno dei tanti gruppi di volontari che in quel periodo affiancavano le forze regolari. "Non avevo nessun addestramento, dovevamo imparare velocemente o morire". Una scheggia di metallo l’ha colpito alla testa. Un trauma che gli ha causato conseguenze sia fisiche che psicologiche. Oggi è in un centro che cura le ferite invisibili che in molti, troppi, portano dentro indelebili.


Truppe ucraine nella zona di Karkhiv (Keystone)

21 febbraio

Il sottotenente indica le posizioni dei separatisti che si trovano a circa cinquecento metri, da un lato e dall’altro del fiume. Chastya prima faceva parte di Lugansk, una delle due capitali delle cosiddette repubbliche separatiste filo-russe. Ora è divisa in due parti, una controllata dai separatisti, l’altra dai soldati di Kiev. Un varco militarizzato permette il passaggio dei civili tra le due parti, ma pochi lo attraversano. Fuori da un edificio pubblico un attempato settantenne in divisa militare e un cappello enorme che ricorda i fasti del militarismo sovietico è fermo, forse in attesa di qualcuno, avvolto dalla nebbia. La bandiera ucraina svetta, anch’essa solitaria, su una palazzina.

In giro non c’è nessuno. Per raggiungere le posizioni avanzate si deve percorrere circa un chilometro in un bosco, poi attraversare un ponte meccanizzato e dopo una seconda parte di percorso, tra scalini di legno e passaggi coperti, si arriva a un fiume. "Il nemico ha distrutto uno dei ponti e l’altro non è utilizzabile, è minato. Per spostarci dobbiamo attraversare il fiume con una piccola barca con il motore silenziato. Loro sanno dove siamo e noi sappiamo dove sono loro", dice il tenente. Si fa chiamare Alex, ma non è il suo vero nome. Ci sono dei fori nella rete di mimetizzazione disposta lungo uno dei bordi del ponte. "Ogni tanto provano a colpire la barca". Oltre il fiume si arriva, attraverso una serie di tunnel, alle postazioni di osservazione. Altri ragazzi, giovani come lui, con gli elmetti coperti da retine mimetiche, appaiono uno dopo l’altro.


Oltre 200 i missili lanciati secondo il Pentagono (Keystone)

Nevica a grandi fiocchi adesso, in un silenzio ovattato, e il bianco della neve si mescola al fango e all’acqua marrone che impasta il terreno. Tre gatti stanno mangiando vicino alla baracca della cucina, un piccolo stanzino, come tutte le cose qui, costruite con grezzi tronchi e lamiera. Soldati che sono disposti ad ammazzare e a farsi ammazzare, quando arriva l’ora della battaglia, ma che nella loro quotidianità, nelle piccole cose che si portano dietro dalla loro vita civile, come curarsi di un gatto, ritrovano la loro dimensione umana. Aspettano, come tutti, questo nemico che incombe, minaccioso, oltre i confini in un’aria irreale, sospesa, come questi fiocchi che continuano a cadere coprendo ogni cosa: uomini e persone. Come soldati chiusi in una fortezza che attendono, scrutando continuamente l’orizzonte, l’apparire delle colonne nemiche.

23 febbraio

È guerra. Da nord, da sud e da est. I soldati russi entrano in Ucraina dopo il discorso alla nazione del presidente Putin. Sembra di tornare indietro nel tempo, a periodi della storia che non dovrebbero più ripetersi. Sul continente europeo una democrazia viene invasa militarmente. La capitale viene bombardata. Sirene che suonano continuamente, i rifugi, il terrore. Immagini che non si vedevano, di bombardamenti aerei in Europa, dalla seconda guerra mondiale. Alla periferia di Kiev arrivano i carri russi. Qui a Kramatorsk, in Donbass i caccia di Mosca colpiscono l’aeroporto. L’attacco avviene in contemporanea in diverse zone del Paese. Nel pomeriggio una terza esplosione. E uno scambio di colpi serrato, durato una ventina di minuti, di armi pesanti. Poi il silenzio.

Ad Avdvika, a sud, sulla linea di contatto con i separatisti, durante la giornata ci sono pesanti combattimenti. Nadijka, trentatré anni, volontaria paramedico di guerra, viene da Lviv, lontano da qui. "Dall’ospedale sentiamo i bombardamenti e le sparatorie che avvengono sulla Prompka, la linea del fuoco. Mi hanno detto di aspettare qui ma vorrei essere con loro, con i miei fratelli".

Due giorni dopo

Sofya sta andando verso la Polonia. È con sua madre. "Non sapevamo cosa fare, stiamo andando via. Ho potuto chiamarti solo adesso. Siamo in viaggio da due giorni, è pieno di macchine, manca la benzina e non si trova un posto per dormire". Uliana non sa cosa fare. Ha paura ad andarsene. Mi chiede se torno a Kiev. Ha trovato un rifugio per lei, la madre e il suo cane: un deposito di bare. Andrii ha portato la moglie e il figlio nell’ovest, e poi torna a Dnipro per combattere. Alex l’ho visto in tv. Accompagnava dei giornalisti quando sono arrivati dei missili Grad sulle sue postazioni. Nadijka ha il cellulare spento da più di due giorni. E sono preoccupato per lei.


Nei bunker per sfuggire ai bombardamenti (Keystone)

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