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laR
 
03.03.2022 - 05:30

Nella fabbrica di molotov a cielo aperto: ‘Putin kaputt’

Tante donne in divisa. Anche ai ragazzini si trova un ruolo, incassettando bottiglie, allineando taniche di benzina. ‘Vogliamo proteggere le nostre case’

di Cristiano Tinazzi da Dnipro (Ucraina)
nella-fabbrica-di-molotov-a-cielo-aperto-putin-kaputt
La catena di montaggio di molotov a Dnipro (Keystone)
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Il cellulare di Nadijka si è riattivato nei giorni scorsi solo per mandare un breve messaggio: "È tutto tranquillo adesso, si spara di meno, come state? Siete arrivati a Dnipro? L’ultimo suo accesso risale al 24 febbraio. Poi, silenzio. Avdivka, in Donbass, tiene, ma il fronte est ha in parte ceduto. Shchastia, sopra Lugansk, una delle due autoproclamate capitali delle repubbliche separatiste è stata persa, i parà del sottotenente Bogdan con i loro gatti, forse morti o ritiratisi. I fiocchi grandi di neve, bianchi, scendendo sulla terra si sono tinti di rosso. Gli altri, i separatisti. Carne da cannone, meglio mandare avanti loro che perder altri soldati russi in questa guerra portata dal gelido vento del Cremlino.

Eppure la popolazione e l’esercito ucraino resistono, giorno dopo giorno. Risuonano le parole del principe e condottiero militare russo Alexander Nevsky: "Chiunque venga da noi con una spada morirà di spada". Tocca agli stessi russi morire di spada, su una terra non loro. Eppure avanzano. A sud, dalla Crimea, arrivano fino a Mariupol, circondata da est e da ovest. Cinquecentomila persone intrappolate. Avanzano verso Zaporizhzhia, a nord bombardano Kaharkiv mentre la capitale aspetta con i suoi cinquantamila volontari, la guerra dentro la città.

Dnipro. Fino al 2016 si chiamava Dnepropetrovsk, una combinazione tra il nome del fiume Dnepr e il leader sovietico Grigorij Petrovskij. Gli allarmi aerei a Dnipro sono continui. A volte sono decine. E ogni volta succede esattamente la stessa cosa: le attività di ogni persona si bloccano, le persone cercano il rifugio più vicino ed entrano, sedendosi, in silenzio. Il suono della sirena ti entra nella testa, a volte rimane anche quando finisce, come un’eco. A volte la sogni. E poi, c’è l’attesa interminabile ogni volta che suona, ogni volta che ci si rifugia in un bunker o in un sottoscala o nelle mura interne di un albergo, un’attesa che congela il tempo, lo blocca. Le orecchie tese, ad ascoltare fuori le vibrazioni dell’aria.


Una donna tira il fiato (Keystone)

La ‘città proibita’

Raket Park è un grande piazzale con un parco e tre razzi che ricordano il passato sovietico della città, quando era proibito per i cittadini russi entrarvi, perché centro di ricerca aerospaziale e militare. Una delle ‘città proibite’, dove solo chi aveva lasciapassare speciali poteva avvicinarsi.

Qui si trova uno dei tanti centri di raccolta messi in piedi dai volontari e da semplici cittadini per raccogliere ogni bene necessario a sostenere chi va al fronte a combattere i russi. Polina è dentro al media center insieme alla sua amica Masha. Hanno solo sedici anni e sognano di andare all’università. Masha vuol fare l’attrice e Polina, che già dipinge, vuole diventare un’artista.

Sono confuse, disperse dentro un quadro in continuo movimento, fatto di migliaia di persone che si muovono in maniera frenetica, portando pacchi, oggetti, consegnando cose, svuotando e riempiendo macchine e camion. Un formicaio umano di movimenti, abbracci, sorrisi e telefonate. Donne anziane, ragazzi, uomini e bambini che lavorano senza sosta preparando sacchi di polistirolo, incassettando bottiglie, allineando taniche piene di benzina. Ogni giorno preparano migliaia di molotov per poi distribuirle a vari gruppi popolari di resistenza.


Volontari preparano kit di soccorso (Keystone)

Masha e Polina non dovrebbero stare qui, come non dovrebbe stare qui Alex, anche lui sedicenne. Dovrebbero stare altrove, ma il loro Paese è in guerra. Il loro patriottismo è così lontano dai nostri cuori e dalle nostre menti. Forse paragonabile solo ai moti indipendentisti del Risorgimento. Una nazione che rivendica con orgoglio la propria sovranità, perché ce l’ha solo da pochi anni.

Alex non ha mai sentito sparare fino a quando non è finito in un poligono, per accompagnare dei giornalisti. Parla molto bene inglese e si è messo a disposizione per dare una mano insieme agli altri volontari. Non conosce ancora questo mondo di adulti che dormono su brande scassate in scantinati umidi, in stanze riscaldate con stufe a legna, senz’acqua corrente, per mesi lontano da casa, in mezzo a caricatori, armi, proiettili e fumo di sigarette. Alex non prenderà mai un’arma in mano ed è giusto così.

Madre Patria

Anton è venuto con sua moglie e suo figlio in piazza per dare una mano. "Devo fare qualcosa per aiutare il mio Paese. Penso che presto mi arruolerò nell’esercito ucraino, ma al momento sono qui a dare una mano. Lavoro in banca e non ho mai avuto nessuna esperienza di tipo militare. Certo che ho paura, e sono ansioso per quello che potrebbe succedermi. Potrei andarmene ma dovrei lasciare il mio Paese, i miei parenti, gli amici, e non me la sento. Ho deciso di rimanere e di proteggere la mia terra e la mia casa". Motherland, la chiamano in inglese, spesso, l’Ucraina. Madre Patria.

La sua gigantesca statua, 102 metri di altezza, svetta su Kiev. Fu inaugurata il 9 maggio 1981 da Leonid Breznev, l’allora segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica. Un destino comune spesso forzato da Mosca, quello tra Ucraina e Russia. Ora quel simbolo è il simbolo della resistenza contro un invasore.


Va bene anche una Tuborg (Keystone)

In fila in armeria

Dnipro è una città che, ora dopo ora, giorno dopo giorno, si trasforma. Fuori dalle armerie la gente fa la fila per comprare pistole e fucili. Gli uomini armati si moltiplicano lungo i crocevia e le strade, ovunque si riempiono sacchi di sabbia per costruire postazioni e si posizionano cavalli di frisia e blocchi di cemento per rallentare il nemico, quando entrerà nel suo perimetro urbano.

Fa impressione vedere in un mondo immaginato e tramandato nella storia come dominato dall’universo maschile, trovare così tante donne disposte a combattere e a morire. Angela Zaitseva è una di loro. Nella vita civile era un’informatica, oggi è in un bunker con una divisa militare addosso. Retaggio della guerra fredda, ogni edificio pubblico o privato di quel periodo è dotato di rifugi antiaerei.

Appesi alle pareti manifesti risalenti all’Unione Sovietica che spiegano come imbracciare correttamente un Kalashnikov o come comportarsi in caso di attacco. Angela, nella sua vita precedente alla guerra, era un’analista in una società informatica. Adesso si occupa della logistica del suo gruppo di volontari. Il nome è Terzo battaglione protezione territoriale di Dnipro. "Qui abbiamo preparato tutto per difendere le nostre case, le nostre strade, abbiamo fatto dei corsi di primo soccorso, siamo pronti. Abbiamo armi e molotov. Per me questa guerra è iniziata nel 2014, perché sono di Donetsk e ho dovuto lasciare la mia famiglia nella regione ma sotto controllo ucraino. Ora non so cosa succederà, forse dovranno spostarsi tutti. Quando hanno iniziato a bombardare avevo paura, certo, quando sono cadute le prime bombe il 24 febbraio scorso, ma adesso questa è la mia vita.

Manager, cecchino

Dmitro era un uomo d’affari, ora fa il cecchino. Quando si mette una Kefiah caki simile a quella usata dai militari occidentali in Medio Oriente, il volto coperto, si fa ritrarre in una fotografia insieme ad altri due cecchini. "Putin kaputt", urla, ridendo. Per le strade di Dnipro giganteschi cartelloni ritraggono un uomo mentre lancia una molotov. ‘Russki korabl Idi nahui’ è scritto in nero sopra uno sfondo bianco. ‘Nave russa fottiti’ la traduzione.


In cerca di relax in un bar di Dnipro, alla tv il presidente Zelensky

La gente di Dnipro è gente dura, tanti qui hanno esperienza di guerra nell’Est negli scorsi anni. Qui, a Dnipro, è nato il primo museo ‘Ato’, dedicato all’operazione antiterrorismo in Donbass. Così è stata sempre chiamata la guerra contro i separatisti. E qui c’è una delle più importanti comunità ebraiche del Paese. Il Menorah center, un complesso con sette edifici che ricordano il candelabro ebraico, è il secondo centro culturale ebraico più importante del mondo.

Nel 2014 e 2015, durante la guerra contro i separatisti filorussi, la comunità ebraica di Dnipro, prevalentemente di lingua russa, ha fornito uomini e mezzi. Molti di loro sono intenzionati a riprendere le armi, altri lo hanno già fatto. "Abbiamo un sacco di sorprese per loro, quando verranno qui. Sarà una vera e propria festa di benvenuto", dice Olga, che ha vissuto tre anni in Sicilia. Olga che ha gli occhi grigi e due figli al fronte e che è così dolce quando parla di loro, ma che quando nomina Putin, trasfigura il suo volto diventando la personificazione della vendetta. "Per lui un buco in fronte".

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