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laR
 
09.04.2021 - 14:50
Aggiornamento: 15:37

Divjak, il generale serbo che difese Sarajevo

Addio all’uomo simbolo della città assediata per 1'395 giorni a inizio anni '90. I bosniaci lo abbracciavano ancora per strada per ringraziarlo

divjak-il-generale-serbo-che-difese-sarajevo
Jovan Divjak (Uoc - Creative Commons)

C’è una cosa, nella vita, a cui tutti dovremmo aspirare: essere abbracciati e ringraziati da sconosciuti in mezzo alla strada. Succedeva a Jovan Divjak. O meglio, succedeva continuamente a Jovan Divjak. Lo raccontava con quel misto di orgoglio e rassegnazione di chi poteva metterci un’ora a fare una passeggiata che a chiunque altro avrebbe preso dieci minuti. La gente lo abbracciava per quel che era. Ma soprattutto per quel che aveva deciso di essere: un uomo di pace in tempo di guerra. Che non è facile, soprattutto se indossi una divisa militare.

Il generale Jovan Divjak è morto giovedì nella sua città adottiva: Sarajevo. Aveva 84 anni. Era nato a Belgrado l'11 marzo del 1937 in un Paese diverso da quello che conoscerà da adulto. Erano gli anni del Regno di Jugoslavia e Josip Broz non era ancora il maresciallo Tito, ma l'anonimo segretario dall'allora illegale partito comunista, il Kpj. La vita di Divjak sarà segnata dalle guerre sin dall'infanzia. Cresciuto negli anni della Seconda guerra mondiale, il giovane Jovan entra nell'esercito facendo carriera in fretta. Studia prima all'Accademia militare di Belgrado, poi, nel 1964, va alla scuola ufficiali di Parigi. Con il passare degli anni diventa un affidabile membro della Jna, l'armata jugoslava. E tra i ruoli a lui affidati ci sarà anche quello, delicatissimo, di guardia personale di Josip Broz, nel frattempo diventato per tutti Tito, padre-padrone e collante della Federazione jugoslava, l'esperimento socialista andato lentamente in pezzi dopo la sua morte e deflagrato con la Guerra dei Balcani, il conflitto fratricida scoppiato all'inizio degli anni ‘90 che ha generato una moltitudine di morti, martiri e mostri. Ma pochissimi eroi: uno di questi è Jovan Divjak.


Sarajevo e uno dei simboli dell'assedio, l'Holiday Inn (Keystone)

Il caso volle che lui, serbo, fosse assegnato alla difesa territoriale di Sarajevo ai tempi in cui la Jugoslavia era ancora una cosa sola. Alle prime avvisaglie di guerra fece in modo di dirottare delle armi della Jna verso la Bosnia: finito per questo davanti alla Corte marziale, lasciò un esercito jugoslavo sempre più aggressivo per diventare il numero due dell’Armija, l’armata bosniaca. Questo rimarrà un suo cruccio, perché pur avendo tutte le carte in regola per essere il comandante, il presidente bosniaco Alija Izetbegović sembrò non fidarsi mai fino in fondo di lui che, dopotutto, era pur sempre un serbo. Dall’altra parte, i nazionalisti di Belgrado - che ora esultano alla notizia della sua morte - gli avevano giurato vendetta, mettendo persino una taglia su di lui, considerato un traditore.

Divjak, al contrario, si sentiva un fedele servitore della causa jugoslava, un Paese in cui etnie e religioni diverse avevano trovato un loro equilibrio (uno dei detti più noti era “Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito”). Il generale aveva imparato la tolleranza proprio a Sarajevo, l’unica città d’Europa dove convivevano pacificamente - da secoli - comunità di cattolici, ortodossi, musulmani ed ebrei.

In mezzo a quella carneficina che erano diventati i Balcani, Divjak era la prova che un uomo, serbo o bosniaco che fosse, è prima di tutto un uomo, e in certi momenti non può rispondere che a se stesso. ”Cosa sono io? Un cittadino del pianeta Terra. Perché noi siamo chi scegliamo di essere e l’identità non è immutabile. La mia scelta è stata la Bosnia Erzegovina. E chi ha assediato Sarajevo e mi chiamava e mi chiama traditore è lui un traditore, un traditore del genere umano“.

Divjak, in quella guerra - durante l’assedio più lungo dell’epoca moderna, in cui Sarajevo rimase sotto le bombe per 1'395 giorni - era l’uomo che dimostrava a chi era sotto le bombe che non era solo. “Mi facevo vedere dappertutto, in prima linea come a teatro. In strada, sotto il tiro dei cecchini e nelle case delle donne a cui era morto un figlio”. Era proprio così. Ogni volta che i sarajevesi provavano a dare una parvenza di normalità alle loro vite sotto tiro, Divjak si faceva vedere: “Era importante, perché finché vedevano andare in giro me, sapevano che c’era ancora qualcuno che badava a loro”. Mi disse queste cose nel dicembre del 2016, seduto nell’ufficio della sua associazione che aiuta gli orfani di guerra e i ragazzi senza mezzi economici (Obrazovanje Gradi BiH - L’istruzione costruisce la Bosnia). La sede si trova nel quartiere di Dobrinja, in una zona che - per ironia della sorte - era occupata dai serbi durante l’assedio di Sarajevo.


Un cimitero improvvisato in un campo di calcio davanti allo stadio delle Olimpiadi (Keystone)

Divjak aveva un’aria da finto burbero che alternava a un’infinita varietà di sorrisi. Parlava di guerra e ingiustizie, ma ancor più d’amore, bambini e futuro. Non credeva più nei politici del suo Paese e tantomeno nell’Europa che - a suo dire - aveva voltato le spalle alla Bosnia. Ma credeva, senza riserve, nelle nuove generazioni. Nonostante le macerie lasciate in eredità: “Una volta si diceva che la religione era l’oppio dei popoli, qua da noi l’educazione è l’oppio per i nostri bambini, a cui insegnano la storia e la geografia in tre modi diversi a seconda dell’etnia. Nella Repubblica Srpska (la parte a maggioranza serba della Bosnia, ndr), ad esempio, raccontano che la Guerra dei Balcani è stata un’aggressione della Nato. Se tu insegni questo a un ragazzino poi cosa ti aspetti? Non è nemmeno colpa sua. Come fai a costruire la pace partendo da lì? Avevamo una sola lingua che era il serbo-croato. Ora ci sono il serbo, il croato e il bosniaco. Sono tutte uguali. Cambia l’intonazione, qualche parola. In Bosnia si è deciso di aggiungere delle “h” per suonare più arabi: il caffè, la “kafa”, è diventato “kahve”. I croati si sono inventati nuovi termini. A cosa serve se non a dividerci? Io che parlo francese dico sempre, per scherzare, che parlo quattro lingue: francese, bosniaco, serbo e croato”.

Invitava i giovani, e non solo, ad allargare gli orizzonti, sempre, perché “sennò, non se ne esce. Perché non è solo la scuola, è anche la famiglia. Viviamo tutti nel nostro buco perché ci fa sentire protetti, ma resta pur sempre un buco, ed è pure un posto infetto ormai. Perché se tutto il bene viene della famiglia, anche tutto il male viene dalla famiglia”.

Quando nel 2011, su mandato del governo serbo, l’Austria lo arrestò mentre era diretto in Italia a uno dei tanti eventi pacifisti a cui veniva regolarmente invitato, in Bosnia ci fu una rivolta popolare. La gente scendeva in piazza tenendo in mano i suoi ritratti, chiedendo giustizia per un uomo accusato di crimini contro l’umanità, sebbene dell’umanità, in quegli anni scellerati, avesse fatto il proprio tratto distintivo. Quando fu liberato, l’aeroporto di Sarajevo si riempì di gente festante venuta per rendergli omaggio.


La marcia per Divjak durante la sua detenzione in Austria, nel 2011 (Keystone)

Negli anni trovò il modo di scrivere, insieme alla giornalista francese Florence La Bruyère, un libro-intervista ("Sarajevo, mon amour”) in cui ha raccontato la sua vita e gli anni dolorosi dell’assedio. “La politica, oggi come allora, ha interessi che non coincidono con quelli della gente. Il caos di oggi nei Balcani è figlio di quello che ha scatenato la guerra. Serbi e croati presero il tracciato del fiume Neretva e dissero: noi di qua, voi di là. Si volevano spartire il Paese. E i bosniaci nemmeno li considerarono. Ma anche la Bosnia fece i suoi errori. Il primo partito nazionalista post-jugoslavo è stato quello bosniaco-islamico. E il referendum per l’indipendenza voluto a tutti i costi dal presidente Izetbegović, arrivò troppo presto e fu organizzato male. Si sapeva che serbi e croati qui erano la minoranza eppure non si provò a convincerli prima del voto, ma a sconfiggerli. Il quadro di partenza era quello. Un errore dietro l’altro, così oggi, a distanza di pochi anni, i serbi in Parlamento votano contro il riconoscimento del genocidio di Srebrenica e i figliastri politici di Mladic e Karadzic tengono comizi…”.
Non pensava, però, a un partito tutto suo, nonostante l’enorme popolarità: “Sono vecchio e poi il mio partito l’ho già: è l’associazione. Abbiamo salvato e stiamo salvando centinaia di giovani. Diamo loro opportunità, cure e affetto”. Andava orgoglioso di quel che aveva costruito. E quando gli chiesi cosa diceva ai suoi ragazzi, se ne uscì con un consiglio saggio non sempre facile da seguire: “A loro dico quel che dico a tutti. Imparate ad amarvi, e non parlo di narcisismo. Imparate a volervi bene. Solo così si può evitare di spargere dolore. Solo così si può amare l’altro. Sembra poco. Ma non lo è”.

Esattamente un anno dopo quell’incontro tornai a Sarajevo. Era dicembre. Nevicava. L'idea era di fermarsi qualche giorno per riassaporare la malinconica bellezza della città che Divjak, assieme ai suoi concittadini, aveva salvato dalla completa distruzione. Avevo pensato più volte di telefonare al generale, ma conclusi che non era il caso di disturbarlo e lasciai perdere. Arrivai che era già buio e parcheggiai l’auto accanto alla Miljacka, il fiume che divide la città e che durante gli anni della guerra era la linea del fronte tra assedianti serbi e sarajevesi. La mattina dopo mi incamminai per la Ferhadija, la via che collega il vecchio centro ottomano, la Baščaršija, alla parte moderna della città. In mezzo alla strada c’era un’anziana coppia che sommergeva in un abbraccio una terza persona, indistinguibile. Mi fermai un attimo, colpito, quasi calamitato verso di loro da quell'atto di fratellanza in quel misto di gioia e compostezza come solo gli anziani. Quando l’abbraccio si sciolse, i miei occhi incrociarono quelli di chi usciva da quel gesto d’affetto spontaneo. Era Jovan Divjak. Dissi semplicemente buongiorno - nella nostra lingua comune, il francese - indeciso se ripresentarmi o meno. Non me ne diede il tempo, rispondendo: “Hai visto che dicevo la verità?”


Le 11'541 sedie rosse per le vittime nel Ventennale dell'assedio (Keystone)

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