Finlandia
Russia
15:00
 
AUGER-ALIASSIME F. (CAN)
Federer R. (SUI)
14:55
 
BENCIC B. (SUI)
MARTIC P. (CRO)
14:25
 
divjak-il-generale-serbo-che-difese-sarajevo
Jovan Divjak (Uoc - Creative Commons)
ULTIME NOTIZIE Estero
Estero
5 ore

Israele su Gaza: 'Pronti ad ogni scenario'

Il portavoce militare dopo gli attacchi della notte scorsa nel nord della Striscia a seguito del lancio di palloni incendiari sul territorio israeliano
Estero
15 ore

Usa-Russia, un secolo di incontri storici

Da Yalta e Potsdam insieme ai britannici fino a Reykjavik, nel 1986, che pose le basi del disarmo nucleare con i sovietici. Tra svolte e litigi
Estero
15 ore

Armi, cyber-security e Ucraina, il summit è servito

Biden e Putin tra poche ore a Ginevra per lo storico incontro: tanti i temi sul tavolo, poca fiducia reciproca nel risolverli
Estero
15 ore

Ikea Francia, multa di un milione per aver spiato i dipendenti

Il tribunale di Versailles ha condannato la filiale francese e un suo ex presidente per 'ricettazione di dati personali in modo fraudolento'
Estero
16 ore

Dodici condanne a morte in Egitto

Il tribunale conferma la pena: impiccagione per alcuni dirigenti dei Fratelli musulmani, illegali nel Paese dal 2013
Estero
16 ore

La Cina alla Nato: ‘Non siamo una minaccia’

Le dichiarazione sono un errore di valutazione, una calunnia rispetto allo sviluppo pacifico del nostro Paese’
Estero
16 ore

Ungheria, vietata la promozione dell'omosessualità ai minori

Amnesty International e altre organizzazioni criticano la decisione, definendola 'un attacco frontale alla libertà di espressione e ai diritti dei minori'
Estero
16 ore

Astensione record in Algeria: al voto solo il 23%

Partiti e associazioni laiche e di sinistra avevano invitato al boicottaggio. Vince il Fronte di Liberazione nazionale vicino al leader deposto Bouteflika
Estero
17 ore

‘Gli iraniani senza soldi e senza vere elezioni’

Venerdì le presidenziali. L'esperto di Medio Oriente Giuseppe Acconcia: ‘La censura ha tolto di mezzo i candidati moderati. Resta solo il conservatore Raisi’’
Estero
18 ore

In mare le ceneri di Hideki Tojo, tra le menti di Pearl Harbor

Dopo la sua esecuzione a morte per crimini di guerra nel 1948, Hideki Tojo fu cremato e le sue ceneri sparse nell'oceano da un aereo militare americano
Confine
19 ore

Latitante turco arrestato prima che potesse entrare in Ticino

Un 42enne con mandato di cattura internazionale è stato fermato nei pressi di Maslianico. Era ricercato dal 2010
Confine
19 ore

Covid, variante Delta non predominante

Sono 81 i casi di versione indiana del coronavirus individuati in Lombardia negli ultimi due mesi
Confine
20 ore

Ossola, nessuna traccia dell'escursionista disperso

Proseguono, nella zona del Parco della Val Grande, le ricerche dell'uomo. L'ultimo avvistamento risale al pomeriggio di sabato
Confine
23 ore

Locarnesi con 840 piantine di marijuana, tutte da verificare

Fermati a Brogeda, i due dichiarano il possesso della merce. Ma i doganieri avviano accertamenti
Estero
1 gior

Vertice Putin-Biden: ‘È improbabile che si raggiungano accordi’

Lo afferma il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov. L'incontro si terrà domani a Ginevra
Estero
1 gior

New Delhi-Roma, corte indiana chiude il caso marò

I due italiani erano rimasti coinvolti nella morte di due pescatori indiani nel 2012
Estero
1 gior

Usa, Vaticano: non negare la comunione a chi sostiene l'aborto

I vescovi conservatori sono stati ammoniti. Tra i politici praticanti anche il presidente Biden
Estero
1 gior

Usa: Lite per la mascherina, 1 morto e 2 feriti in un supermarket

Un cliente ha sparato a una cassiera, uccidendola, dopo una controversia sulla protezione facciale
Estero
1 gior

L'Italia è quasi tutta in zona bianca

Nuove aperture, allentamenti anche nelle altre 8 regioni e province autonome rimaste in zona gialla
Estero
1 gior

L’Iran verso il voto con il record di uranio arricchito

Annuncio di Rohani a pochi giorni dall'elezione del suo successore: le elezioni si terranno venerdì 18
Estero
1 gior

‘Fuga radioattiva da centrale nucleare cinese’

Pechino rassicura: l’allarme arriva da un’informativa del partner francese
regno unito
1 gior

La variante Delta fa paura, Johnson rinvia le riaperture

Le maggiori misure di rilassamento slitteranno dal 21 giugno al 19 luglio
Estero
1 gior

Biden compatta la Nato contro la Cina

Oggi il vertice Ue-Usa, domani il presidente americano incontrerà Putin a Ginevra
Estero
1 gior

SkyNews: nell'istituto di Wuhan c'erano pipistrelli

Lo rivela la testata australiana, basandosi su un video ufficiale cinese del 2017 del quale è entrata in possesso: gli animali erano tenuti in gabbia
Confine
1 gior

Funivia del Mottarone, si indaga sulle telefonate

I contenuti dei cellulari di tecnici e dipendenti al vaglio degli inquirenti. Potranno essere di aiuto per capire chi era a conoscenza dell'uso dei 'forchettoni'
Confine
2 gior

Como Camerlata, partenza falsa per la nuova stazione

Oltre al posteggio, mancano gli accessi per i disabili, l'ascensore non funziona, c'è una sola biglietteria e la segnaletica è poco chiara
Estero
2 gior

Firma finale sul Green Pass Ue, al via dall'1 luglio

Siglato questa mattina il testo finale sul certificato digitale Covid Ue per facilitare gli spostamenti all'interno dell'Unione e dello spazio Schengen
Confine
2 gior

Tutti, tranne George Clooney, a mollo nel Lario

Il monitoraggio di Ats Insubria parla chiaro: delle 40 spiagge analizzate, la sola a non avere superato l'esame è quella in prossimità della villa di Laglio
Estero
2 gior

Francia, prescrizione per l'inchiesta per abusi su Duhamel

L'indagine per violenze sessuali su minori ai danni dei figliastri è stata archiviata per il sopravvenire della prescrizione
Estero
2 gior

Ione Belarra nuova leader di Podemos

Mentre a Madrid a migliaia scendono in piazza contro Sánchez, l'attuale ministra dei Diritti sociali uccede a Pablo Iglesias, fattosi da parte lo scorso maggio
Estero
 
09.04.2021 - 14:500
Aggiornamento : 15:37

Divjak, il generale serbo che difese Sarajevo

Addio all’uomo simbolo della città assediata per 1'395 giorni a inizio anni '90. I bosniaci lo abbracciavano ancora per strada per ringraziarlo

C’è una cosa, nella vita, a cui tutti dovremmo aspirare: essere abbracciati e ringraziati da sconosciuti in mezzo alla strada. Succedeva a Jovan Divjak. O meglio, succedeva continuamente a Jovan Divjak. Lo raccontava con quel misto di orgoglio e rassegnazione di chi poteva metterci un’ora a fare una passeggiata che a chiunque altro avrebbe preso dieci minuti. La gente lo abbracciava per quel che era. Ma soprattutto per quel che aveva deciso di essere: un uomo di pace in tempo di guerra. Che non è facile, soprattutto se indossi una divisa militare.

Il generale Jovan Divjak è morto giovedì nella sua città adottiva: Sarajevo. Aveva 84 anni. Era nato a Belgrado l'11 marzo del 1937 in un Paese diverso da quello che conoscerà da adulto. Erano gli anni del Regno di Jugoslavia e Josip Broz non era ancora il maresciallo Tito, ma l'anonimo segretario dall'allora illegale partito comunista, il Kpj. La vita di Divjak sarà segnata dalle guerre sin dall'infanzia. Cresciuto negli anni della Seconda guerra mondiale, il giovane Jovan entra nell'esercito facendo carriera in fretta. Studia prima all'Accademia militare di Belgrado, poi, nel 1964, va alla scuola ufficiali di Parigi. Con il passare degli anni diventa un affidabile membro della Jna, l'armata jugoslava. E tra i ruoli a lui affidati ci sarà anche quello, delicatissimo, di guardia personale di Josip Broz, nel frattempo diventato per tutti Tito, padre-padrone e collante della Federazione jugoslava, l'esperimento socialista andato lentamente in pezzi dopo la sua morte e deflagrato con la Guerra dei Balcani, il conflitto fratricida scoppiato all'inizio degli anni ‘90 che ha generato una moltitudine di morti, martiri e mostri. Ma pochissimi eroi: uno di questi è Jovan Divjak.


Sarajevo e uno dei simboli dell'assedio, l'Holiday Inn (Keystone)

Il caso volle che lui, serbo, fosse assegnato alla difesa territoriale di Sarajevo ai tempi in cui la Jugoslavia era ancora una cosa sola. Alle prime avvisaglie di guerra fece in modo di dirottare delle armi della Jna verso la Bosnia: finito per questo davanti alla Corte marziale, lasciò un esercito jugoslavo sempre più aggressivo per diventare il numero due dell’Armija, l’armata bosniaca. Questo rimarrà un suo cruccio, perché pur avendo tutte le carte in regola per essere il comandante, il presidente bosniaco Alija Izetbegović sembrò non fidarsi mai fino in fondo di lui che, dopotutto, era pur sempre un serbo. Dall’altra parte, i nazionalisti di Belgrado - che ora esultano alla notizia della sua morte - gli avevano giurato vendetta, mettendo persino una taglia su di lui, considerato un traditore.

Divjak, al contrario, si sentiva un fedele servitore della causa jugoslava, un Paese in cui etnie e religioni diverse avevano trovato un loro equilibrio (uno dei detti più noti era “Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito”). Il generale aveva imparato la tolleranza proprio a Sarajevo, l’unica città d’Europa dove convivevano pacificamente - da secoli - comunità di cattolici, ortodossi, musulmani ed ebrei.

In mezzo a quella carneficina che erano diventati i Balcani, Divjak era la prova che un uomo, serbo o bosniaco che fosse, è prima di tutto un uomo, e in certi momenti non può rispondere che a se stesso. ”Cosa sono io? Un cittadino del pianeta Terra. Perché noi siamo chi scegliamo di essere e l’identità non è immutabile. La mia scelta è stata la Bosnia Erzegovina. E chi ha assediato Sarajevo e mi chiamava e mi chiama traditore è lui un traditore, un traditore del genere umano“.

Divjak, in quella guerra - durante l’assedio più lungo dell’epoca moderna, in cui Sarajevo rimase sotto le bombe per 1'395 giorni - era l’uomo che dimostrava a chi era sotto le bombe che non era solo. “Mi facevo vedere dappertutto, in prima linea come a teatro. In strada, sotto il tiro dei cecchini e nelle case delle donne a cui era morto un figlio”. Era proprio così. Ogni volta che i sarajevesi provavano a dare una parvenza di normalità alle loro vite sotto tiro, Divjak si faceva vedere: “Era importante, perché finché vedevano andare in giro me, sapevano che c’era ancora qualcuno che badava a loro”. Mi disse queste cose nel dicembre del 2016, seduto nell’ufficio della sua associazione che aiuta gli orfani di guerra e i ragazzi senza mezzi economici (Obrazovanje Gradi BiH - L’istruzione costruisce la Bosnia). La sede si trova nel quartiere di Dobrinja, in una zona che - per ironia della sorte - era occupata dai serbi durante l’assedio di Sarajevo.


Un cimitero improvvisato in un campo di calcio davanti allo stadio delle Olimpiadi (Keystone)

Divjak aveva un’aria da finto burbero che alternava a un’infinita varietà di sorrisi. Parlava di guerra e ingiustizie, ma ancor più d’amore, bambini e futuro. Non credeva più nei politici del suo Paese e tantomeno nell’Europa che - a suo dire - aveva voltato le spalle alla Bosnia. Ma credeva, senza riserve, nelle nuove generazioni. Nonostante le macerie lasciate in eredità: “Una volta si diceva che la religione era l’oppio dei popoli, qua da noi l’educazione è l’oppio per i nostri bambini, a cui insegnano la storia e la geografia in tre modi diversi a seconda dell’etnia. Nella Repubblica Srpska (la parte a maggioranza serba della Bosnia, ndr), ad esempio, raccontano che la Guerra dei Balcani è stata un’aggressione della Nato. Se tu insegni questo a un ragazzino poi cosa ti aspetti? Non è nemmeno colpa sua. Come fai a costruire la pace partendo da lì? Avevamo una sola lingua che era il serbo-croato. Ora ci sono il serbo, il croato e il bosniaco. Sono tutte uguali. Cambia l’intonazione, qualche parola. In Bosnia si è deciso di aggiungere delle “h” per suonare più arabi: il caffè, la “kafa”, è diventato “kahve”. I croati si sono inventati nuovi termini. A cosa serve se non a dividerci? Io che parlo francese dico sempre, per scherzare, che parlo quattro lingue: francese, bosniaco, serbo e croato”.

Invitava i giovani, e non solo, ad allargare gli orizzonti, sempre, perché “sennò, non se ne esce. Perché non è solo la scuola, è anche la famiglia. Viviamo tutti nel nostro buco perché ci fa sentire protetti, ma resta pur sempre un buco, ed è pure un posto infetto ormai. Perché se tutto il bene viene della famiglia, anche tutto il male viene dalla famiglia”.

Quando nel 2011, su mandato del governo serbo, l’Austria lo arrestò mentre era diretto in Italia a uno dei tanti eventi pacifisti a cui veniva regolarmente invitato, in Bosnia ci fu una rivolta popolare. La gente scendeva in piazza tenendo in mano i suoi ritratti, chiedendo giustizia per un uomo accusato di crimini contro l’umanità, sebbene dell’umanità, in quegli anni scellerati, avesse fatto il proprio tratto distintivo. Quando fu liberato, l’aeroporto di Sarajevo si riempì di gente festante venuta per rendergli omaggio.


La marcia per Divjak durante la sua detenzione in Austria, nel 2011 (Keystone)

Negli anni trovò il modo di scrivere, insieme alla giornalista francese Florence La Bruyère, un libro-intervista ("Sarajevo, mon amour”) in cui ha raccontato la sua vita e gli anni dolorosi dell’assedio. “La politica, oggi come allora, ha interessi che non coincidono con quelli della gente. Il caos di oggi nei Balcani è figlio di quello che ha scatenato la guerra. Serbi e croati presero il tracciato del fiume Neretva e dissero: noi di qua, voi di là. Si volevano spartire il Paese. E i bosniaci nemmeno li considerarono. Ma anche la Bosnia fece i suoi errori. Il primo partito nazionalista post-jugoslavo è stato quello bosniaco-islamico. E il referendum per l’indipendenza voluto a tutti i costi dal presidente Izetbegović, arrivò troppo presto e fu organizzato male. Si sapeva che serbi e croati qui erano la minoranza eppure non si provò a convincerli prima del voto, ma a sconfiggerli. Il quadro di partenza era quello. Un errore dietro l’altro, così oggi, a distanza di pochi anni, i serbi in Parlamento votano contro il riconoscimento del genocidio di Srebrenica e i figliastri politici di Mladic e Karadzic tengono comizi…”.
Non pensava, però, a un partito tutto suo, nonostante l’enorme popolarità: “Sono vecchio e poi il mio partito l’ho già: è l’associazione. Abbiamo salvato e stiamo salvando centinaia di giovani. Diamo loro opportunità, cure e affetto”. Andava orgoglioso di quel che aveva costruito. E quando gli chiesi cosa diceva ai suoi ragazzi, se ne uscì con un consiglio saggio non sempre facile da seguire: “A loro dico quel che dico a tutti. Imparate ad amarvi, e non parlo di narcisismo. Imparate a volervi bene. Solo così si può evitare di spargere dolore. Solo così si può amare l’altro. Sembra poco. Ma non lo è”.

Esattamente un anno dopo quell’incontro tornai a Sarajevo. Era dicembre. Nevicava. L'idea era di fermarsi qualche giorno per riassaporare la malinconica bellezza della città che Divjak, assieme ai suoi concittadini, aveva salvato dalla completa distruzione. Avevo pensato più volte di telefonare al generale, ma conclusi che non era il caso di disturbarlo e lasciai perdere. Arrivai che era già buio e parcheggiai l’auto accanto alla Miljacka, il fiume che divide la città e che durante gli anni della guerra era la linea del fronte tra assedianti serbi e sarajevesi. La mattina dopo mi incamminai per la Ferhadija, la via che collega il vecchio centro ottomano, la Baščaršija, alla parte moderna della città. In mezzo alla strada c’era un’anziana coppia che sommergeva in un abbraccio una terza persona, indistinguibile. Mi fermai un attimo, colpito, quasi calamitato verso di loro da quell'atto di fratellanza in quel misto di gioia e compostezza come solo gli anziani. Quando l’abbraccio si sciolse, i miei occhi incrociarono quelli di chi usciva da quel gesto d’affetto spontaneo. Era Jovan Divjak. Dissi semplicemente buongiorno - nella nostra lingua comune, il francese - indeciso se ripresentarmi o meno. Non me ne diede il tempo, rispondendo: “Hai visto che dicevo la verità?”


Le 11'541 sedie rosse per le vittime nel Ventennale dell'assedio (Keystone)

Potrebbe interessarti anche
© Regiopress, All rights reserved