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13.06.2020 - 14:50
Aggiornamento: 18.09.2021 - 22:52

Oltre i confini. Da Sarajevo a Bironico

I conflitti degli anni Novanta nella ex Jugoslavia hanno condotto molte persone verso il Ticino. Da dove vengono, cos’hanno portato con loro e come vivono nel nostro cantone?

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Sarajevo, via Ferhadij: incontro delle culture a Ovest e a Est.

Pubblichiamo un contributo apparso in Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

Zaina Gafic-Tocchetti aveva 17 anni quando nel suo paese – quella Bosnia effervescente e multiculturale, terra di minareti, cattedrali cattoliche, chiese ortodosse e sinagoghe – è scoppiata la polveriera. Era l’aprile del 1992 e iniziava una primavera calda e bellissima, come da tempo non se ne vedevano. “Il giorno in cui i miei genitori mi hanno detto che l’indomani saremmo partiti perché cominciava la guerra sono andata a salutare i miei compagni a scuola. Ero in seconda liceo e per me era inconcepibile quanto stava succedendo, non potevo credere che il nostro vicino sarebbe diventato il nostro peggior nemico”. Così inizia la prima parte del suo percorso migratorio, quella dell’esilio forzato. “Siamo partiti con l’intento di fuggire lontano e mollare tutto, però dopo pochi giorni mio papà ha deciso di tornare indietro e combattere in difesa della Bosnia. Noi con la mamma siamo andati in Macedonia, poi in Croazia e in Italia”. La lezione che ne ha tratto l’ha indubbiamente formata: “Entrambi i miei genitori mi hanno trasmesso il forte senso di responsabilità verso il paese e gli affetti, lui rischiando la vita in combattimento, lei portando avanti la famiglia in suoli stranieri da sola, come profuga”.

Dentro l’assedio

A un certo punto il vento della nostalgia li ha riportati sui loro passi. “Nel ’94 abbiamo deciso di tornare a Sarajevo, nella città sotto assedio. Siamo passati dal tunnel sotto la pista aeroportuale: era basso, bisognava attraversarlo piegati in due, si picchiava la testa. Abbiamo trovato distruzione ovunque, ma non ho mai gioito come nei successivi due anni perché a ogni risveglio c’ero ancora, mi toccavo e non mi mancavano pezzi, i miei cari erano vivi. Ho finito il liceo e iniziato l’università, ed è stato il periodo in cui ho vissuto più intensamente, c’era grande coesione sociale e una forte coscienza di noi in quanto popolo”. Un entusiasmo dettato anche dall’inconsapevolezza della gioventù: “Certo mia mamma non l’ha vissuta come me”. Piovevano munizioni d’artiglieria da un cielo ostile, i viali non erano più alberati perché le piante erano state tagliate per scaldarsi, in strada c’erano cartelli con scritto ‘attenti ai cecchini’ e in molti – raccontano i cronisti del tempo – uscivano in cerca di provviste quando c’era nebbia per evitare di finire nei loro mirini. L’elenco delle cose sottratte era lungo, ma il cuore della città pulsava. “Questa esperienza mi ha fortificato tantissimo, ho imparato la resilienza e ora non c’è più niente che mi faccia paura” , dice Zaina ridendo.

Partenza, atto secondo

E poi, un giorno che ricorda come fosse ieri, la guerra finì. Sopravvissuta in simbiosi col suo paese, era convinta che non lo avrebbe mai più lasciato, ma la vita aveva altri programmi. “Nel ’99 ho conosciuto mio marito che all’epoca lavorava per l’Onu e rappresentava la Svizzera a Sarajevo. Ci siamo innamorati e sposati e abbiamo avuto due figli che abbiamo cresciuto tra qui e là in un contesto biculturale, bilingue e bireligioso – perché io sono nata musulmana e mio marito è cattolico. Poi nel 2006 ho deciso di trasferirmi in Svizzera per dare un posto fisso ai bambini mentre mio marito è rimasto ancora per un po’ in Bosnia”.
Stabilirsi in una nuova realtà da sola e con pochi appigli è stata una sfida: “Sapendo l’italiano ed essendo di indole molto aperta, sono stata facilitata, ma ho dovuto comunque far fronte ai pregiudizi, a quello che si pensa degli ‘slavi’, come ci chiamano. Mi viene in mente un episodio risalente ai miei primi anni che mi ha lasciata di stucco, una persona mi ha detto: ‘Sai, adesso lasciano guidare anche i bus ai bosniaci’… In generale però ho trovato grande accoglienza da parte degli svizzeri. È stato un bel percorso e lo ripeterei”.

Ritrovarsi, insieme

Da qualche anno Zaina è vicepresidente dell’Associazione culturale bosniaca ‘Bosona’. “A livello di membri siamo una settantina di famiglie, ma ce ne sono molte altre in contatto con noi e siamo aperti a tutti. Abbiamo un gruppo folcloristico che segue la tradizione bosniaca del ballo e organizziamo diverse attività. Quasi settimanalmente ci troviamo nella nostra sede di Mezzovico dove proponiamo eventi, feste, o dove semplicemente ci incontriamo. È bello avere uno spazio dove parlare la nostra lingua e scambiare esperienze; uno degli aspetti più preziosi per me è proprio questa possibilità di ritrovarsi, che in qualche modo per molti ha un effetto terapeutico. Sono passati 24 anni dalla fine della guerra ma ci sono traumi che rimangono a vita; diversi nostri membri in quel periodo sono stati rinchiusi in campi di concentramento... Ogni tanto a me capita di avere dei giorni no, dei momenti in cui mi viene addosso tutto quello che ho vissuto, e a loro succede lo stesso. È un grande sollievo sapere che possiamo condividere ciò che sentiamo con chi ci capisce”.

Le radici

L’associazione favorisce anche un incontro molto arricchente tra le diverse generazioni di migranti, e pure i più giovani sono coinvolti. “Per tre anni abbiamo organizzato una scuola dove insegnavo il bosniaco ai bambini che sono nati qua, ma poi per impegni vari tra famiglia, lavoro e la nuova formazione alla Supsi che sto seguendo non siamo andati avanti. Gradualmente le tradizioni tra i più giovani si vanno affievolendo, anche se molto dipende da come vengono cresciuti, in generale però noto che l’interesse per la storia della propria famiglia persiste. Magari non nel periodo dall’adolescenza quando il ragazzo è preso da altri pensieri, ma verso i 20 anni tanti tornano, e ancor di più dal momento che hanno figli, perché si accorgono che se perdono il legame con le proprie origini viene a mancare loro un tassello. Le nostre radici sono di estrema importanza, senza di esse è come strappare un fiore e metterlo in un vaso”.

I ponti

Esiste un filo che lega le varie associazioni di quella ex Jugoslavia che ha provato a stare insieme per mezzo secolo. “Quello che il nostro comitato cerca di fare, e vedo che anche gli altri gruppi lavorano in quella direzione, è la ricerca di una riappacificazione senza tuttavia mettere i fatti storici sotto il tappeto. Tentiamo, alla luce di quello che ci insegna anche la Svizzera con la sua cultura e la sua storia, di trasmettere ai nostri figli ciò che è successo senza però nutrire rancore. Ogni tanto collaboriamo anche: ultimamente per esempio siamo stati invitati all’anniversario dell’associazione croata con il nostro gruppo di ballo. Lavoriamo nell’ottica di non dimenticare ma di girare a pagina, di costruire dei ponti. Partecipiamo sempre volentieri pure a eventi come TraSguardi e Mondo al parco – dal 2003 un apprezzato momento di incontro e scoperta delle culture che animano il nostro territorio – perché sono occasioni di condivisione, in cui ci presentiamo come comunità al resto della popolazione”.

Inclusione

Parliamo di integrazione, partendo dal lavoro di Zaina come interprete, traduttrice e mediatrice interculturale per l’agenzia Derman di Sos Ticino. “Il mio ruolo consiste nel mettermi nella posizione di ‘trialogo’ e creare un ponte fra la cultura locale e quella di chi arriva. Principalmente intervengo in ambito scolastico e sanitario nell’accompagnamento di persone provenienti da Bosnia, Serbia e Croazia che non parlano bene o del tutto l’italiano. Al di là della lingua cerco di appianare i costrutti che hanno sia i migranti che le persone che li ospitano, con lo scopo di facilitare il processo comunicativo e l’inclusione di queste persone: intervengo per esempio durante le visite mediche, o nei conflitti a scuola dove magari non si capisce perché un bambino si comporta in un determinato modo”.
Questa professione la mette a contatto con le persone dal percorso migratorio diretto. “Per quanto riguarda coloro che risiedono qui da anni, c’è chi è rimasto alle conoscenze di base della lingua, ma molti si sono inseriti nel mondo del lavoro e sono ben integrati”. Esistono dei settori con maggior presenza di cittadini della ex Jugoslavia, anche se la situazione sta col tempo mutando: “Le professioni in cui si sono concentrati molti migranti sono legate all’edilizia e all’ambito delle cure (come case anziani e aiuto a domicilio), lavori spesso fisici e pesanti”. Per le seconde generazioni la situazione è diversa: “Essendo cresciute e avendo frequentato le scuole qua spesso continuano gli studi, tanti dei nostri ragazzi ora frequentano l’università, e questo permette a diversi di loro di ‘salire nella scala sociale’ e di accedere a uno standard di vita superiore rispetto a quello dei propri genitori”.

Tornare a sé

Come la maggior parte dei suoi compaesani, Zaina torna spesso in Bosnia, e i suoi parenti vengono a trovarla. Siamo nella sua casa di Bironico e accanto a noi i suoi genitori arrivati per qualche giorno in Ticino chiacchierano in bosniaco col marito Giorgio. “Ho uno scambio continuo col mio paese, anche perché per poter fare al meglio il mio lavoro devo mantenere i contatti con la lingua, la cultura e l’attualità. E poi giù ho tutti i miei familiari. In Svizzera sto molto bene, ma è tornando in Bosnia che accedo alla mia ricarica di calore umano, di emozioni con le quali sono cresciuta, di ricordi dei posti che ho frequentato. Questo mi aiuta a non sentirmi una pianta strappata e dare continuità al mio vissuto”.

Speranza

La Bosnia è un paese ancora sofferente, con un’economia in difficoltà e un alto tasso di corruzione. “Fa fatica a rialzarsi anche perché fa comodo a chi governa. C’è tanta disoccupazione, specialmente tra i giovani, c’è chi vuole andarsene, ma anche chi torna”. La fredda pace di Dayton firmata nel novembre del 1995 ha bloccato il conflitto, ma anche congelato il futuro del paese retto da un equilibrio fondato su una retorica nazionalista che alimenta le divisioni. “È un peccato, pensando a come abbiamo vissuto per decenni nella ex Jugoslavia. Il problema sta nel fatto che non è il comune cittadino a fare il danno, ma il politico che fomenta certi atteggiamenti per cercare di mascherare l’incapacità o il disinteresse di far risorgere il paese. Ma io confido nella saggezza del popolo bosniaco che ha imparato dalla guerra e riuscirà a calmare le acque. È vero, lo spirito cosmopolita, multireligioso e multietnico è stato gravemente ferito, ma non è stato ucciso e non lo sarà mai perché, come si dice, siamo troppo testardi”.
E Sarajevo, coi suoi 13 ponti, nonostante le macerie del presente, rimane un simbolo di speranza.

IL MOSAICO BOSNIACO

Dal 1945 fino al 1991 la Jugoslavia è stata una Repubblica federale socialista comprendente le Repubbliche di Serbia, Croazia, Macedonia, Montenegro, Slovenia e Bosnia-Erzegovina e le due Province autonome serbe del Kosovo e della Vojvodina. La secessione della Slovenia e della Croazia, proclamatesi indipendenti nel giugno del 1991, a cui hanno fatto seguito l’adozione di una nuova Costituzione secessionista da parte della Macedonia (settembre 1991), nonché la dichiarazione d’indipendenza della Bosnia-Erzegovina (marzo 1992), hanno concorso a determinare la dissoluzione dello Stato jugoslavo. Nell’aprile 1992 Serbia e Montenegro hanno dato vita a una nuova federazione, la Repubblica federale di Jugoslavia; nel 2006 il Montenegro ha deciso di staccarsi e divenire Stato sovrano. Nel 2008 è il Kosovo (a maggioranza albanese) a proclamatosi indipendente dalla Serbia: attualmente è riconosciuto da 93 Stati Onu, contro 95 che non lo hanno fatto e 5 astenuti. Durante gli anni Novanta la ex Jugoslavia è stata martoriata da diverse guerre. La motivazione principale è il nazionalismo imperante nelle diverse repubbliche a cavallo fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, ma hanno concorso anche ragioni economiche, così come interessi e ambizioni personali dei leader politici coinvolti e la contrapposizione spesso frontale fra etnie e religioni diverse. Ne ricordiamo i maggiori:
• Guerra d’indipendenza slovena (27 giugno-6 luglio 1991)
• Guerra in Croazia (1991-1995)
• Guerra in Bosnia ed Erzegovina (1992-1995)
• Guerra del Kosovo (1996-1999)
• Operazione Nato ‘Allied Force’ contro la Repubblica federale di Jugoslavia, soprattutto serba (24 marzo-10 giugno 1999)
• Conflitto nella Repubblica di Macedonia (22 gennaio-12 novembre 2001)

LE NATURALIZZAZIONI IN TICINO

Nel corso del 2017 1’657 persone hanno acquisito la nazionalità svizzera. La metà delle acquisizioni riguarda cittadini di nazionalità italiana; seguono i portoghesi e i cittadini dell’ex Jugoslavia: i croati 4,2%, i bosniaci 3,7%, i serbi e i kosovari (entrambi con il 3,2%) e i macedoni 2%.
(fonte: Annuario Statistico Ticinese 2019).

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