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18.07.2021 - 15:220

Pechino, Washington e i 'Big data'

Entrambi i governi si sono convinti che le informazioni sulle abitudini commerciali dei cittadini possano essere sfruttati nella nuova Guerra Fredda

Ci siamo emozionati per la sorte personale di Jack Ma, il profeta dell’ecommerce finito lo scorso ottobre nel cono d’ombra del Partito comunista. Era sembrata un’azione mirata contro Alibaba, che aveva sconfinato nella finanza, e per rimettere in riga il suo fondatore che aveva criticato in pubblico il sistema del credito di Pechino: "Funziona come un vecchio banco dei pegni", aveva detto Ma prima di scomparire. I fatti delle ultime settimane dimostrano però che è tutta la galassia dei grandi gruppi tecnologici cinesi ad essere al centro di un’azione di ridimensionamento diretta da Xi Jinping. E l’operazione sta facendo molto male ai portafogli azionari degli investitori, da Hong Kong a Wall Street.

La strategia

L’ultimo caso è quello di Didi, il gigante del 'ride-hailing' che a fine giugno con una Ipo in Borsa a New York ha raccolto 4,4 miliardi di dollari e subito è stato punito a Pechino: la sua app da 500 milioni di utenti e 15 milioni di autisti è stata sospesa per ordine dell’Amministrazione del cyberspazio cinese, una creatura che risponde direttamente a Xi Jinping con la quale ormai tutte le Big Tech mandarine dovranno fare i conti. Perché dopo la stangata a Didi (e a Wall Street), Pechino ha decretato che d’ora in poi ogni azienda cinese che abbia dati su almeno un milione di utenti dovrà sottoporsi a una revisione prima di quotarsi all’estero. Xi ha costituito l’Amministrazione del cyberspazio nel 2014, dopo che l’ex analista della Cia Edward Snowden aveva rivelato la forza della sorveglianza americana (lo spionaggio) sul web.

I Big Data sono diventati un problema di sicurezza nazionale: a Pechino come a Washington, i governi si sono convinti che le informazioni sulle abitudini commerciali dei cittadini, i profili anagrafici dei consumatori, possano essere sfruttati nella nuova Guerra fredda. Lo proclamava Donald Trump quando voleva oscurare TikTok di proprietà cinese; lo pensa Xi guardando al mezzo miliardo di cinesi registrati su Didi e alle autorità americane che potrebbero accedere ai dati della società quotata a New York. E ora TikTok ha dovuto congelare la sua Ipo.

Come al solito, Pechino non ha chiarito quali siano le nuove regole della «revisione» sulle società cinesi e quindi i supervisori comunisti saranno liberi di decidere di volta in volta. In Cina ci sono migliaia di aziende tecnologiche che operano raccogliendo informazioni sui consumi e le preferenze personali di centinaia di milioni di utenti, da Alibaba a Weibo, Tencent, Baidu, Meituan. E-commerce, social network, food delivery ormai attraggono tutta la popolazione urbana della Cina e sono una miniera di informazioni.

Il controllo delle Big Tech ha avuto un effetto perverso: ha messo d’accordo Washington e Pechino sulla necessità di frenare la corsa delle aziende cinesi verso Wall Street. Solo nel primo semestre del 2021 i gruppi cinesi hanno raccolto negli Stati Uniti 12 miliardi di dollari: investimenti da incubo, in queste condizioni. Quest’anno Alibaba ha perso 300 miliardi di dollari di valore in Borsa; Tencent e JD.com 310 insieme; in totale i gioielli tecnologici cinesi quotati a Hong Kong, Shanghai e New York hanno perso 831 miliardi di dollari di capitalizzazione.  Il Washington Post commenta che finalmente «i sapientoni di Wall Street hanno capito di essersi comportati come “utili idioti” (utili a Pechino, ndr) incoraggiando gli americani a gettare il loro denaro nelle imprese tecnologiche cinesi».

C’è anche un fattore personale dietro l’azione di Xi: oltre ai dati vuole controllare i capitani d’industria multimiliardari per evitare che con il loro peso  internazionale possano cullare il sogno di influenzare l’agenda politica cinese.

Qui Washington

Il muro contro muro Usa-Cina sulle tecnologie digitali è un conflitto che produce, paradossalmente, un risultato simmetrico: viene tolto ossigeno alle società cinesi hi-tech quotate a Wall Street per via della legge di Pechino che vieta alle sue imprese di fornire dati alle autorità statunitensi che sorvegliano i mercati, come richiesto dalle norme Usa sulla trasparenza. Obblighi che il Congresso di Washington, con rara decisione bipartisan, ha reso ancora più severi. E ora cresce, soprattutto da parte repubblicana, la pressione per il delisting delle imprese che non forniscono alla Sec, la Consob americana, le informazioni richieste dalla legge. L’esclusione dalle borse Usa, in realtà, non potrà avvenire prima del 2025 perché una norma firmata da Trump negli ultimi giorni della sua presidenza dà alle corporation cinesi tre anni di tempo per mettersi in regola sulle informazioni societarie.

Biden, intanto, mette in guardia anche le imprese americane che operano a Hong Kong, considerata ormai una piazza a rischio come il resto della Cina. Il gelo tra Washington e Pechino, insomma, va oltre la battaglia per il controllo delle tecnologie digitali: investe tutte le 250 le imprese cinesi quotate negli Stati Uniti, ma anche le 282 le imprese americane con sede a Hong Kong.

Ma per il presidente democratico la battaglia del digitale è solo un aspetto di una manovra per ridefinire il ruolo degli Stati Uniti rivalutando i temi ambientali e guardando più all’Occidente che all’Asia: del resto anche nel 2020 della pandemia attraverso l’Atlantico sono passati scambi per oltre mille miliardi di dollari mentre i 2500 miliardi di investimenti americani in Europa sono il triplo di quelli fatti dalla Cina nella Ue.

Quanti fronti

Quindi Biden cerca intese con l’Europa, ad esempio chiudendo contenziosi come quello Boeing-Airbus con l’obiettivo di marciare uniti contro la Cina per porre fine alle sue pratiche commerciali scorrette e per ottenere da Pechino impegni più consistenti sul clima.

L’ambiente diventa così, una linea di demarcazione assai sensibile dato che l’Europa ha già una sua strategia e vuole salvare i rapporti commerciali con Pechino: da mesi In Americas si sente parlare meno di battaglie sul 5G e molto più di clima, a cominciare dal cosiddetto Carbon Border Adjustment Mechanism. In sostanza una tassa sui beni importati calcolata sulla quantità di anidride carbonica emessa per produrli: il tributo, appena inserito nel piano ambientale UE su richiesta del francese Macron (mentre il sostegno tedesco è più freddo), non piace agli Stati Uniti che temono nuove forme di protezionismo.

Biden non ha molte armi dirette per bloccare la Carbon Border Tax, ma può giocare di sponda lasciando che sia la Cina a battere i pugni sul tavolo (Xi Jinping lo ha già fatto) o favorendo una presa di distanze di Berlino (che incassa la cancellazione delle sanzioni Usa per il gasdotto North Stream 2 realizzato coi russi). Rimane il fatto che, pur non mollando la presa sulle reti digitali, il presidente americano allarga all’ambiente il confronto strategico triangolare con Cina e UE. Rientrato nell’accordo di Parigi dopo il ritiro di Trump che aveva lasciato campo libero a Pechino, Biden oggi cerca di mettere in luce le contraddizioni di Xi (vuole essere leader ma continua a inquinare di più e a costruire centrali a carbone, con obiettivi di azzeramento delle emissioni differite di almeno 10 anni rispetto all’Occidente) mentre gli Usa, anche fuori da Parigi, hanno già ridotto il loro inquinamento. Un primo risultato l’ha già ottenuto: la Commissione Ue ora assicura che la Carbon Border Tax (se mai partirà) non si applicherà a Paesi che hanno gli stessi obiettivi di riduzione dell’effetto-serra dell’Europa. Come gli Usa, appunto.

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