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23.01.2023 - 15:19
Aggiornamento: 15:39

Anni di crisi? Per lo storico nulla di nuovo per il genere umano

Secondo lo studioso Niall Ferguson, le crisi climatiche, finanziarie e pandemiche sono una costante nella storia e generano importanti cambiamenti

Ats, a cura di Red.Web
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Keystone
Niall Ferguson

Stiamo vivendo anni di crisi, un periodo difficile in cui le notizie negative si accavallano? Macché, questo tipo di emergenze ci sono sempre state, risponde il celebre storico inglese Niall Ferguson, che respinge gli scenari apocalittici portati avanti dai media e dai politici, in primo luogo a Davos: il mondo non sprofonderà a causa del cambiamento climatico e il Covid è stata la migliore pandemia che potevamo avere.

Dopo aver ascoltato tanti interventi cupi nei giorni trascorsi al Forum economico mondiale (Wef), Ferguson mette subito le mani avanti. "Prima di tutto, voglio essere chiaro: queste crisi non sono insolite. E nemmeno il loro accumulo", afferma in un’intervista pubblicata oggi dall’Aargauer Zeitung e testate consorelle. "In qualsiasi decennio del XX secolo si sarebbe potuto gridare: Abbiamo una policrisi! Questa parola (che definisce diverse crisi che avvengono contemporaneamente) è diventata un termine di moda. Ma non ha senso, perché è ridondante".

Le crisi sono infatti sempre molteplici. "Il mondo è un luogo complesso. Nelle mie ricerche, arrivo sempre alla stessa conclusione: se si verifica uno sconquasso da qualche parte nel nostro sistema globale, la probabilità di una cascata o valanga di crisi successive è alta".

"Ricordo la mia prima partecipazione al Wef nel 2009", spiega il professore all’università di Harvard (Boston, Usa) mettendo al centro dell’attenzione la crisi finanziaria di allora. "Questa ha avuto conseguenze di vasta portata: una critica massiccia alla globalizzazione, che a sua volta ha contribuito all’elezione di Donald Trump e alla Brexit, nonché alla nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina; anche la primavera araba ha avuto legami con la crisi finanziaria".

E il coronavirus? "La tempistica può essere stata casuale, ma nella storia ci sono sempre state pandemie e ciò che è interessante è che spesso si sono verificate in parallelo alle guerre. Ora abbiamo un altro conflitto in Europa. È terribile. Ma non abbiamo né più né meno crisi di cento anni fa, negli anni Venti. E se potessi scegliere se vivere allora o oggi, non vorrei mai e poi mai tornare indietro con una macchina del tempo".

Quindi – riassumono gli intervistatori – non viviamo in un’epoca pericolosa e deprimente. "Per niente, vista in una prospettiva storica. Prendiamo la pandemia di Covid. È stata dodici volte meno letale dell’influenza del 1918 e 1919, che ha ucciso molti giovani. Il coronavirus ha invece ucciso persone anziane. Questo è molto insolito per una pandemia – e molto meno grave. Il coronavirus è stato la migliore pandemia che potesse esserci".

E la guerra in Ucraina? "Terribile. Ma rispetto agli standard del XX secolo, si tratta di uno scontro condotto con eserciti molto piccoli. I russi hanno marciato con 120’000 o 130’000 uomini. È grave, certo. Ma Stalin e Hitler avrebbero riso di questi numeri".

Il 58enne non manca di citare anche il rincaro. "I media sono molto eccitati per la presunta ‘inflazione storicamente elevata’. Ma negli Stati Uniti essa non ha raggiunto nemmeno il 10%. In Europa il tasso si è rivelato in alcuni casi più alto, ma ora sta scendendo rapidamente. C’erano tempi completamente diversi. Quindi: per favore, non parlate di un anno di crisi! Il 2023 potrebbe essere molto noioso. Non sto parlando della guerra, ovviamente".

"La narrazione della crisi è molto attraente, per i giornalisti, gli intellettuali di spicco e, naturalmente, per il Wef di Davos. Il mondo sta per affondare! Discutiamone! Operiamo subito un cambiamento radicale!", prosegue l’intervistato. "Ci sentiamo importanti quando viviamo in quelli che dovrebbero essere i tempi più terribili. Ogni generazione ha la sua versione di questa percezione. La narrazione della sventura garantisce l’attenzione. Al contrario, nessuno riceve un premio per aver detto: viviamo nei tempi migliori". Padre di tre figli, Ferguson dice di non essere preoccupato per i toni cupi che si sono sentiti a Davos. "O meglio: mi rassicurano. Perché l’ho notato: se Davos è molto ottimista, allora voi dovreste essere ribassisti, e viceversa".

"I politici più importanti tengono qui discorsi apocalittici sul riscaldamento globale", insiste lo studioso. "Poi parlo con i rappresentanti del settore privato e mi dicono: stiamo andando bene, meglio del previsto, la crisi energetica europea è finita. In breve: la fine del mondo sarebbe vicina, ma i mercati esultano. Tutto ciò è molto contraddittorio".

Occorre fermare l’aumento delle temperature, ma l’Europa e gli Stati Uniti falliranno nel loro intento. "Perché qualsiasi cosa facciano non ha molta importanza finché Cina, India e il resto dell’Asia continueranno a bruciare carbone. E lo fanno. Anche per produrre elettricità, che viene poi utilizzata per ricaricare i milioni e milioni di veicoli elettrici".

"Credo che le soluzioni tecnologiche siano a portata di mano. L’energia solare sta diventando sempre più efficiente. I progressi dell’energia nucleare sono enormi. Anche la fusione nucleare si sta avvicinando. E l’idrogeno ha un grande potenziale. Penso anche che sia importante notare che il cambiamento climatico non è immediatamente letale come una pandemia. Se prendiamo come metro di paragone la mortalità, non è affatto così pericoloso come viene comunemente dipinto".

"Trovo strani gli appelli all’arresto immediato del riscaldamento globale, quando allo stesso tempo non si osa chiedere ai cinesi di rinunciare al carbone", argomenta Ferguson. "O si fa questo, oppure si attendono le nuove tecnologie e si cerca di attutire il più possibile le conseguenze del cambiamento climatico. Ed è qui che bisogna affrontare la realtà. Ci sarà un aumento della migrazione dai paesi sempre più caldi dell’Africa verso l’Europa: come affrontarlo? Nessuno si pone questa domanda. Eppure è centrale, soprattutto perché la popolazione africana sta crescendo e aumentando, mentre la Cina si sta riducendo per la prima volta".

"Il mondo non finirà a causa del cambiamento climatico: sta solo cambiando", afferma il professore. "Un cambiamento è rappresentato da una maggiore migrazione: questo è un processo chiamato storia". Più immediato è il pericolo di conflitti. "Se scoppia una guerra, è probabile che non rimanga isolata, a causa delle conseguenze, come gli shock sull’approvvigionamento energetico. Probabilmente non quest’anno, ma in questo decennio penso che siano molto probabili altri conflitti".

Dove potrebbero scoppiare? "Il rischio a Taiwan è evidente. Cina e Stati Uniti sono in rotta di collisione. Vedo anche un rischio in Iran, ci potrebbe essere una guerra lì: non ho sentito nulla al riguardo in un solo discorso a Davos, anche se la situazione sta peggiorando sempre di più. L’Iran è governato da un regime radicale. Ha appena represso brutalmente le proteste. Senza un nuovo accordo nucleare, e non ce ne sarà uno, la strada che porta l’Iran a diventare una potenza nucleare è relativamente breve. L’Iran è già coinvolto in guerre per procura contro l’Arabia Saudita. E non dimentichiamo che Israele ha un nuovo governo sotto la guida di Netanyahu che sta perseguendo una politica molto dura nei confronti dell’Iran".

Un conflitto a Taiwan o in Iran potrebbe scoppiare ancora prima che termini quello in Ucraina. "Viviamo in una nuova era della guerra fredda. Nella guerra fredda originale ci sono sempre state anche guerre calde, cioè veri e propri conflitti. È probabile che ciò si ripeta ora", pronostica lo storico. "Una terza guerra mondiale tra Cina e Stati Uniti sarebbe un disastro troppo grande: ecco perché non accade. Ma anche le guerre regionali non sono insignificanti, soprattutto perché oggi esiste un asse con Cina, Russia e Iran".

Il rapporto sui rischi globali del Wef viene molto considerato dalla stampa, "ma è quasi sempre sbagliato". "Nel 2020 il rapporto ha indicato come rischi maggiori: cambiamenti climatici, cambiamenti climatici, cambiamenti climatici". Le pandemie non vengono più menzionate nello studio dal 2008. "Ricordo il Wef 2020, tutti parlavano di Greta Thunberg e io mi sono chiesto: perché mai parlano di temperature quando c’è un’enorme pandemia in arrivo? Ho guardato l’elenco dei partecipanti e ho visto che almeno cinque persone di Wuhan erano a Davos. Ho inviato una e-mail al fondatore del Wef Klaus Schwab per chiedergli se fosse consapevole del fatto che il suo congresso potrebbe diventare un evento di super-diffusione dell’epidemia. Non ha risposto. Il Wef è stato enormemente fortunato perché il virus ha superato Davos per un soffio e poi è esploso in altre località sciistiche".

"Ora torniamo a fare soldi in Cina, e ci preoccuperemo di Taiwan più tardi! Questo atteggiamento è molto pericoloso", prosegue Ferguson. "Le controversie interstatali sono solo al 14esimo posto nella classifica del Global Risk Report del Wef, ma purtroppo siamo vicini a un’escalation. Non dimenticate che l’anno prossimo ci saranno le elezioni a Taiwan. Dal punto di vista cinese, se vincono le persone ‘sbagliate’, le cose si possono muovere molto rapidamente", conclude l’intervistato.

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