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04.05.2022 - 05:10
Aggiornamento: 16:27

Una guerra (anche) per procura

Del Pero (SciencesPo): il coinvolgimento degli Usa in Ucraina è innegabile, ma è solo uno dei molti aspetti di questo conflitto

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Keystone
Zelensky consegna alla speaker della Camera Usa Nancy Pelosi la medaglia dell’Ordine della principessa Olga

Altri 33 miliardi ‘sull’unghia’, dei quali una ventina in armamenti, dopo gli oltre 13 già erogati dall’inizio del conflitto. Il megasummit militare con gli alleati a Ramstein, in Germania. Le visite a Kiev dei segretari di Stato e Difesa, Antony Blinken e Lloyd Austin, oltre che della speaker del Congresso Nancy Pelosi. Gli epiteti "macellaio" e "criminale" rivolti dal presidente Joe Biden a Vladimir Putin. Comunque la si guardi, è evidente che il coinvolgimento degli Usa in questa guerra si sta facendo sempre più intenso. Per alcuni si tratta di un auspicato impegno a favore della libertà e della democrazia, per altri è il riflesso delle velleità imperialiste del solito zio Sam. A evitare facili semplificazioni ci aiuta Mario Del Pero, professore di Storia degli Stati Uniti a SciencesPo.

Ancora dollari, ancora armi. Siamo arrivati alla guerra per procura?

La definizione di ‘proxy war’, combattuta tramite altri Paesi, è sostanzialmente corretta, ma va subito precisata. Intanto, il coinvolgimento indiretto degli Stati Uniti in questa guerra – che la stessa Ucraina presenta come una lotta non solo per se stessa, ma per la democrazia, la libertà, l’occidente – costituisce solo una delle sue tante dimensioni. C’è cioè un aspetto di ‘procura’, ma all’interno di un conflitto ben più ampio che è anzitutto resistenza nazionale, guerra di logoramento, ma anche guerra economica. Allo stesso tempo, bisogna fare attenzione a non confondere causa ed effetto: non sono stati gli Stati Uniti ad avviare le ostilità, il loro intervento arriva solo dopo il successo inaspettato e sorprendente della resistenza ucraina contro un nemico che si credeva molto più forte. È questa resistenza che ha reso sensato per gli Usa e l’Europa aumentare la partecipazione indiretta allo scontro.

Ma quali sono gli obiettivi di Washington?

Solo tra qualche anno potremo vedere dietro le quinte con i metodi della ricerca storica e capire meglio la situazione, ma mi pare anzitutto che questi obiettivi siano diversi e in continua evoluzione. C’è l’occasione, prontamente sfruttata, di ricompattare il fronte atlantico sotto la leadership della presidenza Usa. C’è anche la volontà di riaffermare la propria credibilità quali difensori dell’ordine internazionale minacciato dalle sfide revisionistiche – in senso politico e territoriale – della Russia, lanciando un messaggio anche alla Cina che a sua volta sfida gli equilibri esistenti, ad esempio a Taiwan. Infine c’è il tentativo di indebolire Vladimir Putin e sfatare il mito della grande potenza militare russa, molto in voga prima di questo conflitto dopo i successi in Cecenia, Georgia, Siria, Crimea.

Il rischio però è che un Putin messo all’angolo, invece di arrendersi, rilanci con nuove avventure in altri Paesi e un’escalation militare.

Questa è chiaramente una possibilità che ci deve preoccupare, soprattutto vedendo coinvolte potenze nucleari, perché sappiamo che la situazione può sfuggire di mano. Nel frattempo non si intravedono punti di rottura che permettano una soluzione diplomatica. A un certo punto occorrerà lasciare intravedere a Putin una via d’uscita più o meno onorevole.

C’è chi dice che Putin "si è allargato la Nato da solo": con la sua aggressione ne ha rapidamente ricompattato gli intenti e ha spinto Paesi come Svezia e Finlandia a chiedere l’adesione. Che prospettive apre questa seconda primavera dell’alleanza atlantica?

Anzitutto vi è una riaffermazione del ruolo guida degli Stati Uniti: anche il riarmo tedesco mi pare sottoposto a questa egida, più che a un progetto ‘macroniano’ di difesa autonoma europea. Questa Nato rilegittimata, però, non è a trazione esclusivamente angloamericana: vi giocano un ruolo importante Polonia e Paesi baltici, in prima linea rispetto all’aggressività di Mosca. Questo non è rassicurante, se si pensa alla prospettiva di un’Ucraina devastata e di una Russia nucleare sempre più isolata e autoritaria, soggetta a degenerazioni di tipo ‘iraniano’. Si tratta di un retaggio estremamente infiammabile, specie se all’equazione si aggiunge il conflitto latente tra Usa e Cina e si riconosce che Washington, oltre a un approccio ‘federale’ verso gli alleati, mantiene anche posture che tra molte virgolette potremmo definire ‘imperialiste’.

Però il ‘metus hostilis’ pare aver compattato anche l’Europa, vero oggetto del desiderio ucraino fin dai tempi delle proteste di piazza Maidan. Possiamo aspettarci un ruolo centrale dell’Unione europea nella soluzione del conflitto, o si dimostrerà per l’ennesima volta subordinata agli Usa?

Sicuramente la cosa che spaventa di più Putin – molto più di un allargamento Nato che al massimo fornisce pretesti per il suo vittimismo nazionalista – è un’Ucraina sempre più europea, democratica, porto sicuro per gli stessi dissidenti russi. Va detto però che allo stato attuale le iniziative diplomatiche di diversi Paesi europei, spesso slegate le une dalle altre come quelle francesi e tedesche, non stanno sortendo grandi risultati. Il presidente francese Emmanuel Macron telefona a Putin in continuazione, ma per ora non vediamo soluzioni, mentre è abbastanza chiaro che per i russi l’interlocutore principale, per non dire l’unico, sono gli Stati Uniti.

Confronto Usa-Russia, revanscismo moscovita e fregole atlantiche, retorica nucleare: la tentazione è quella di guardare al presente attraverso le lenti della Guerra fredda. Ha senso?

Credo che sia fuorviante. Certo, la retorica nucleare che vediamo oggi non si sentiva dagli anni ’50: quello nucleare è senz’altro il comune denominatore tra le due epoche. Però la Russia non è più una grande potenza, un Paese capace di sacrifici enormi per passare in pochi anni dall’agricoltura alla piena industrializzazione, una nazione la cui ideologia abbia ancora una sua forza mitopoietica, una capacità di ergersi a modello per altre nazioni. Il sistema internazionale nel frattempo è passato dall’ordine bipolare a una miscela di elementi unipolari – con gli Usa che restano ancora di gran lunga il Paese più potente – e multipolari, con l’emergere di nuove potenze globali e regionali, in primis la Cina.

Per capirci qualcosa alcuni hanno scongelato perfino Henry Kissinger, la cui longevità culturale si direbbe direttamente proporzionale alla sua storica ambiguità ("È Amleto oggi e Cesare domani", scrisse di lui il grande politologo Hans Morgenthau). A quasi cent’anni, l’ex Segretario di Stato di Richard Nixon è trattato come un Nostradamus che qualche anno fa avrebbe predetto quel che sarebbe successo, consigliando un’Ucraina neutrale, ‘finlandizzata’, parte dell’Ue, ma non della Nato. Lei Kissinger lo ha studiato assiduamente: che ne pensa?

Penso che spesso lo si tiri fuori a sproposito. Penso anche che la sua lettura della realtà ucraina sia inadeguata, statica ed essenzialista. Basti pensare al fatto di ricorrere a categorie di civiltà, individuando una presunta fratellanza tra russi e ucraini, dividendo staticamente in due – ovest cattolico ed est ortodosso – le anime del Paese. Ma l’identità nazionale è qualcosa che si rimescola e ridefinisce costantemente, specie in momenti decisivi come l’Euromaidan e la recente invasione, e non mi pare proprio che ora sia l’amicizia tra i due popoli a prevalere. Basterebbe questo per capire quanto le ricette di Kissinger poggino su basi traballanti, ma c’è di più: l’idea che guerre e crisi internazionali siano solo una questione di confronto tra grandi potenze, perché sono loro che decidono tutto, incluso il criticato allargamento della Nato. Kissinger finisce per dipingere un mondo in cui la ‘agency’, il potere attivo dei Paesi più piccoli viene del tutto ignorato, dimenticando ad esempio che fu la Polonia a spingere per aderire all’alleanza atlantica. Nella prosa spesso oracolare, delfica di Kissinger ritroviamo invece un mondo di superpotenze monolitiche e ancestrali interessi vitali, qualcosa di poco adatto a spiegare la crisi ucraina.

Paradosso dei paradossi, il falco per eccellenza è diventato un idolo degli antiamericani. In che misura questi influenzano ancora il dibattito occidentale?

Penso che il ruolo dell’antiamericanismo vari in modo marcato da Paese a Paese: è molto forte in Francia e abbastanza in Italia, meno altrove. Il problema di un certo antiamericanismo è che a perplessità e critiche legittime si aggiunge una sorta di visione assolutizzante degli Stati Uniti, che in quanto ritenuti colpevoli di tutti i mali finiscono anche per apparire come un deus ex machina che potrebbe risolvere qualsiasi crisi. Così facendo, ancora una volta, si finisce per sopravvalutare il ruolo di una grande potenza e travisare le specificità di ogni situazione regionale.

Un ultimo fattore che ha unito Usa ed Europa è dato dalle sanzioni contro la Russia. Non c’è il rischio che il prolungarsi della guerra finisca per fare riemergere divergenze anche su questo punto?

Come detto, questa è anche una guerra economica. Ma le sanzioni funzionano davvero solo se c’è interdipendenza tra sanzionato e sanzionatore. Questo è il caso dell’Europa, che della Russia è il principale partner economico e commerciale, ma non degli Stati Uniti, che quindi possono imporre sanzioni senza subire le stesse conseguenze che nei prossimi mesi potrebbero investire l’Europa. Questa divergenza nel conto da saldare, unita a un conflitto che rischia di prolungarsi in una lunga guerra d’attrito e di logoramento, potrebbe in effetti contribuire a dividere in qualche misura il fronte occidentale.

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