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La docu-fiction
Un brutale assassino mi ha curato le rose
Per la serie nazionale ‘True Crime’, Fulvio Bernasconi ha diretto Giuseppe Cederna ne ‘Il vicino tranquillo’, sul ‘caso Tschanun’. Siamo stati sul set
Fulvio Bernasconi durante le riprese a Lugano. Alla sua sinistra la “line producer” Sara Bühring, di Central Productions
(Ti-Press/Elia Bianchi)
4 novembre 2022
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Sedici aprile 1986: reso folle dall’esasperazione, l’architetto a capo della Polizia delle costruzioni di Zurigo, Günther Tschanun, entra in ufficio, uccide 4 colleghi a colpi d’arma da fuoco e ne ferisce gravemente un quinto. Dirà di aver agito perché le pressioni sul posto di lavoro, così come l’atteggiamento di alcuni sottoposti, si erano fatti insostenibili. Terminata la mattanza fugge in Francia, dove verrà acciuffato solo tre settimane più tardi. Al processo, tenutosi in Svizzera, la giustizia lo condannerà a 17 anni per omicidio intenzionale plurimo in prima istanza, che diventano 20 per assassinio plurimo in seconda istanza. Sconterà in totale 14 anni. Uscito di galera per buona condotta, sparirà dalla circolazione. Finché nel 2021 uno "scoop" della Sonntagszeitung rivela che Tschanun è morto nel 2015 sull’argine della Maggia, battendo la testa durante un giro in bici. A Losone, dove risiedeva da anni, si faceva chiamare Claudio Trentinaglia. Per quelli del quartiere era la figura raffigurante cui diamo in mano le chiavi di casa affinché se ne occupi mentre siamo assenti. O concediamo di curarci il giardino. Ma se un giorno emerge che un uomo del quale ci fidavamo è stato in realtà un pluriomicida, allora le nostre certezze vacillano, le domande ci assalgono. Ci chiediamo cosa sia il bene e cosa il male, dove si situi il confine fra questi due estremi.

A queste stesse domande cerca ossessivamente delle risposte Marco Terzaghi, giornalista in pensione, uno del quartiere che con Claudio Trentinaglia aveva fatto amicizia.

Terzaghi, interpretato da Giuseppe Cederna, è il protagonista della docu-fiction ‘Il vicino tranquillo’ che il regista ticinese Fulvio Bernasconi ha girato a Lugano dal 18 al 29 ottobre per una produzione Srg/Rsi ‘Storie’ di Michael Beltrami, in collaborazione con la Central Productions di Lugano di Sara Bühring. Il film, che sarà montato da Bettina Tognola e che si avvale di una troupe da cui spicca un direttore della fotografia considerato un fuoriclasse (il polacco Bogumil Godfrejow), fa parte della serie nazionale Srg/Ssr ‘True Crime’ e passerà l’anno prossimo sulle tre reti nazionali; da noi, appunto, per ‘Storie’. Durante la penultima giornata di riprese, laRegione ha raggiunto sul set, in una vecchia casa disabitata in via Borromini, protagonista, regista e produttori.

Per Beltrami Cederna è una vecchia conoscenza: i loro destini si erano incrociati nel 2003 a Los Angeles, sul set del fortunato ‘Promised Land’ di Beltrami. Prima e dopo quell’esperienza condivisa, l’attore italiano ha lavorato fra gli altri con Comencini, Bellocchio, Silvio Soldini (‘Giulia in ottobre’, ‘Il comandante e la cicogna’, ‘3/19’), Monicelli, Salvatores (‘Mediterraneo’, ‘Marrakech Espress’), con Gianni Amelio in ‘Hammamet’ (nomination come attore non protagonista al David di Donatello 2021) e in diverse fiction Tv (fra cui ‘1992’, ‘1993’ e ‘1994’, nel ruolo di Francesco Saverio Borrelli).

La follia di un uomo ‘normale’

«Ne ‘Il vicino tranquillo’ Terzaghi viene a sapere che l’uomo che gli curava il giardino è morto in bicicletta; poi, molti anni dopo, che quell’uomo non era chi diceva di essere, ma un pluriomicida, autore di una delle maggiori tragedie della storia criminale svizzera – ricorda Cederna –. Così per Terzaghi, confrontato con un grave lutto del quale all’inizio si sa poco o niente, il mondo diventa incomprensibile. Com’è possibile che una persona così gentile e affabile possa aver freddato quattro colleghi e da allora abbia nascosto la sua follia e il suo dramma? Sconvolto, ne parla con la moglie (interpretata da Sandra Ceccarelli) e cerca ossessivamente tutto quanto possa chiarire i contorni della vicenda per capire chi fosse davvero il pluriomicida e cosa possa spingere un uomo "normale" a distruggere la vita di cinque persone e la propria».

La ricerca ridà un senso alla vita del pensionato, che avrà modo di confrontarsi con tutta una serie di personaggi che hanno avuto a che fare con Tschanun in vita: dalla cugina che l’ha conosciuto da piccolo a Ursula (interpretata da Anna Pieri Zürcher) – la funzionaria del Dipartimento di giustizia che aveva seguito l’iter di reintegrazione di Tschanun dopo la sua scarcerazione – fino a una donna che era stata l’amante di Tschanun e che lo ricorda come uomo raffinato e colto, ottimo ballerino. Terzaghi incontra anche un ex collega di Tschanun (interpretato da Michele Venitucci), risparmiato perché non aveva firmato una lettera di accuse nei suoi confronti e che oggi vive nel dolore per non essere morto al posto degli altri. «Ognuna di queste persone racconta un pezzo diverso della storia e noi, come il protagonista del film, rimaniamo sorpresi dalla ricchezza della vita che c’era attorno all’omicida», riflette Cederna.

Questi confronti aiuteranno Terzaghi a uscire dal suo stato di prostrazione e lo riavvicineranno alla figlia. «In realtà il protagonista non trova delle risposte, ma incontra altre storie che, come la sua, hanno a che fare con il dolore; questa sorta di fratellanza in qualche modo gli permette di uscire dalla prigionia che si era autoinflitto». Sull’idea, nata un anno e mezzo fa da Michael Beltrami e Fulvio Bernasconi (il quale ha poi scritto la sceneggiatura con Alberto Ostini), Cederna si è immediatamente buttato partecipando alla scrittura e lavorando alle scene. «Questo – dice – perché ho trovato molte affinità con il mio personaggio e sono molto vicino al tema della fragilità e alla "resurrezione", alla ritrovata voglia di vivere che passa dall’accettazione del dolore come parte della vita e come mezzo per crescere e diventare più umani».

Il regista

‘Svelare il killer indagando altri’

Reduce dalla seconda stagione di ‘Quartier des Banques’, e con in carniere esperienze importanti sia nella documentaristica, sia nella finzione (‘Fuori dalle corde’ del 2007, ‘Miséricorde’ del 2016), Fulvio Bernasconi sperimenta dunque con ‘Il vicino tranquillo’ la docu-fiction, modello in cui la fiction pura, pur basata essenzialmente su fatti realmente accaduti, è supportata da estratti documentali.

In ‘Il vicino tranquillo’ il protagonista non è Tschanun, ma una persona che aveva avuto a che fare con lui non in relazione al terribile fatto di sangue. Come avete deciso di affrontare la storia da questo particolare punto di vista?

L’idea primigenia è di Michael Beltrami, che per ‘Storie’ aveva pensato alla vicenda di Tschanun e me ne aveva parlato. Così ho approfondito la cosa, che mi ha stimolato perché parliamo di temi che mi interessano, ma ho subito capito che era impossibile raccontarla in modo bello, coinvolgente ed emozionante con un documentario. Pertanto, abbiamo deciso di affrontarla in maniera per così dire "ibrida" e nuova, anche se nuova in senso assoluto non è, perché negli ultimi anni la mescolanza tra fiction e documentario è sempre più utilizzata. Non mi riferisco comunque a quei prodotti in cui la fiction è sotto le mentite spoglie di un documentario: quel genere di film, deontologicamente, non mi piace. Il modello cui mi riferisco è quello di ‘Exterminate All the Brutes’, la miniserie documentaria di Raoul Peck. Poi, lavorandoci, abbiamo capito una cosa importante.

Quale?

Che sarebbe stato interessante affrontare e svelare la figura del killer indagando le persone che ne sono rimaste colpite, come chi lo frequentava. In questo modo abbiamo costruito una drammaturgia in cui il dolore e la sofferenza di Tschanun venissero declinate nella sua storia e in quella di un suo vicino.

La scelta di lavorare alla sceneggiatura con Alberto Ostini parte da lontano.

Sì, lui è uno sceneggiatore che viene dai fumetti. Aveva già scritto il mio film di diploma alla Scuola di cinema – parliamo di 25 anni fa – e poi abbiamo fatto un corto, ‘Goal’, e il "mockumentary" ‘Operazione Lombardia’. Ora ci siamo ritrovati su questo progetto. Lo considero il mio sceneggiatore molto intellettuale (ride, ndr).

Tempo di scrittura?

Rapido. Ci sono state più versioni, ma fra gennaio e giugno abbiamo scritto il grosso. Considerando che in Svizzera a scrivere un film ci metti 5 anni, e poi c’è ancora tutto il capitolo del finanziamento, è un ottimo risultato.

Come l’exploit di girare in 10 giorni.

Sì, più i 3 giorni di prove. Giuseppe Cederna dice che sono una rarità, ma personalmente, in quel che ho fatto, ho sempre ritenuto importante provare, se no corri il rischio di andare sul set e dover lavorare in modo un po’ superficiale. E questo gli attori lo sanno. È vero che a volte con la produzione è necessario insistere, ma alla fine capiscono che il prodotto non può che uscirne migliore. Lo dimostra del resto la qualità dei film di Silvio Soldini, uno che appunto crede molto nelle prove.

E lavorare con Cederna, che per la Svizzera italiana può essere considerato un "fuori categoria"?

Quando abbiamo cominciato a pensare a un vicino di Tschanun-Trentinaglia, ho immediatamente realizzato che sarebbe stato bellissimo lavorare con Giuseppe Cederna. Io l’avevo solo incrociato rapidamente su un set, mentre Michael Beltrami lo conosce bene. Così è stato possibile realizzare il sogno. Poi lavorare con un attore del genere è facile: più uno è bravo, meno lavoro hai da fare tu come regista. Bisogna comunque dire che a priori c’è tutto un discorso di preparazione su cosa è la scena e cosa vuole il personaggio, poi le cose si incarnano, nel senso letterale del termine.

Come si situa questa produzione nel tuo cammino professionale?

Per me è una cosa nuova, un telefilm corto non l’avevo mai fatto e ne sono veramente entusiasta, anche se generalmente l’entusiasmo del regista non è sufficiente né una garanzia di successo (ride, ndr). Scherzi a parte, mi piace molto l’assoluta libertà che mi è data da Michael Beltrami per ‘Storie’ ed è bello poter girare una fiction in italiano.

In che misura credi di voler intervenire nel montaggio?

Ogni volta parto con il piano di voler intervenire il meno possibile, perché fisicamente è il lavoro che mi piace di meno, visto che faccio fatica a star seduto tutto il giorno. In ogni caso credo che come regista corri il rischio di consumarti e di perdere la lucidità. Nei fatti, l’intervento è comunque sempre piuttosto cospicuo, anche perché bisogna considerare il "contorno" delle musiche e del "sound design" (curato da Massimo Pellegrini), che richiedono presenza. Detto questo, mi piace sempre che il montatore mi sorprenda, portandomi qualcosa a cui non avevo pensato. Un montaggio è un lavoro di scultura, come con il marmo. La differenza è che in un film puoi tornare indietro.


Ti-Press/Elia Bianchi
Giuseppe Cederna (a sinistra) in una scena del film