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14.06.2022 - 08:30
Aggiornamento: 09:15

Monica Piffaretti, il senso di Delia per le ciliegie

Tre anni di attesa e Delia Fischer torna a indagare in ‘La memoria delle ciliegie’ (Salvioni Edizioni). A colloquio con l’autrice

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laRegione
Delia Fischer indaga

Avvertenza. Il titolo contiene, «in nuce», la soluzione del giallo. Ci autorizza a scriverlo Monica Piffaretti parlando di ‘La memoria delle ciliegie’ (Salvioni Edizioni), dentro il quale Delia Fischer torna a indagare, insieme alla sua squadra. Ci sono voluti tre anni per dare alla luce questo terzo capitolo, quello della primavera, dopo l’invernale ‘Rossa è la neve’ (2017) e l’autunnale (lo dice il titolo) ‘Nere foglie d’autunno’ (2019), usciti sempre per lo stesso editore. E sempre con una precisa connotazione storica, tratto comune che porta dai bimbi ricollocati del primo romanzo ai Fatti di Chiasso del 1945 del secondo.

«Mi piace allestire uno sfondo storico attraverso il quale Delia possa muoversi, un’indicazione che il passato è sempre con noi, anche nel contingente. Il suo lavoro è quello di mettere insieme dei pezzi, dopo averli cercati, prima che spariscano. Ciò che è sepolto emerge, e così il passato ha questa tensione verso il presente, prima che l’oblìo se lo porti via per sempre. Un passato che compare sotto forma di microframmenti, che siano testimonianze o documenti. Ma è una parte del lavoro di Delia, che incontra persone, chiede, forte del suo intuito.

I giorni delle spie

In ‘La memoria delle ciliegie’, i resti ossei scoperti per caso dal figlio dell’ispettore Bixio Conconi a Verdabbio, nella Mesolcina, portano a tale Ottorino Garzoni. Non sono le ossa a parlare, in verità, bensì la targhetta militare ritrovata nelle vicinanze. Di lui si sa che era scomparso il 30 maggio del 1982, data che nella macchina del tempo di Piffaretti ci porta dritti dritti negli anni della Guerra Fredda in Svizzera. «Sono gli anni dell’organizzazione P26, nella quale qualcuno ha visto una sorta di Gladio elvetica. Ma anche gli anni dell’affaire Novosti, l’agenzia sovietica chiusa in centro a Berna perché accusata di spionaggio, mentre l’Europa era a caccia di spie sovietiche. Riconosco che esistono collegamenti con l’attualità, chi l’avrebbe detto che mi sarei trovata così sul pezzo…». Tra personaggi di fantasia, con altro nome (nascosti al massimo dietro l’assonanza), sfilano anche alcuni protagonisti dell’epoca.

«Di quegli anni ricordo una manifestazione pacifista al liceo di Bellinzona, ma ero in fondo già giornalista senza esserlo. Mi è piaciuto registrare quel periodo e constatare che sarebbe andato a finire bene, quando invece quel ‘secolo breve’ non si è dimostrato poi così breve, visto che un rigurgito di quel pezzo di storia sta tornando oggi, sempre che non torni anche l’Ottocento. Come giornalista, uno degli ultimi dossier trattati è stato proprio la P26, la caduta del Muro, l’affaire delle schedature. Ce l’ho dentro. Ma mi sono anche documentata». Alcuni dei documenti sono sul tavolo di casa; altri approfondimenti storici sono, come d’abitudine, a piè di pagina: «Come scrittrice, mi trasferisco altrove, in un’altra epoca, entro dentro i personaggi e le loro teste, ma devo farlo con coerenza e precisione. La parte oggettiva deve essere corretta, e mi piacere inserire note per chi vuole sapere di più, e per capire che quella è la storia, e il resto è romanzo».

A compendio dell’affaire Novosti e tutto il resto: «L’epoca era già quella della caduta del Muro, si respirava una voglia di pace, non si comprendeva l’esigenza dei bunker, delle riserve strategiche. Oggi, con la nuova paura, si comprendono più facilmente. Gli anni ’90 sono stati anni di grande ottimismo e di fiducia nel futuro con la contrapposizione tra potenze armate fino ai denti, che si guardavano in cagnesco e avrebbero potuto distruggere il pianeta più volte, poi finita senza spargimenti di sangue. Grazie anche a tanta fortuna…» (si ricorda qui il gesto del russo Stanislav Petrov, che il 26 settembre del 1983 identificò un falso allarme missilistico – un presunto invio di missili dal Montana – risparmiandoci l’estinzione).

Affinità

In casa Piffaretti, Delia Fischer è ormai una di famiglia. Anche i casi di ‘nera’ di cui si occupa, sottoposti ai familiari in primis, check preliminare di ogni evento delittuoso. Ma non macabro. «Il fatto criminale è per me un pretesto per capire i moventi, quel che sta dietro gli esseri umani che si muovono su questo teatro che al centro del palco ha Bellinzona, con finestre che si spalancano sul mondo. Il cruento non m’interessa, non ho la volontà di raccontarlo. Mi piace invece raccontare del senso profondo della giustizia di Delia, la giustizia che va oltre i paragrafi di legge, quella che vi sta sopra».

Del suo personaggio, l’autrice dice: «L’ho voluta altra da me, deliberatamente. È del tutto diversa da me perché è biondina, ha i capelli corti, è rotondetta, senza figli. Ciò che abbiamo in comune è la passione per i dolci e qualche pensiero vagabondo». Questo perché «Delia ora ha una sua autonomia. Non dico che prenda vita, ma di certo non posso farle fare qualsiasi cosa. È scolpita attraverso tre romanzi, è una sagoma che non si può tagliare ulteriormente. Ora è un personaggio con il quale mi confronto. Ma credo che una parte di me sia anche in altri personaggi, nella sua squadra». E alla fine, anche la squadra è un trait d’union: «Lavoro anche io in team: collabora con me un geologo molto matematico, il supervisore degli enigmi, incaricato di prevenire eventuali, terribili anacronismi; ho un esperto nel campo giudiziario, e un’amica medico che, quando usciamo a cena, se qualcuno sente ciò di cui parliamo («Ma se lo colpisci in quel modo, che succede?», ndr) potrebbe quasi venirgli voglia di denunciarci. Ecco – chiude Piffaretti – come Delia ho anche io il mio team. Magari non sarà quello di Ken Follett, ma non mi posso lamentare» (www.monicapiffaretti.ch).


Monica Piffaretti

Leggi anche:

Il ritorno di Delia Fischer (intervista a Monica Piffaretti)

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