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'Ho sentito molto chiaramente che non metti una persona di colore in un Corpo di Ballo perché è una distrazione' (Depositphotos)
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10.04.2021 - 14:33
Aggiornamento : 20:20

La diversità da George Floyd all'Opéra di Parigi

Nei giorni del processo, e in nome della vittima, il ‘Rapport sur la Diversité’ di Ndiaye e Rivière apre alla più grande discussione sulla diversità razziale.

di Ugo Brusaporco

Sembra che tutto funzioni su uno stesso binario: negli Stati Uniti, tra forti polemiche e contestazioni, in tribunale si giudica l’omicidio di George Floyd, mentre all'Opéra di Parigi si apre la più grande discussione mondiale sulla diversità razziale, proprio nel nome di quella tragica vittima della polizia. C'era bisogno di un ulteriore omicidio razziale per far ripensare le istituzioni ‘bianche’ sulla necessità di agire culturalmente contro quell’ignoranza culturale e civile che si nasconde sotto il nome di razzismo? Immaginiamo: le luci si accendono sulla musica di Camille Saint-Saëns, La morte del cigno; una diafana ballerina vestita da cigno allunga il bianchissimo volto, allarga le braccia e le muove come ali… danza e muore con la musica che termina, la luce si spegne.

Dov'è il razzismo, dove si accentua il problema della diversità? Lo spiegano Pap Ndiaye, professore all'Università di Parigi Sciences Po che insieme a Costance Rivière ha scritto il ‘Rapport sur la Diversité à l’Opéra National De Paris’, un testo destinato a fare scuola nelle istituzioni culturali dell'intero mondo democratico. Il loro rapporto si apre con una frase: “Per me, i problemi legati al colore della pelle sono i primi i problemi della società”, firmata Michel Pastoureau, Nero. La frase del grande antropologo è un buon punto di partenza per un cammino che Pap Ndiaye e Constance Rivière affrontano con un piglio costituzionale, coscienti del peso esemplare del loro dire. I due, in pochi mesi, nonostante la pandemia, hanno incontrato lavoratori e quadri del grande teatro parigino e insieme hanno discusso sullo stato presente e sotto la spinta del nuovo amministratore delegato, Alexander Neef, che ha spiegato: “Il nostro dovere è rappresentare sulle nostre scene la diversità che esiste nel nostro mondo”. I due hanno indagato le idee di un possibile futuro capace di combattere meglio i pregiudizi e gli stereotipi razzisti. Sono partiti dalla situazione attuale degli spettacoli di balletto e teatro musicale in repertorio, interessante una prima nota di riflessione: “L'opera lirica europea era la visione sublime dei governanti del mondo: quella degli uomini bianchi europei, al potere o vicini a lui. Con variazioni legate alle personalità dei compositori e ai momenti, gli spettacoli proposti hanno mostrato le molteplici sfaccettature di questo punto di vista. In quanto tali, hanno spesso ritratto non europei, la cui alterità, persino stranezza, doveva essere mostrata”. Ma gli autori vanno oltre ricordando che “‘Le Indie’ designavano tutti questi paesi, nel senso delle Indie Orientali e Occidentali, rappresentati in modo fortemente esotico – all'epoca in cui la colonizzazione e la schiavitù erano in pieno svolgimento e quando i francesi scoprirono il caffè e consumavano lo zucchero di canna, prodotti del sudore e del sangue degli schiavi, in quantità crescenti”.

Distrazioni

È chiaro che non si vogliono demonizzare né rinnegare Jean-Baptiste Lully e i suoi colleghi, piuttosto mettere il punto sull’ideologia che stava alla base del loro lavoro. E lo stesso si può dire di quanto succedeva in letteratura. Flaubert, nel suo Dizionario delle idee ricevute, scriveva: “Bayadère (il termine, di origine portoghese, si riferisce a una danzatrice indiana), tutte le donne dell'Oriente sono bayadères”. Questa parola porta l'immaginazione molto lontano, e in effetti, la bayadère offriva una rappresentazione esotica, fantasiosa e sensuale, essa stessa un elemento di un Oriente fantasticato, e nelle altre arti. Restando all’opera, L'Africaine di Meyerbeer (1865) presentava una principessa africana, esibita da Vasco de Gama “come un esemplare di una nuova razza". Questa era vestita in modo esotico, a volte con un costume da bagno marrone, ricoperto di vari gioielli e accessori. Pensiamo anche agli abiti affibbiati alla povera Aida e a suo padre. Di contro, nel balletto romantico: “La ballerina, con il suo tutù bianco e le scarpe da punta, incarna leggerezza, elevazione e sogno. Indossa un lungo tutù bianco di crepe e mussola, che rappresenta un ideale di femminilità basato sulla fragilità e la purezza. Il bianco del tutù andava di pari passo con la carnagione pallida”. Non a caso, recentemente, il ballerino e coreografo francese Benjamin Millepied ha stigmatizzato: “Ho sentito molto chiaramente che non metti una persona di colore in un Corpo di Ballo perché è una distrazione: vale a dire che se ci sono venticinque ragazze bianche con una ragazza nera, andremo solo a guardare la ragazza nera. In un Corpo di Ballo, tutti devono essere uguali; questo significa che tutti devono essere bianchi”. Di fronte a questo gli autori notano: “Sembra che la riproduzione di pregiudizi o stereotipi negativi non proceda generalmente da una volontà esplicita, ma più spesso è il risultato di una preoccupazione per la fedeltà a una tradizione a volte mitizzata”.

‘Cosa fare con il repertorio?’

I passi da fare, gli autori lo sanno bene, hanno una base anche al Metropolitan di New York, che ha preparato un film diretto da Cédric Klapisch durante la reclusione per la pandemia. Il Metropolitan Opera di New York, in un approccio che fa eco a quello lanciato dall'Opéra, ha pubblicato nel luglio 2020 un impegno a favore dell'antirazzismo, della diversità, il cui primo punto consiste nel “valutare la nostra storia”, indicando che un impegno antirazzista non può iniziare senza un'onesta revisione della storia dell'istituzione. Dunque Parigi non è sola, ma ogni teatro ha la sua originalità e i suoi dilemmi. Il rapporto fa un invito preciso; “… sarebbe gradito che l'Opera ricercasse diligentemente e rendesse omaggio alla memoria degli allievi ebrei della Scuola di Danza respinta a settembre 1940, dei suoi dipendenti ebrei licenziati nell'ottobre 1942 (sedici persone, tra cui una sarta, un macchinista, cinque musicisti dell'orchestra, tre danzatori e sei artisti del coro), alcuni dei quali probabilmente furono successivamente deportati”. Ma la domanda principale, che angoscia New York e Parigi, è: “Cosa fare con il repertorio?”. E fare delle scelte vuol dire: dobbiamo smettere di eseguire certe opere, certi balletti? Buttiamo giù i monumenti sgraditi come nelle strade e nelle piazze americane? Se è così, perché? Verranno creati sorte di comitato di censura che rivendicherebbero il diritto di rileggere opere del passato giudicando con gli occhi di oggi quelle che possono ancora essere eseguite? Si può rispondere che l'immaginazione razzista o sessista (spesso entrambe allo stesso tempo) che permea certi balletti od opere rende impossibile oggigiorno rappresentarli? Ma qual è il rischio di organizzare delle Bücherverbrennungen di stampo nazista? O non sarebbe più civile accompagnare il pubblico nella corretta visione d'immaginari altri? A essere fiscali le opere del XIX secolo, a vari livelli, contengono, a stragrande maggioranza, elementi razzisti, classisti e sessisti. Eliminiamo i balletti romantici e un intero repertorio di musica teatrale? Certo ci sono soluzioni alternative, nuove opere, nuovi balletti capaci d'interpretare il nostro oggi, ma allora non servono le grandi sale, che diventano un ostacolo. E poi, un altro non trascurabile fatto: investire in un'opera nuova non vuol dire assolutamente immetterla in un mercato, dando per scontato che sia accettata dal pubblico locale. Il problema non detto è quello del mondo economico, che si muove intorno allo spettacolo dell’opera. Gli autori si aggrappano al modello cinema che sforna sempre nuovi film, in realtà non capiscono qui che anche il mercato cinematografico si muove su linee precise e il ‘nuovo’ viene lasciato navigare nei festival per nicchie di pubblico. E anche l'esempio con il teatro non funziona, perché ha un altro mercato ancora più di nicchia.

Grazie

La soluzione infine potrebbe essere più blanda, con una cura particolare nei costumi e nei trucchi, nelle scelte di regia, nel far capire al pubblico i testi che affronta. Per quel che riguarda i cantanti, da tempo l'opera non guarda più il colore della pelle. Problema diverso è il balletto classico, ma anche qui basta il coraggio di provare a cambiare. Quello che deve più preoccupare è il far comprendere anche nelle periferie che l'opera e il balletto sono occasioni di lavoro, dove non conta il colore della pelle, ma la voglia di riuscire. Certo, da tener conto sono le culture diverse che ancora contano, e il cinema lo ha raccontato, con il peso che porta un bambino che vuol fare il ballerino classico anche se è bianco. Le grandi istituzioni hanno un compito fondamentale: fare veramente cultura, coinvolgendo, dando occasioni di crescita e di futuro. Il problema è che forse ci si vuol pulire da un po’ di polvere, senza rinunciare alle prospettive di fare mercato. Comunque, grazie a questo rapporto; grazie a Pap Ndiaye e Costance Rivière che con grande pazienza e cura lo hanno scritto, grazie a l'Opéra national de Paris che mostra di aver tempo di pensare mentre l'orologio segna pandemia. Infine, possiamo dire che Camille Saint-Saëns può stare tranquillo: il suo cigno può morire in scena, mentre noi sogniamo di vedere come cigno Michaela De Prince. Sogniamo.

 

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