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30.05.2020 - 10:30
Aggiornamento: 11:57

Perdere il corpo (in morte di George Floyd)

"I can't breathe". Non riesco a respirare. Storia di una discriminazione che da sociale ed economica si fa fisica. Non solo negli Usa

perdere-il-corpo-in-morte-di-george-floyd
(Keystone)
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“I can’t breathe”. Non riesco a respirare. Le ultime parole dell’afroamericano George Floyd – soffocato dal ginocchio di un poliziotto di Minneapolis dopo dieci minuti di agonia – sono le stesse di Eric Garner, ucciso a Staten Island nel 2014. Parole diventate uno slogan di chi combatte per i diritti civili. Le stesse che avranno pensato i ‘frutti strani’ di Billie Holiday, quelli appesi ai pioppi dopo i linciaggi, “sangue sulle foglie e sangue sulle radici”, ormai incapaci di aprire la bocca al vento. “Un corpo nero dondola nella brezza del sud”.

Il video della morte di Floyd è circolato ampiamente sul web, è difficilissimo da guardare, eppure guardare si dovrebbe. Non per voyeurismo, e neanche per abbandonarsi a quei meccanismi di facile indignazione che con poco sforzo ci fanno sentire persone migliori. Si dovrebbe guardare perché dà consistenza fisica all’oppressione degli afroamericani, confermando quanto spiegava a suo figlio Ta-Nehisi Coates un paio d’anni fa sul problema di “perdere il proprio corpo”: “La nostra stessa terminologia – relazioni di razza, divario tra razze, giustizia razziale, profili razziali, privilegio bianco, persino supremazia bianca – serve a offuscare il fatto che il razzismo è un’esperienza viscerale, che stacca pezzi di cervello, soffoca, strappa muscoli e organi, spezza ossa, spacca i denti. Non devi mai distogliere lo sguardo. Devi ricordare che la sociologia, la storia, l’economia, i grafici… tutto questo atterra, con grande violenza, sul corpo”.


(Keystone)

E quel ginocchio

L’altro lato di quella fisicità sta nel ginocchio dell’agente puntato contro il collo di Floyd, steso a terra. Sui social network LeBron James, spettacolare ala dei Lakers, lo ha contrapposto all’inginocchiarsi di Colin Kaepernick, il giocatore di football americano che contesta così la discriminazione razziale prima di ogni partita (ed è finito senza contratto in uno sport dove spesso sono tutti neri a parte il ‘capitano’, o quarterback, e l’allenatore). Poco sopra al ginocchio dell’agente c’è il suo sguardo stolido, mentre se ne sta lì per un tempo che sembra infinito, mentre i passanti gli urlano di smetterla e un collega li tiene distanti: lo sguardo di qualcuno per il quale quella è la cosa più normale del mondo. Così come è normale per i soccorritori che arrivano a raccogliere il corpo esanime di Floyd, e che ne verificano il battito dal collo senza neppure chiedere all’agente di spostarsi. Una normalità fatta sistema.

 
 
 
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Do you understand NOW!!??!!?? Or is it still blurred to you?? 🤦🏾‍♂️ #StayWoke👁

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Non solo laggiù

Negli Stati Uniti, si sa, è tutto più grande, più clamoroso. E quindi anche più brutale. Ma sarebbe ipocrita pensare che “da noi non succede”. Succede eccome, passa da analoghe discriminazioni e a volte sfocia in simili forme di violenza. Succede nelle banlieues francesi – dove i casi di neri uccisi, addirittura stuprati coi manganelli dalla polizia si rincorrono – e nei centri d’accoglienza italiani. 

In tutti i casi, la questione della razza si intreccia con quella della povertà e della subordinazione sociale: così come vengono uccisi dalla polizia tre volte più spesso dei bianchi, gli afroamericani sono anche quattro volte più esposti alla morte per Covid-19, dovendo lavorare anche durante il lockdown e vivere in case affollate, già afflitti da altre malattie e senza assistenza sanitaria. Situazioni che si replicano ‘in minore’ anche di qua dall’Atlantico. Così come si ripete la stessa costruzione del pregiudizio, utile proprio a giustificare lo sfruttamento e l’emarginazione. Non attraverso gli “sporco negro” – quelli non si usano più nemmeno in America – ma attraverso segnali più velati, un dico-non-dico che ha diverse gradazioni e spesso viene replicato in modo inconsapevole: dal più rozzo “migranti con lo smartphone” al “più lavoro, non più immigrati”, fino all’abitudine di mettere la nazionalità di un criminale nei titoli solo quando non è la nostra. Gli Americani la chiamano ‘dog-whistle politics’, perché equivale a utilizzare un fischietto a ultrasuoni, le cui frequenze sono udite solo da chi è sulla nostra lunghezza d’onda – in molti casi la ‘maggioranza silenziosa’ di nixoniana memoria – senza passare per razzisti tout court (d’altronde spopola ancor il “non sono razzista, ma…”). È il fischietto che richiama alla repressione e alla violenza, sociale quando non letterale.

La legge contro

Ora, come succede sempre, Minneapolis è incendiata dalle proteste, che a loro volta verranno strumentalizzate per fomentare la paura dell’uomo nero. Proteste contro una legge e una giustizia che “il nero è giunto a vedere giornalmente non come una protezione, ma come fonte di umiliazione e soppressione” (così scriveva nel 1939 – lo stesso anno in cui Billie Holiday cantava per la prima volta ‘Strange Fruit’ – W.E.B. Du Bois, il cui ‘The Souls of Black Folk’ non invecchia mai). Non a caso la contestazione investe anche simboli quali le caserme di polizia. Come a Los Angeles nel 1992, come a Ferguson nel 2014. Fino al prossimo che “per mano poliziotta” sarà costretto a dire: I can’t breathe.

Leggi anche:

Minneapolis, terza notte di scontri: rogo fuori commissariato

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