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Philippe Bischof, direttore di Pro Helvetia (foto Anita Affentranger)
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03.04.2021 - 12:400

Cultura, i timori di chiusura nel dopo-pandemia

L’emergenza non deve far dimenticare il futuro, ci spiega il direttore di Pro Helvetia. Necessari aiuti anche dopo la fine delle restrizioni

Frustrazione, stanchezza, tante incertezze sul futuro. Ma anche una grande resistenza: così ci descrive il mondo culturale svizzero Philippe Bischof, direttore della fondazione Pro Helvetia dopo un anno di pandemia, di forzata inattività per buona parte del settore. Con le chiusure e le restrizioni, la fondazione svizzera per la cultura ha riadattato le proprie offerte, ci ha spiegato durante un incontro in videoconferenza. L’obiettivo è guardare al futuro partendo da una certezza, praticamente l’unica in questo periodo: che per il ritorno alla normalità ci vorranno mesi se non anni e il sostegno al mondo della cultura non si potrà interrompere con le prime aperture.

Philippe Bischof, Pro Helvetia ha come obiettivo favorire lo sviluppo della cultura svizzera. Un anno fa, con la pandemia, improvvisamente si è ritrovata a dover garantirne la sopravvivenza. Cosa ha significato per voi?

È stato fin da subito molto importante fornire un sostegno per affrontare questo momento di crisi, affiancando le misure di aiuto della Confederazione e dei Cantoni. Ma allo stesso tempo l’emergenza non deve far dimenticare il futuro: un artista è qualcuno che crea e anche se non è possibile fare esposizioni, portare in tournée concerti o spettacoli, bisogna comunque continuare a creare.

È certo che il sistema culturale cambierà profondamente, ma non sappiamo ancora in quali direzioni. L’idea di un progetto come ‘Bridges to the Future’ è stimolare la creazione nei vari ambiti, testare possibili formati per il futuro.

Pensiamo al teatro: le tournée in questo momento sono ferme; ci sono progetti digitali, e alcune compagnie stanno facendo ricerche e approfondimenti. Per noi diventa importante sostenere, al posto degli spettacoli tradizionali che non si possono tenere, queste nuove forme espressive.

Però per guardare al futuro serve un presente solido.

L’obiettivo che ci siamo posti è di non dimenticare il futuro, ma nel presente si pone innanzitutto il problema di garantire la sopravvivenza di artisti e compagnie: si tratta di un sostegno che non rientra nel nostro mandato, ma fa parte delle misure di aiuto sopra menzionate.

Allo stesso tempo il lavoro artistico deve poter continuare. A questo proposito, tra le misure di ‘Bridges to the Future’ c’è una proposta che riguarda le arti visive. Gli artisti non possono fare esposizioni, non possono mostrare le loro opere per cui abbiamo deciso di dare loro la possibilità di invitare dei curatori negli atelier per presentare il proprio lavoro. È chiaro, questa soluzione non può sostituire le esposizioni, ma in futuro questi curatori organizzeranno nuovamente delle mostre e si ricorderanno degli artisti che hanno incontrato.

La priorità è promuovere le reti di contatti e favorire la diffusione.

Si tratta di cambiamenti temporanei o alcuni rimarranno attivi anche dopo la pandemia?

Non lo sappiamo. Ci siamo detti che non vogliamo semplicemente reagire alla situazione attuale, ma vogliamo usare il tempo per scoprire quali formati, quali soluzioni rimarranno dopo la pandemia e quali potrebbero scomparire.

Siamo convinti che i podcast, divenuti molto popolari, resteranno. Benché Pro Helvetia non li abbia quasi mai sostenuti, adesso lo facciamo in una certa misura e quindi abbiamo cercato di capire quali sono le caratteristiche e le qualità di un podcast.

Un’altra tendenza che stiamo vedendo delinearsi molto chiaramente è l’ibrido, l’unione per lo stesso progetto o formato di analogico e digitale.

C’è stato un confronto con gli operatori culturali per capire quali sono esigenze e necessità?

Il confronto con gli operatori culturali e con gli artisti è il fulcro della nostra attività. Lo scorso novembre, quando era chiaro che la pandemia sarebbe continuata per diversi mesi, ho detto ai responsabili dei vari settori di pensare a delle misure e sono stati organizzati diversi incontri per comprendere quali sono i bisogni degli artisti. Non volevamo delle misure “top-down”, studiate a Zurigo ma poco adatte ai vari contesti. Tutto quello che abbiamo cercato di fare – perché, mi preme ripeterlo, i nostri sono dei tentativi – è in risposta a quello che ci dicono gli artisti e gli operatori e che noi stessi osserviamo allo stesso tempo. Un anno fa abbiamo aperto un bando, ‘Close Distance’, che è stato un grande successo ma nel contempo alcuni artisti ci hanno detto “ma come, siamo in crisi e voi spingete a pensare cose innovative e nuove?”. Con ‘Bridges to the Future’ abbiamo quindi cercato di guardare al futuro ma senza mettere troppo sotto pressione gli artisti.

Un elemento positivo di questa crisi è che c’è molto dialogo, c’è un grande bisogno di discussione, perché tutti, in questo momento, si pongono le stesse domande.

È passato un anno, e la situazione è ancora lontana dal risolversi. La scena culturale svizzera come è messa?

Chiaramente non posso parlare per tutti, ma l’impressione è che, malgrado la situazione sia certamente critica, il settore riuscirà a sopravvivere, e in particolare le istituzioni culturali: la Svizzera è un Paese ricco, Cantoni e Confederazione si sono attivati velocemente.

Ci sono tuttavia due grandi preoccupazioni. La prima riguarda le istituzioni che non ricevono sovvenzioni: penso soprattutto ai piccoli festival che vivono anche grazie al volontariato. L’altra grande preoccupazione sono gli indipendenti che non hanno sovvenzioni, non hanno contratti fissi ma dipendono completamente dalla possibilità di lavorare, dalle condizioni del mercato. Qui sappiamo che ci sono situazioni molto difficili, ci sono persone costrette a cambiare lavoro.

C’è molta frustrazione, molta stanchezza. Ma, e ci tengo a dirlo, vedo anche un’incredibile capacità di resistere, il settore tiene duro.

Ha accennato ad artisti che cambiano lavoro: parliamo di riqualificazioni o di persone che hanno lasciato definitivamente il settore culturale?

C’è chi cambia completamente, lasciando il contesto artistico e andando a fare tutt’altro. Delle figure professionali che soffrono molto, in questo momento, sono quelle “dietro le quinte”: penso per esempio ai tecnici per la musica dal vivo che da un anno non lavorano. Alcune aziende hanno chiuso e non si sa se riapriranno.

Si rischia di perdere competenze, di non avere più determinate figure professionali?

In generale, non credo. Per il contesto culturale nel suo insieme non dovrebbero esserci perdite enormi, se il sostegno del governo federale, dei cantoni, dei comuni e dei privati continuerà fino alla fine della crisi.

Tuttavia ci sono due precisazioni da fare. La prima è che tendiamo, quando parliamo di cultura, a pensare alle grandi istituzioni, ai grandi musei, alle grandi orchestre ma la bellezza del nostro contesto culturale la fanno le piccole istituzioni che sono in una situazione di estrema fragilità. Lì ci saranno delle perdite ed è a rischio anche il ricambio generazionale: è ipotizzabile che molti giovani, di fronte alle grandi difficoltà del settore, non se la sentano di assumersi i rischi di iniziare una carriera in ambito culturale. È una preoccupazione che è emersa dagli incontri con direttrici e direttori delle scuole d’arte.

La seconda cosa importante da dire: il sistema culturale non potrà ripartire immediatamente. Ci vorranno mesi dopo la fine della pandemia, forse anche di più: alcuni grandi musei internazionali prevedono un ritorno alla normalità entro il 2023 o addirittura il 2024. La preoccupazione è che la politica, cessata la situazione di emergenza della pandemia, sospenda gli aiuti, quando invece serviranno importanti investimenti anche dopo.

Quali sono i settori più colpiti?

Il più colpito, e lo si vede molto chiaramente dalle misure di Suisseculture Sociale, è quello della musica: tutti quelli che fanno concerti e tournée soffrono enormemente. Poi, per numero di richieste, abbiamo il settore del teatro e della danza e, al terzo posto, le arti visive, ma la musica ha quasi il doppio di richieste.

Altri settori sono fortunatamente meno colpiti: uno scrittore o una scrittrice non potrà fare letture pubbliche, tenere conferenze o presentare le sue nuove uscite alle fiere, ma almeno può continuare a scrivere.

La dimensione conta? Piccole realtà se la cavano meglio di chi organizza grandi eventi?

Sarebbe semplicistico. È vero che i piccoli sono più flessibili, ma allo stesso tempo hanno spesso minori mezzi finanziari, non ricevono sovvenzioni: risorse importanti per poter reagire e adattarsi.

È possibile immaginare come sarà il sistema culturale dopo la crisi?

Difficile dirlo. Una cosa che per esempio non sappiamo è come funzionerà il mondo delle tournée per la danza e il teatro. Le grandi compagnie che partono per mesi, visitando più Paesi e più città: è un modello economico complesso che non sappiamo come si adatterà. Sono convinto che anche in futuro ci saranno delle tournée, ma è molto interessante vedere alcuni teatri che sperimentano formati per preservare la dimensione internazionale senza viaggiare. Alcuni artisti sono presenti in sala, altri in videocollegamento, in una situazione ibrida tra analogico e digitale, di commistione di linguaggi. Nel settore dei musei, molti direttori e direttrici dicono che il modello delle grandi esposizioni, modello blockbuster, con somme immense per l'assicurazione di opere multimilionarie che viaggiano per il mondo, deve adattarsi.

In questo contesto, diventa importante l’aspetto del locale: la cultura non deve chiudersi, ma può ancora una volta coinvolgere maggiormente il territorio e le persone del posto per poi inserirle in un contesto più ampio e globale. A tale proposito ritengo che il digitale potrà svolgere un ruolo importante, e che l’attenzione vada focalizzata sugli scambi culturali e l'approfondimento.

La cultura vive di scambi internazionali. Sarà così anche nel dopo-pandemia?

Esatto! Una mia preoccupazione personale è che il mondo che uscirà da questa crisi sarà più ripiegato sulla dimensione nazionale e propenso alla chiusura. Spero che, durante e soprattutto dopo questa crisi, si riesca a coltivare l’idea che viviamo tutti sullo stesso pianeta, che ci sono delle differenze ma che queste non devono portare a chiuderci in noi stessi. La pandemia è purtroppo il miglior esempio che non siamo soli in questo mondo.

La politica culturale ha la responsabilità di sostenere questa volontà di apertura, di promuovere gli scambi internazionali, di trovare soluzioni per affrontare le difficoltà di spostamento. Nell’ultimo anno, fisicamente nessuno di noi è stato “internazionale”, ma non abbiamo rinunciato agli scambi e agli incontri. Come direttore di Pro Helvetia posso dire che abbiamo raddoppiato i contatti diretti con le nostre sedi nel mondo, grazie alla comunicazione digitale, perché sappiamo che la cultura è scambio, incontro, dialogo, uno stare insieme che non si può fermare alla frontiera.

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