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02.04.2021 - 19:440

Seminterra, a ‘Storie’ si coltiva la terra e la società

Olmo Cerri ci racconta il documentario, in onda alla Rsi domenica 4 aprile, dedicata alla prima comunità di agricoltura supportata dalla comunità del Ticino

Si parlerà di Asc, agricoltura supportata dalla comunità, domenica a Storie (Rsi La1 alle 20.40): un diverso modo di concepire la produzione agricola che alcuni giovani stanno realizzando a Gudo. Del progetto Seminterra avevamo scritto agli inizi; a Storie ne discuteranno, al termine del documentario realizzato da Olmo Cerri, Feliciana Giussani, già  presidente dell’Associazione donne contadine ticinesi, e in videocollegamente la scrittrice Doris Femminis, vincitrice di uno dei premi svizzeri di letteratura del 2020 e con un passato anche da capraia.

Coltivare ortaggi in modo sostenibile, ma anche un diverso modo di rapportarsi con gli altri, di vivere in comunità: tra ideali, entusiasmo, difficoltà organizzative e determinaziome, Olmo Cerri ha seguito e documentato il lavoro di Seminterra per quasi un anno. «Riguardando le prima immagini, fa un po’ impressione vedere quel campo tutto vuoto e ancora coperto dalla neve di un anno fa, e confrontarlo con quello che hanno sviluppato in una sola stagione, sia dal punto di vista agricolo che organizzativo, con tutta la rete di distribuzione, le persone coinvolte» ci racconta il regista.

Nel documentario conosciamo i protagonisti di questo progetto, li vediamo discutere, affrontare insieme i piccoli e grandi problemi, anche personali, che si presentano. Che impressione ti ha fatto Seminterra? «È un progetto molto ideale» risponde Olmo Cerri. «Farlo funzionare nella realtà non è facile, i problemi sono tanti e bisogna scontrarsi con un mondo che funziona in un’altra maniera. Ma sono quei progetti in cui è importante anche solo il fatto di provarci, di mettersi insieme. Sono quelle cose che danno senso alla vita, anche se forse sto un po’ esagerando». 

È stato difficile entrare nel mondo di Seminterra? «No, c’è stata una bella accoglienza, anche perché non mi sento tanto distante da quel mondo, è una realtà che mi piace, in cui mi riconosco. Potrebbe essere un problema, quando si racconta una storia, innamorarsi delle idee e dei protagonisti, ma ho l’impressione che sia inevitabile». Ti sei messo anche tu a coltivare la terra? «No, ma sono stato tanto con loro: diversi giorni anche senza filmare, ma solo per entrare nel gruppo, per conoscere le persone, per capire come si muovono. E anche adesso continuo a tenere i rapporti con loro, a essere vicino al progetto».

Il documentario giustamente si concentra sul progetto di Seminterra, ma si parla anche della pandemia: poco dopo l’inizio delle riprese il nuovo coronavirus è arrivato anche in Ticino, il Lockdown, le restrizioni che ancora adesso ci accompagnano. Certo, nei campi lo spazio c’è e non c’è bisogno di tenere aperte le finestre, ma alla fine si è andati a ridefinire uno dei pilastri del progetto Seminterra, quel vivere in comunità che adesso siamo portati ad associare ad assembramenti e a contagi. «Chiaramente si è dovuti stare attenti, applicando anche delle misure di protezione: indossare i guanti, non scambiarsi gli attrezzi. Ma allo stesso tempo direi che è stato un atto di resistenza, detto tra mille virgolette, un tentativo di non farsi schiacciare dalla negatività, dalla diffidenza generalizzata, un modo di dire che sì, bisogna stare attenti, ma si può continuare a vivere, a progettare le cose insieme». Seminterra in controtendenza con l’epoca del Covid, «ma direi anche con la società in generale, se guardiamo a come si tende a stare ognuno per sé e chi se ne frega di tutto il resto: la parte interessante del progetto è secondo me questo aspetto solidale, loro l’hanno fatto in agricoltura ma l’avrebbero potuto fare anche in un altro settore».

Seminterra è il primo progetto di Asc in Ticino, ma realtà simile esistono già altrove in Svizzera. Per durare, tuttavia, oltre alla sostenibilità ecologica serve anche la sostenibilità economica. «L’obiettivo è creare una comunità solida, così da riuscire a creare anche dei posti di lavoro: è una cosa di cui mi sarebbe piaciuto parlare di più, nel documentario, ma diventava troppo tecnico e mi sono concentrato sulle dinamiche del gruppo».

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