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10.09.2021 - 10:44
Aggiornamento: 11:52

I tormenti del fattorino, fondamentale ma sfruttato

Nei casi di Dpd e di molte altre realtà della logistica si riflette una rivoluzione del commercio globale che minaccerebbe i diritti dei lavoratori

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(Ti-Press)

“Fattorini di tutti i Paesi, unitevi”. Chissà se Engels e Marx riscriverebbero così la loro celebre esortazione, in un mondo in cui la consegna d’un pacco è diventata la metafora per un intero sistema economico. Un sistema che anche in Ticino ha mostrato di recente le sue storture, come dimostra il caso dell’azienda di consegna pacchi Dpd: il sindacato Unia e numerosi autisti hanno denunciato orari di lavoro massacranti, pause negate, straordinari non retribuiti. «Ma è solo la punta di un iceberg», avverte subito il docente di economia Supsi Pons-Vignon, che da tempo osserva le trasformazioni nel mondo del lavoro e della logistica.

Cominciamo da quella punta, allora: le tute chine sui nastri trasportatori di un centro di smistamento, l’autista che vediamo mangiare un sandwich mentre guida per non perdere tempo, il fattorino che ci lascia il pacco sul pianerottolo e scappa. Persone senza le quali i lockdown pandemici sarebbero stati insopportabili e molte aziende si bloccherebbero.

Qui si vede già un paradosso che descrive il sistema in modo più ampio: lavoratori che si sono rivelati fondamentali eppure sono sfruttati, un po’ come alcuni nel settore sanitario. La fragilità della loro posizione sociale – molti sono stranieri –, la loro facile sostituibilità e la loro debolezza negoziale si traducono in condizioni di lavoro disperanti. Il parallelo con l’ambito della cura e della salute non è casuale: pensi alle badanti, o al fatto che in Gran Bretagna numerosi lavoratori del settore sanitario abbiano addirittura preferito cambiare mestiere e passare ad Amazon.

Come si è arrivati fin qui?

È stato un percorso lungo, che ha molto a che vedere con la rivoluzione logistica portata dalla globalizzazione e agevolata dalla liberalizzazione del commercio. Quando si è iniziato a produrre dove risultava più conveniente – Paesi un tempo remoti – si è anche sviluppata una rete di infrastrutture, trasporti e magazzini che permettessero di riavvicinare produttore e consumatore. C’è stata ad esempio la rivoluzione dei container. Ma chi riesce a incassare il valore aggiunto di questa organizzazione spesso non sono né i lavoratori, né le aziende produttrici: è chi ha le mani sulla catena di produzione – per esempio le marche di vestiti – o di distribuzione.

Mi faccia un esempio.

Prenda le grandi imprese che vendono scarpe come Nike o Adidas. Tutti pensano che siano produttori di scarpe, ma non è vero. Si limitano a disegnarle, per poi mettere in competizione diversi calzaturifici terzi e spuntare il prezzo più conveniente, infine ne vendono il prodotto grazie al loro marchio e ai loro investimenti nel marketing. All’altra estremità abbiamo le piattaforme di e-commerce come Amazon che mettono in competizione sia i venditori che le aziende di consegna, le quali spesso, pur di comprimere i costi, si appoggiano a loro volta a subappaltatori con qualche furgoncino ciascuno, esattamente quello che fa Dpd. In entrambi i casi le responsabilità sulle relazioni di lavoro sono scaricate su piccole imprese a noi invisibili, prese tra l’incudine e il martello, dunque soggiogate alla necessità di rivalersi sull’anello più debole: i lavoratori, rispetto ai quali il responsabile contrattuale è sì il ‘padroncino’, ma a influenzare davvero salario e condizioni di lavoro sono i committenti e le grandi piattaforme. Quello che noi non vediamo quando raccogliamo il nostro pacco è che lungo questa catena c’è in gioco il destino di milioni di persone.

Persone che però sono distribuite in decine di Paesi. Potranno mai far fronte comune per ottenere condizioni migliori?

Sarà difficile. Ma un aspetto interessante delle filiere logistiche è dato dai loro numerosi ‘choke points’, i punti di strozzatura nei quali anche una minima opposizione può bloccare tutto. In alcuni casi si è visto con gli scioperi dei lavoratori portuali, che hanno inceppato enormi ingranaggi internazionali e costretto le imprese a concedere condizioni migliori non solo per loro, ma anche per lavoratori in posizione più debole come i marinai.

Abbiamo avuto una percezione anche fisica dei choke points a marzo, quando un mercantile ha bloccato per giorni il Canale di Suez. Ma cosa c’entra il fattorino di Lugano o di Bellinzona col marinaio indiano?

Qui sta il problema più grande: in un mondo globalizzato si tratta di destini legati alla stessa catena, ma di fatto è pressoché impossibile riunirli in un fronte del lavoro comune. Le imprese lo sanno, e possono sfruttare distanze e confini.

L’impresa è coesa, il lavoro no.

Assolutamente. Prenda Davos: lì è chiaro che si incontrano i grandi protagonisti del capitalismo mondiale. Possono venire da Paesi diversi, ma si riconoscono, parlano lo stesso linguaggio e hanno una cultura condivisa. Sul fronte del lavoro non abbiamo nulla di simile: quando 15 anni fa partecipai al Forum sociale di Porto Alegre, già all’ingresso c’erano le postazioni di una quindicina di diversi partiti marxisti brasiliani, ciascuno convinto di essere l’unico autentico. Dentro, le varie delegazioni nazionali si parlavano a stento. Non è cambiato molto: qualsiasi movimento di riforma stenta a trovare portavoce comuni.

Non è anche colpa dei sindacati che difendono vecchie categorie di privilegiati, vivendo essi stessi di rendita invece di dare voce al precariato?

Quella dei sindacati è una posizione difficile ed eterogenea. In alcuni casi sono gli stessi lavoratori qualificati e protetti a guardare con sospetto tutti gli altri: pensi a un polimeccanico di La-Chaux-de-Fonds vicino alla pensione, che deve capire la sua comunanza di destini con un giovane magazziniere eritreo. Intanto, rider e altri precari nutrono una diffidenza speculare. La sfida per i sindacati storici è quella di riuscire a rappresentare queste nuove realtà senza perdere le altre. Poi ci sono nuovi sindacati, che nascono proprio in seno a quei settori dunque ne comprendono le istanze, ma poi faticano a coordinarsi trasversalmente con altre organizzazioni. In futuro sarà importante creare nuovi spazi di incontro, ma anche riorganizzare il sindacato per rispondere alla riorganizzazione del capitale.

A che punto siamo?

Le racconto un aneddoto che secondo me fa vedere bene il problema. L’ultima volta che ho partecipato a un corteo del Primo maggio a Parigi, ho visto i manifestanti divisi in due grandi gruppi: il corteo sindacale delle grandi associazioni come la Cgt da una parte, e dall’altra i gruppi più giovani, precari ‘incazzati’ e facinorosi. La polizia ha isolato i primi e picchiato i secondi, i quali a loro volta se la sono presa col servizio d’ordine della Cgt, urlandogli “venduti!”.

C'è parecchio da ricucire, insomma. C’entra anche una sinistra sempre più ‘bobò’ e lontana da queste realtà, come confermato dall’ultimo macrostudio globale delle tendenze elettorali realizzato da Thomas Piketty e altri economisti?

La critica a una certa sinistra che non si preoccupa del lavoro, che come priorità ha magari i parchi e le piste ciclabili in centro anche a costo di spingere i più poveri in periferia, è pertinente. E sappiamo che quando i cittadini più deboli non trovano voce a sinistra si spostano verso la destra xenofoba, che permette loro di sfogare la frustrazione sociale contro un immaginario nemico. D’altronde non è un mistero che in Francia, ad esempio, anche molti iscritti a un sindacato di sinista come la Cgt votino il Rassemblement National di Marine Le Pen. Mi pare che ora si stia facendo una certa autocritica sul fallimento del New Labour – cioè della sinistra social-liberale – e sugli aspetti negativi della globalizzazione, ma intanto si sono create ulteriori, profonde divisioni.

Abbiamo parlato di imprese e lavoratori, ma in questo confronto gioca un ruolo fondamentale anche la tecnologia, intesa sia come computer e smartphone, sia come modo di mettere a sistema capitale e lavoro. È possibile che sia lei a fornire nuove soluzioni ai problemi esistenti?

Io non penso che la tecnologia sia buona o cattiva a priori: sono i rapporti di forza che ne determinano lo sviluppo e l’utilizzo. Allo stato attuale, mi pare che la si stia utilizzando per controllare e sottomettere il lavoro: l’autista Dpd che deve rispettare i ritmi dettati dal suo terminale Gps, il taxista di Uber o la baby sitter che temono con terrore una recensione negativa sulle app che offrono i loro servizi… Oltre la lotta per controllare gli algoritmi, una delle rivendicazioni prioritarie sarà quella sulla proprietà dei dati; non solo l’utente/consumatore che lascia tracce di sé su Google o Facebook, ma anche il lavoratore che ne genera guidando un furgoncino o un taxi dovranno tornare in possesso dei loro dati, che oggi sono monetizzati dalle società tramite l’efficientizzazione del lavoro, ma non solo: Uber li utilizza per sviluppare software di guida autonoma destinati a rendere obsoleti quegli stessi autisti che glieli forniscono. Anche nel caso della tecnologia, insomma, il nodo da sciogliere resta a livello di relazioni economiche: sono i due pesi su questa bilancia, capitale e lavoro, che alla fine ne programmano gli algoritmi.

L’evento

Da Newcastle a Locarno

Stasera alle 18.30, al Cinema GranRex di Locarno, il professor Pons-Vignon discuterà ‘Il volto nascosto della logistica’ insieme a un lavoratore della Dpd (pardon: di un suo subappaltatore) e a Enrico Borelli, sindacalista Unia. Il sindacato sta organizzando le rivendicazioni all’interno del gruppo, che in Svizzera conta circa 80 subappaltatori e mille autisti ed è controllato al 100% dal gruppo pubblico francese La Poste. Tra le richieste: salario minimo di 4'250 franchi mensili, tredicesima, orario di 42,5 ore settimanali, registrazione e pagamento degli straordinari e riconoscimento della responsabilità di Dpd verso gli autisti.

Dopo il dibattito e un rinfresco, alle 20.30 sarà proiettato il film del 2019 ‘Sorry we missed you’ di Ken Loach, che parteciperà anche con un videomessaggio preparato per l’occasione. Sullo schermo le vicissitudini di un disoccupato inglese che si indebita fino al collo per comprare un furgone e mettersi al servizio di un’azienda di consegne; per lui e la famiglia seguiranno tempi parecchio duri (“Sto facendo del mio meglio, figliolo”; “Forse non è abbastanza”). L’evento è organizzato da ForumAlternativo e l’ingresso è gratuito.

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Dpd: gli schiavi del furgone e l’impero dei pacchi

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