Profili di penna

Wisława Szymborska, miniaturista in versi

La poesia del Premio Nobel per la Letteratura nel ’96 si esprime con ironia, paradossi, litoti... l’autrice polacca restituiva il mondo in prospettive inusuali

(© Keystone/red.)
6 settembre 2026
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Wisława Szymborska è stata una poetessa polacca, Premio Nobel per la letteratura nel ’96. Nacque nel ’23 a Kornik e, a otto anni, si trasferì con la famiglia a Cracovia dove studiò Letteratura e Sociologia e visse per tutta la vita. La sua poetica si caratterizza per l’uso di ironia, paradosso, contraddizione e litote per affrontare temi filosofici… Si dice sia stata una “miniaturista”, restituendo il mondo in prospettive inusuali, partendo dalla semplicità del quotidiano. È morta nel 2012, a 88 anni.

“Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte./ Verità, non prestarmi troppa attenzione (...)/ Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado”. Così scrive Wisława Szymborska in Sotto una piccola stella, che si chiude con questi due altri programmatici versi: “Non avermene, lingua, se prendo in prestito/ parole patetiche, e poi fatico per farle sembrare leggere”.

Sono passati trent’anni dall’assegnazione del Nobel e quel nome che doveva suscitare il dubbio e quasi l’ilarità, così sconosciuto e impronunciabile, avrebbe, nel giro di poco più di un anno, attratto molto pubblico lontano dalla poesia. Un polacco dal cognome più accessibile, Czesław Miłosz, nel 1980 aveva raggiunto la stessa meta e suscitato una simile frettolosa reazione. L’uno e l’altra meritavano pienamente il premio, e perfino un altro loro connazionale lo avrebbe meritato, Adam Zagajewski, ma non fece in tempo ad averlo.

In quel 1996, oltre che nel suo Paese dove era poco meno che una celebrità, Szymborska era nota per sei raccolte in Germania, una in Inghilterra, due negli Stati Uniti, tre in Svezia. E una anche in Italia grazie a Vanni Scheiwiller, per la stampa di Gente sul ponte (del 1986 è l’originale polacco), qualche mese prima del Nobel.

Trecento pagine

Un anno e pochi mesi dopo l’assegnazione del premio, nell’aprile del 1998, Adelphi pubblica Vista con granello di sabbia, con la traduzione di Pietro Marchesani che resterà il suo più che congeniale interprete italiano (e morirà tre mesi prima della poetessa, nel novembre del 2011). Sarà l’inizio dell’inatteso, sorprendente e giusto culto anche da noi. Si pensò a una nuova antologia, Discorso all’Ufficio oggetti smarriti (2004), del meglio di quel che restava evidentemente, ma non si correvano rischi. La più forte selezione la faceva l’autrice nel preparare ogni nuova raccolta, cosicché la sua opera completa può stare in 300 pagine.

Subito colpirono forse, anche fuori dalla Polonia, il tono basso e colloquiale, il senso del mistero affiorante a ogni pagina e sotto l’oggetto più comune (“Ieri mi sono comportata male nel cosmo./ Ho passato tutto il giorno senza fare domande,/ senza stupirmi di niente”, così inizia Disattenzione). Colpì l’ironia e la leggerezza del ragionamento e delle parole. Per quanto sembri un vocabolo più vicino al linguaggio della prosa, “ragionamento” si addice al suo modo di fare poesia. Poesia del singolare e del dettaglio, dell’eventuale e della possibilità irrealizzata, che ama soffermarsi ai bivi a riflettere. Poesia della vista, che è il più mentale dei sensi, e dei passaggi: dall’alba al mattino pieno, dalla luce all’ombra, dal me al te e al noi. Della laica parità di tutte le creature, dalla pietra alla stella (in molte delle poesie appare una pietra, in quasi tutte una stella).

© Keystone

Versi filtratissimi

Poesia filtratissima, in cui l’emozione è sottoposta a tutti i trattamenti necessari perché ne resti un’orma sulla pagina. L’ironia del resto, così presente (come negli altri poeti nominati), arma di difesa, è una risorsa dell’intelletto. All’uso del freno si devono altre qualità della sua scrittura. All’irrinunciabilità della ricerca della misura che è uno strumento, oltre che del dubbio, del pudore. Ci sono pochi casi o pochissimi – quando il soggetto è la persona amata per esempio (Nato: “Dunque è sua madre./ Questa piccola donna./ Artefice dagli occhi grigi”) o la sorella (In lode di mia sorella) – in cui il freno non riesce a rallentare tutto lo slancio: ne risulta un effetto speciale di trepidazione che ci fa un poco rimpiangere una Szymborska possibile e inattuata: “Mia sorella pratica una discreta prosa orale,/ e tutta la sua opera scritta consiste in cartoline/ il cui testo promette la stessa cosa ogni anno:/ che al ritorno dalle vacanze/ tutto quanto/ tutto/ tutto racconterà”. La curiosità per una Szymborska le cui emozioni non siano mediate in modo così decisivo dalla mente. Si può dire un difetto o un limite, l’uso esasperato di tanti filtri? Visto che in questo discorso non ci sono se non lodi, diciamo di sì. E per la stessa ragione ecco un altro limite: il rischio della maniera.

Dietro una poesia simile si immagina una vita senza grandi avvenimenti (collaborazione alle riviste letterarie, due matrimoni entrambi con scrittori, costanti prese di posizione contro la censura e il filostalinismo del governo polacco), se non fosse che la poesia stessa ci conferma a ogni verso che il mistero della vita si nasconde ovunque. Che non esistono avvenimenti piccoli. Tale esistenza regolata, dunque, o così sembra, è scandita dalla scrittura, dai versi alle recensioni, poi raccolte in Letture facoltative – uscite in sei diverse edizioni aggiornate – e da queste alla rubrica di “posta letteraria”, nella quale leggeva e commentava, alla sua maniera sbieca e imprevedibile, versi inviati da lettori e lettrici. Nelle recensioni si occupava dei libri incontrati dalla sua curiosità incessante, vale a dire – riporto la lista stilata da Marchesani – volumi di “turismo, botanica, economia domestica, cosmesi, ornitologia, arte, storia, romanzo gotico, letteratura classica e poliziesca, dizionari, teatro, musica”.

Equilibrio volutamente precario

Lucido e lieto scetticismo e quieta meraviglia. Calma inquietudine e serenità titubante. Trepidazione che si nasconde fino a farla sparire, ma c’è ancora. E tutto vi appare come visto dall’alto. Andiamo avanti per approssimazioni, in una poesia che deve comporsi di elementi e qualità contrastanti per raggiungere l’equilibrio volutamente precario. In una stessa pagina troviamo lo stupore e la più grande disillusione, attenuati fino a renderli indistinguibili. Stupore per i più quotidiani oggetti dell’esistenza e disillusione e fastidio per la prosopopea umana.

Ha detto nel discorso di accettazione per il Nobel: “Tuttavia nel linguaggio della poesia, in cui ogni parola ha un peso, non c’è nulla di ordinario e normale. Nessuna pietra e nessuna nuvola su di essa. Nessun giorno e nessuna notte che lo segue. E soprattutto nessuna esistenza di nessuno in questo mondo”. Nello stesso discorso ha detto e ripetuto: “L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante ‘non so’”.

© red.
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