DISAVVENTURE NEL MONDO

Chi fa da sé va a Ben Tre

Tra bus sbagliati, mototaxi, acquazzoni e un ragno gigante, un viaggio nel Delta del Mekong alla scoperta di luoghi e incontri imprevedibili

(© R.S.)
30 agosto 2026
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Anni fa mi sono ritrovato a cambiare muta. Non stavo più nella mia vecchia pelle e per liberarmene ho iniziato a fare su e giù per l’America Latina: sfidando me stesso e il manuale del viaggiatore responsabile fino a farla diventare la mia rassicurante coperta di Linus. A quel punto mi è venuta voglia di ribaltare tavolo e mappamondo ed esplorare il suo opposto geografico e filosofico. Così ho preso e sono andato a vederla, l’Asia. Ve la racconto qui.

A Saigon sono salito su uno scalcinato bus diretto al Delta del Mekong spiegando all’autista che sarei dovuto scendere a My Tho. Lui mi ha strizzato l’occhio e ha sollevato il pollice. Quando ho visto il cartello My Tho sono andato verso l’uscita, ma il conducente mi ha strizzato l’occhio e fatto segno di aspettare: “Non qui”. Troppo presto. Il bus supera il centro di My Tho e non si ferma più, finché all’improvviso imbocca un ponte arcuato con una pendenza folle. Capisco che My Tho ormai è alle spalle. Troppo tardi.

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Sotto il bus, che si inerpica su su per questo ponte che sembra una montagna russa, c’è il Mekong. Mi avvicino di nuovo all’autista che si batte una mano sulla fronte e non mi dà nemmeno il tempo di aprire bocca: “Sei quello di My Tho! Mi sono dimenticato”. Come possa essersi dimenticato uno che, in un bus semivuoto, mi ha detto meno di dieci minuti prima di non scendere sotto un cartello con scritto My Tho perché a My Tho, poi, mi faceva scendere lui, non è dato sapere.

Ha l’aria sinceramente dispiaciuta: “Qui non ti posso lasciare, è pericoloso”, aggiunge. E lo credo bene. Siamo circondati da auto e moto e ci troviamo esattamente allo zenit di questo folle ponte che – guardando davanti, e quindi giù, molto giù – sembra essere diventato un enorme scivolo per mezzi pesanti. “Senti – mi dice –. O arrivi fino in fondo alla corsa con me e poi ti riporto indietro quando riparto, ma ci vorranno ore. O ti faccio scendere dopo il ponte e ti rimborso la corsa”. Scelgo la seconda ipotesi. Ma non lui, che – dopo aver sollevato il pollice – tira dritto e decide per una terza via, ignorando il primo villaggio pieno di mototaxi e lasciandomi qualche chilometro più in là, davanti a un negozio che sembra una baracca attorniata da casette cadenti che ti fanno subito rivalutare la baracca. Quando finalmente scendo mi dà la mano, ma non i soldi. Amen, erano comunque pochi spiccioli.

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Gioia bambinesca

Ora sono a qualche chilometro dal ponte con uno zaino in spalla avvolto dall’umidità del Sud-est asiatico. L’unico mototaxi in zona mi chiede una cifra dieci volte quella spesa per arrivare fin lì da Saigon. È comunque poco, ma ne faccio una questione di principio e lo allontano anche quando il prezzo cala, finché, camminando, non trovo un altro mototaxi con cui riesco a mercanteggiare più onestamente. Salgo. Siamo in due più il mio zaino sopra un telaio che è poco più di quello di una bicicletta. Andiamo pianissimo. Quando arriviamo sotto al ponte penso: “Non ci riusciremo mai”. E invece, non solo ci riusciamo, ma risalire il ponte e poi buttarsi in picchiata a bordo di una motoretta – con un casco che è praticamente un berretto un po’ più duro e il vento che ti avvolge e ti sballotta – rimarrà un momento di gioia bambinesca e libertà purissimo per cui, pensa un po’, mi tocca pure ringraziare l’autista smemorato.

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Sono talmente felice in sella che non voglio più scendere e chiedo di proseguire oltre il centro, stavolta volutamente, per farmi portare al tempio di Vinh Trang, dove i monaci stanno pregando e poi pranzando in un’atmosfera surreale. Da lì raggiungo My Tho a piedi. L’odore di pesce, forte, pungente, è ovunque. L’acqua del Mekong è color fango, un marrone spento che sembra togliere luminosità ed energia a tutta la città, che ha un’aria stanca nei palazzi e nel passo pesante della sua gente. Anche i mercati, qui, sono privi di quell’elettricità e di quel colore che solitamente li contraddistinguono. Sorpreso da un acquazzone e zuppo dalla testa ai piedi entro in un bar per cambiarmi. Oltre la porta sembra di aver varcato uno Stargate: un locale curato, col menù in font eleganti, baristi in divisa, poltrone in pelle, tavolini di design, bagni puliti. Potremmo essere tranquillamente a Saigon. Anzi, a Miami. Solo la vista sul Mekong, oltre le vetrate, ti ricorda dove sei davvero.

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Il Mekong tutto per me

Una volta asciutto, riparto in cerca di un passaggio in barca per fare un giro sul Mekong districandomi tra pescatori senza licenza che provano ad arrotondare e farabutti più o meno conclamati. Alla fine mi accordo in un ufficio pieno di poster ingialliti. Per andare al molo, che disterà 200 metri, insistono perché prenda una loro bici: la prima è troppo bassa, la seconda ha le ruote sgonfie, alla terza salta la catena dopo venti metri. Alla fine vado a piedi, salgo su una chiatta e ho il Mekong tutto per me. La mia guida non parla inglese, io non parlo il vietnamita, e credo sia stata una fortuna: dandomi più tempo per contemplare un luogo meravigliosamente imperfetto, sporco, crepitante e polveroso come una canzone di Tom Waits. Da estasi, ma ti deve piacere il genere.

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Da lì finisco nei canali e poi in un triste miniparco-resort alla buona dove la gente, non so come, passa le vacanze tra coccodrilli in cattività e gelati al cocco che, se non piacciono, vengono rimborsati (o almeno così c’è scritto).

Una quiete irreale

Sembra incredibile come un posto oggi così dimesso fosse, mezzo secolo fa, durante la Guerra del Vietnam, una delle città strategiche da occupare a ogni costo. Ma chi aveva il controllo di My Tho aveva accesso al Mekong e al suo riso. In mano agli americani e ai sudvietnamiti era perennemente sotto scacco dei vietcong. Quella guerra di logoramento sembra avere sfibrato la città a tal punto da non potersi più ricomporre e infine galleggiare un po’ come le tante barche sul fiume, che vengono usate dai bambini per tuffarsi e dagli adulti per organizzare lunghi karaoke, alcune perfino per navigare.

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Quando, al tramonto, arrivo a piedi sotto al ponte che al mattino avevo attraversato prima in bus e poi in moto arriva un secondo acquazzone. È l’ora di chiamare un taxi e farmi portare a Ben Tre, venti chilometri più in là, ancora più nel cuore del Delta. L’acquazzone è diventato uno di quei temporali in cui non si vede più nulla. Il navigatore dice che ormai per arrivare basta superare un ponticello di pochi metri, che potrei fare a piedi. Ma l’autista sterza poco prima e si infila nel fango tra un canale e gli alberi. Ci impantaniamo. La macchina è bloccata e io vedo, oltre il canale, le luci dei bungalow tra cui dovrebbe esserci il mio. Scendo, aiuto l’autista a liberare l’auto, attraversiamo quel dannato ponte e, bagnato come se me la fossi fatta a nuoto, mi presento in reception. Il posto è splendido, la doccia è calda e il loro tofu fritto piccante e lo stufato di un pesce mai visto né sentito sono tra le cose migliori che abbia mai mangiato. Poi la pioggia smette. C’è una quiete irreale fuori e un ragno gigante dentro, nella mia stanza. Tutti dormono. Mando un messaggio con foto al proprietario chiedendo se sia velenoso. Silenzio.

All’alba vengo svegliato da strani suoni e canti oltre le mangrovie che ostruiscono la vista. Sono stranamente riposato, nonostante tutto. Il proprietario mi vede gironzolare tra le piante, allarga le braccia: “Chiedo scusa, è l’ultimo giorno di un funerale. Da domani basta”. Ma domani sarò già altrove. Poi guarda il telefono: “Ah, il ragno non fa niente. È amichevole”. A saperlo prima.

© R.S.
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