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30.11.2021 - 10:490
Aggiornamento : 15:21

Il 38% della popolazione in Svizzera ha un passato migratorio

Lo rivela uno studio dell’Ufficio federale di statistica sui residenti da 15 anni o più. La nazionalità italiana e quella tedesca le più rappresentate

In Svizzera l’anno scorso poco meno del 40% della popolazione residente permanente di 15 anni o più, ossia 2’766’000 persone, aveva un passato migratorio. Di queste l’80% è nata all’estero ed è molto più esposta alla disoccupazione della popolazione senza passato migratorio.

Sono queste alcune caratteristiche sociodemografiche presentate oggi dall’Ufficio federale di statistica (UST) sul proprio sito, secondo cui la popolazione con radici all’estero è rimasta pressoché stabile rispetto all’anno precedente: nel 2020 la quota precisa era del 38%, in progressione di 0,3 punti percentuali.

Tra la popolazione con un passato migratorio, i quattro quinti sono venuti al mondo fuori dai confini nazionali e fanno dunque parte di quella che viene definita la prima generazione di stranieri (2’236’000 persone). Il rimanente 20% (530’000) è nato in Svizzera, scrive l’UST in un comunicato.

Dopo quella svizzera (36%), le nazionalità più rappresentate tra la popolazione con un passato migratorio sono quelle italiana e tedesca (entrambe rappresentano il 10%). Sul suo sito l’UST non precisa quanti confederati con passato migratorio siano in possesso di un’altra nazionalità.

Più disoccupati

La statistica dell’UST si interessa pure a indicatori che forniscono informazioni sull’integrazione della popolazione con un passato migratorio, ad esempio nel mercato del lavoro.

Quest’ultima, cumulando i dati di persone di prima, seconda e terza generazione, presenta ad esempio un tasso di disoccupazione che corrisponde a più del doppio rispetto a quello della popolazione con origine più remota su suolo elvetico: 7% contro poco meno del 3%.

Pur costituendo un punto fondamentale delle analisi, lo statuto migratorio non può assolutamente essere considerato l’unico fattore che spiega le differenze rilevate tra questi gruppi, che possono essere ricondotte anche ad altre variabili, come l’età e il livello di formazione, sottolinea l’UST.

Maggiore tasso di povertà

L’indicatore relativo alle retribuzioni si riferisce al 2019. In Svizzera il 16% dei dipendenti svolge un impiego con un “salario basso” (inferiore ai due terzi del salario lordo mediano, secondo la definizione dell’UST). Il tasso è del 13% fra la popolazione senza passato migratorio, il gruppo meno interessato da questo fenomeno. Rispetto a quest’ultimo spaccato della società, la popolazione con passato migratorio presenta un tasso 1,6 vole più elevato (21%). Con un 17% dei dipendenti che svolgono un impiego a salario basso, la seconda generazione e le seguenti presentano un saggio intermedio.

Concerne pure solo il 2019 il dato sul tasso di povertà, ossia la percentuale di persone che “non hanno i mezzi per acquistare i beni e i servizi necessari a una vita sociale integrata”. In Svizzera, complessivamente (per la popolazione di oltre 16 anni) il dato era pari al 9%. Questo tasso era sensibilmente maggiore fra persone con passato migratorio della prima generazione rispetto a persone senza o della seconda generazione (11% contro 7%).

Prudenza sulla criminalità

L’indagine dell’UST sull’integrazione considera complessivamente undici “ambiti della vita sociale” (accanto al mercato del lavoro e alla povertà, ad esempio anche la religione, l’abitazione e la salute), per cui complessivamente sono stati esaminati 68 indicatori. L’ufficio con sede a Neuchâtel fornisce informazioni anche sul controverso tema della criminalità, con mille precauzioni.

L’UST ha considerato il tasso di imputati in base a reati selezionati. I delitti e crimini che rientrano nell’ambito della violenza domestica sono ad esempio stati esclusi. L’indicatore si focalizza inoltre sugli uomini fra i 18 e i 34 anni residenti in modo permanente in Svizzera. Fra età, sesso e criminalità esiste infatti un legame, si legge sul sito. “Essendo il numero dei casi ridotto, questi risultati vanno interpretati con prudenza”.

Negli anni cumulati dal 2015 al 2019, i cittadini dell’Ue e dell’Associazione europea di libero scambio (AELS) presentano sempre tassi di imputati simili agli svizzeri.

Per quanto riguarda ad esempio le lesioni personali gravi, il tasso più elevato si registra fra gli uomini originari di altri Paesi europei e di altri Paesi del mondo (circa 3‰ per i primi due gruppi contro l’1‰ per gli svizzeri). Nel caso di lesioni personali semplici e rapina, i giovani di sesso maschile facenti parte di questi stessi gruppi di nazionalità presentano ancora una volta tassi più elevati (circa 21‰ e 5‰ contro 8‰ e 2‰ per gli svizzeri). Nel caso dei furti i cittadini degli altri Paesi del mondo si distinguono per il tasso più elevato (41‰ contro 17‰ fra gli svizzeri, vale a dire più del doppio).

Stando alla letteratura scientifica, la nazionalità non è un fattore criminogeno, a meno che una persona non provenga da un Paese in guerra, ricorda l’UST.

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