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laR
 
08.06.2021 - 20:52
Aggiornamento: 09.06.2021 - 08:50

Avs, un nodo da sciogliere e una sorpresa dietro l’angolo

Oggi il dibattito al Nazionale. Come compensare le donne per l’aumento a 65 anni dell’età pensionabile? Sui soldi della Bns probabile alleanza Udc/sinistra.

Di cosa si tratta?

Di una piccola riforma, denominata AVS 21. Niente a che fare con l’ambiziosa ‘Previdenza vecchiaia 2020’ (Pv 2020), il progetto respinto alle urne nel 2017 (52,7% di ‘no’) con cui il ministro della sanità Alain Berset (Ps) e una maggioranza di centro-sinistra del Parlamento intendevano riformare in un sol colpo il 1o (Avs) e il 2o pilastro (cassa pensione). AVS 21 non prevede alcuna estensione delle prestazioni, com’era il caso della Pv 2020, con il suo supplemento di 70 franchi sulle nuove rendite. La mini-riforma attuale contiene invece solo le misure necessarie per garantire il finanziamento dell’Avs fino al 2030, mantenendo il livello delle rendite. L’età di pensionamento ordinaria delle donne viene aumentata progressivamente da 64 a 65 anni. L’imposta sul valore aggiunto (Iva) subisce un incremento. Una compensazione finanziaria è prevista per le donne che vanno in pensione negli anni immediatamente successivi all’entrata in vigore della riforma. 

Perché una riforma dell’Avs adesso?

La popolazione invecchia, si vive più a lungo, la natalità ristagna. Sessant’anni fa vi erano circa 6 attivi per ogni beneficiario di rendita; oggi ve ne sono solo 3,3, in futuro ve ne saranno ancora meno. Nel 2019 il deficit di ripartizione, ossia la differenza tra le entrate e le uscite nell’Avs, è stato pari a 1,17 miliardi di franchi. La tendenza è destinata ad accentuarsi nei prossimi anni, man mano che la generazione del ‘baby-boom’ raggiungerà l’età di pensionamento. Il risultato è che dal 2014 l’Avs spende (in rendite) più di quanto incassa (con i prelievi sui salari, il contributo della Confederazione e l’Iva). Da oggi al 2030, secondo il Consiglio federale, l’assicurazione avrà bisogno di circa 26 miliardi di franchi per garantire il livello delle prestazioni e l’equilibrio finanziario. Grazie alla riforma fiscale approvata in votazione nel 2019, il fondo Avs beneficia ormai di 2 miliardi di franchi supplementari all’anno. Ma non basta. Serve una riforma volta a stabilizzare l’Avs a medio termine. 

Qual è il problema?

Più che demografico, il problema è politico. L’Avs è confrontata anzitutto con l’impossibilità di riformarsi, attraverso progetti in grado di riunire una maggioranza in Parlamento e, se del caso, davanti al popolo. L’ultima ampia riforma risale al 1997. Tre successivi tentativi – imperniati sull’aumento dell’età pensionabile delle donne – sono falliti in Parlamento (2010) o in votazione popolare (2004, 2017). In tutti i casi i sondaggi post-voto hanno rivelato che le donne hanno contribuito significativamente ad affossare i progetti.

AVS 21: qual è il pomo della discordia?

Per la sinistra e i sindacati è il fatto che le donne dovranno lavorare un anno in più, fino ai 65 anni, per avere diritto a una rendita piena. Ma in Parlamento l’aumento dell’età di pensionamento passa come una lettera alla posta. E oggi una maggioranza di centro-destra del Consiglio nazionale confermerà la decisione in questo senso adottata in primavera dal Consiglio degli Stati. 

Pomo della discordia è invece la ‘contropartita’ per l’aumento dell’età pensionabile delle donne. Nessuno si oppone al principio di una compensazione per la cosiddetta ‘generazione di transizione’. Neppure l’Udc. «Dev’esserci, ma essere moderata, mirata e limitata nel tempo. La riforma dev’essere snella, l’obiettivo deve restare quello di un risanamento dell’Avs: niente di più», dice a ‘laRegione’ il capogruppo democentrista Thomas Aeschi (Zg). I pareri divergono però profondamente sull’ammontare della compensazione finanziaria, così come sulla sua durata.  

Quali sono le opzioni?

Il Consiglio federale metteva sul tavolo 700 milioni di franchi per attenuare gli effetti dell’aumento dell’età di pensionamento sulle donne che vanno in pensione nei nove anni successivi l’entrata in vigore della riforma. In caso di riscossione anticipata, la rendita viene al massimo ridotta in misura inferiore al consueto. Il Consiglio degli Stati ha scelto un’altra strada: un supplemento di rendita fino a 150 franchi al mese per le donne che vanno in pensione nei nove anni dopo l’adozione della riforma. Costo complessivo: 420 milioni. 

La commissione preparatoria del Nazionale vuole misure di compensazione più generose (costo: 670 milioni), ma limitate alle prime sei classi di età delle donne interessate dall’aumento dell’età di pensionamento. Un supplemento di rendita viene versato a tutte coloro che lavorano fino all’età di riferimento legale: 150 franchi al mese fino a un reddito di 57’360 franchi, 100 franchi fino a 71’700 franchi e 50 franchi per un reddito più alto. Le donne che desiderano anticipare la pensione fino a tre anni subiscono riduzioni ancora più basse di quelle proposte dal Governo. Il Nazionale oggi dovrebbe propendere per questa soluzione, scartando altre proposte più generose della sinistra. 

La compensazione per le donne è l’unico nodo da sciogliere?

No. Controversa è anche l’entità dell’aumento dell’Iva. La commissione preparatoria propone un +0,4%. L’incremento di 0,3 punti percentuali deciso in marzo dai ‘senatori’ è giudicato insufficiente dalla maggioranza commissionale, mentre con quello di 0,7 previsto dal Consiglio federale si costituirebbero delle eccedenze. Diverse proposte di minoranza invitano a seguire il Consiglio federale (0,7%) o il Consiglio degli Stati (0,3%). Non dovrebbe per contro suscitare grandi discussioni la flessibilizzazione della riscossione della rendita. La maggioranza della commissione è del parere che le donne debbano poter smettere di lavorare a partire da 63 anni, come il Consiglio degli Stati. Il Consiglio federale voleva che tale possibilità fosse consentita già dai 62 anni. La sinistra è dello stesso avviso, ma non dovrebbe spuntarla.

Ci sono alternative ad AVS 21?

Ps e Verdi – che sostengono l’iniziativa popolare per una 13esima Avs depositata la scorsa settimana dall’Unione sindacale svizzera (Uss) – tenteranno oggi di rinviare il dossier al Consiglio federale affinché questo estenda la base di finanziamento dell’Avs (attraverso gli utili della Banca nazionale svizzera o un aumento del contributo federale) o stabilisca un collegamento con la parità salariale. Una proposta di minoranza, sempre proveniente dalla sinistra, chiede il rinvio del dossier alla commissione competente con l’incarico di sospendere ogni discussione concernente l’aumento dell’età di pensionamento delle donne fino al momento in cui sarà andata in porto una riforma del 2o pilastro (vedi sotto) che preveda miglioramenti delle rendite per le persone impiegate a tempo parziale e in professioni con salari bassi. Tutti questi tentativi sono destinati a infrangersi contro il muro che erigerà il centro-destra.

 

la possibile sorpresa

Fanno gola i soldi della Bns

Utilizzare una parte degli utili della Banca nazionale svizzera (Bns) per stabilizzare le casse dell’Avs. L’idea non è nuova. E la sorpresa oggi non è esclusa. Anzi, è probabile. Uno dei suoi principali sponsor è Pierre-Yves Maillard. Il consigliere nazionale socialista e presidente dell’Uss è autore di una proposta di minoranza nella quale chiede che l’utile netto della Bns sia versato non solo ai cantoni ma anche al fondo di compensazione Avs. L’Udc la respinge. Ma venerdì ha presentato una sua proposta. Non si parla di utili in generale, ma solo dei proventi dei tassi negativi: la Bns verserebbe all’Avs almeno la totalità del prodotto dei tassi di interesse negativi a partire dal 2015 (12 miliardi di franchi circa, secondo la Confederazione). «Vogliamo che prima della distribuzione degli utili della Bns a Cantoni e Confederazione, vengano detratti i proventi dei tassi negativi e che questa somma – che appartiene a tutti i cittadini – sia attribuita all’Avs», spiega Aeschi. 

Il capogruppo Udc è ottimista: «Mi aspetto un sostegno di Verdi e Ps alla nostra proposta, in questo modo avremo una maggioranza». I Verdi sono pronti ad accodarsi. Oltre a quella di Maillard «sosterremo anche la proposta dell’Udc, che va nella giusta direzione anche se non è abbastanza ambiziosa», dichiara Léonore Porchet (Verdi/Vd). Anche il gruppo socialista dovrebbe sostenere la richiesta democentrista. Al centro si vedono le cose diversamente. 

I Verdi-liberali sono pronti a discutere di fonti di finanziamento alternative. Melanie Mettler (Pvl) respinge però «in modo veemente» l’idea di far capo agli utili della Bns, o anche solo ai proventi dei tassi negativi. «Se li si vincola al finanziamento dell’Avs, si crea un incentivo affinché la Banca nazionale generi utili. Questo non è il compito della Bns. E poi se si introduce questo elemento, sarebbe ancor più complicato difendere la riforma in una campagna di votazione», osserva la deputata bernese. Per Fabio Regazzi (Alleanza del Centro) l’idea di finanziare temporaneamente l’Avs con i soldi della Bns ha un certo ‘appeal’. Ma il timore è che «una misura temporanea, straordinaria possa trasformarsi prima o poi in una misura definitiva, strutturale. E questo non andrebbe bene». Buona parte del suo gruppo si opporrà a qualsiasi velleità in merito ai soldi della Bns. Ma anche con un ‘no’ del centro, un’eventuale alleanza ‘contro natura’ fra l’Udc e la sinistra finirebbe con l’imporsi. Al Consiglio degli Stati, tuttavia, la musica cambierà. Ancora in aprile la sua commissione della sicurezza sociale ha respinto una mozione del Nazionale e un’iniziativa della commissione economia e tributi della stessa Camera sostenendo che gli utili della Bns generati dagli interessi negativi non sono lo strumento adeguato per risanare l’Avs.

il contesto

Secondo pilastro, l’altra
più urgente riforma

Le donne sono sempre andate in pensione a 64 anni?

No. Quando l’Avs è stata introdotta nel 1948, l’età pensionabile per entrambi i sessi era di 65 anni. Solo più tardi fu abbassata per le donne a 63 anni (1957) e poi di nuovo a 62 (1962).  Nel 1997, con la decima revisione dell’Avs, è stata innalzata a 64. In cambio, le donne hanno ottenuto significativi miglioramenti (introduzione della rendita individuale, ripartizione dei redditi; accrediti per compiti educativi e assistenziali; rendita per vedovi ecc.).

Le donne sono discriminate nell’Avs?

No. Le donne pagano il 33% dei contributi Avs, gli uomini il 67%. Le donne percepiscono però il 57% delle rendite. Nel 1o pilastro le differenze legate al sesso sono minime. Lo splitting permette un’armonizzazione delle rendite di uomini e donne. E se è vero che le nuove rendite per i primi (1’900 franchi) sono leggermente superiori a quelle delle seconde (1’726 franchi), è altrettanto vero che nel complesso (rendite nuove e attuali) sono le rendite delle donne a essere leggermente più elevate (grazie in particolare al supplemento per vedovi, appannaggio soprattutto delle donne). L’Avs – che prevede contributi in funzione del reddito, ma ‘plafona’ le rendite – ‘leviga’ le persistenti differenze salariali e di occupazione tra uomini e donne durante la vita professionale, con un effetto redistributivo a favore dei redditi medio-bassi e delle donne. 

Dove sta il problema per le donne, allora?

A livello di 2o pilastro. Il 26% delle donne che vanno in pensione non hanno una rendita di cassa pensione, il doppio degli uomini (13%). Le loro pensioni sono inferiori in media del 37% (pari a circa 20mila franchi l’anno) a quelle degli uomini e lo scarto è da ricondurre quasi esclusivamente alla previdenza professionale (2o pilastro), indica uno studio pubblicato nel 2016 dall’Ufficio federale della assicurazioni sociali (Ufas). Nel 2018 le nuove rendite delle donne ammontavano in media a 1’600 franchi, quelle degli uomini a 2’800 franchi. Il 2o pilastro si basa sulla logica della capitalizzazione: più a lungo lavori, più capitale accumuli. A farne le spese sono soprattutto le donne, spesso impiegate con salari inferiori, in posizioni gerarchiche inferiori, occupate a tempo parziale e con uno o più buchi (per maternità o altro) nella loro vita professionale. 

Cosa fa la politica?

Un progetto di riforma della previdenza professionale è all’esame del Parlamento. Il Consiglio federale in pratica ha trasmesso al legislativo l’intesa raggiunta tra i sindacati e una parte del mondo padronale. Prevede l’abbassamento dell’aliquota di conversione minima dal 6,8 al 6,0%. Le perdite a livello di rendite (-12%) verrebbero compensate attraverso un supplemento pensionistico finanziato tramite un prelievo sui salari pari allo 0,5%, un inedito elemento di ridistribuzione mutuato dall’Avs che fa storcere il naso a destra e al centro. La riforma mira anche a migliorare la copertura dei lavoratori a tempo parziale, in particolare delle donne. Il Consiglio nazionale dovrebbe occuparsene in autunno.


 

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