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14.03.2019 - 09:210

Il futuro incerto dei partiti

Siamo alla vigilia delle elezioni cantonali e i partiti si accingono ad esporre le loro mercanzie.

C’è qualche preoccupazione perché da tempo si parla di crisi dei partiti e l’elettorato è volatile e per molti versi imprevedibile. I dati degli ultimi decenni, dagli anni 70 in poi, ci raccontano che tutti i partiti – esclusa la Lega – hanno avuto difficoltà a sintonizzarsi con le aspettative della società civile: se nel ’900 vi era una evidente sovrapposizione fra la sfera pubblica e quella politica, oggi non è più così. Per tutto il secolo scorso i partiti dominavano la scena e accompagnavano il cittadino dalla culla alla tomba: chi restava fuori era emarginato e guardato con sospetto. Lo steccato fra i partiti era netto, invalicabile, cementato dalle contrapposizioni ideologiche, irriducibili e inconciliabili: non si sceglieva il partito, ma lo si riceveva per tradizione familiare. E infatti si parlava di voto di appartenenza. L’elettorato insomma era bloccato e nei comizi l’invito era di serrare le fila in nome della cultura di appartenenza. Era però abitudine diffusa la pratica del voto di scambio: il voto in cambio di un vantaggio economico o professionale. Ancora nel 1958 Plinio Verda denunciava il “volontariato dei corrotti”. In ogni caso, fino agli anni 70 la stabilità dei numeri era pressoché assoluta: nel 1927 i liberali contavano il 43,68% dei voti e i conservatori il 36,84; nel 1963 i numeri erano suppergiù ancora quelli; poi il declino e oggi i numeri sono quasi dimezzati. Lo zoccolo duro dell’elettorato di appartenenza (una volta attorno all’87%) è quasi scomparso e si parla di elettorato volatile e volubile, liquido e assai instabile.

L’avanzata dell’antipolitica

È finito insomma il regno della partitocrazia e oggi i partiti debbono fare i conti con l’avanzata dell’antipolitica. Il concetto di antipolitica raccoglie un sentimento di avversione contro la politica che si può manifestare nell’astensione, nella critica alla casta e alle élite, nel rifiuto della democrazia rappresentativa e nella voglia di democrazia diretta che dia tutto il potere a popolo: il populismo gioca sulle emozioni del movimento e segue gli umori mutevoli della gente. Oggi il tratto diffuso è la crisi di fiducia e di credibilità nei confronti della politica in genere e della democrazia rappresentativa. I partiti non sono scomparsi, e non scompariranno, ma la perdita della giustificazione ideologica li mette a nudo e li fa apparire come delle agenzie impegnate a spartire le risorse dello Stato e il manuale Cencelli sulla distribuzione dei posti continua a dettare legge. Gli scandali, i comportamenti scorretti, la pavidità delle commissioni che danno l’impressione di avere poca dimestichezza con la trasparenza, una certa forma di malcelato fastidio nei confronti di chi pretende chiarezza fino in fondo, il rifiuto dei politici di assumersi una qualsiasi forma di responsabilità, l’indecenza politica di certi comportamenti ha avuto effetti devastanti. E infatti la dissociazione fra politica e società civile è pressoché totale.

Cachistocrazia

Oggi di fronte alla politica del rancore, dei risentimenti e delle paure – che sposta i paesi verso le destre populiste che alimentano xenofobie, razzismo e chiusure – i nostri partiti cosa fanno? Scansano i problemi, non li affrontano, evitano qualsiasi impegno di rigorosa etica pubblica e riducono la politica a pura gestione del potere, a gestione economica e aziendale della cosa pubblica. Il problema è che noi oggi avremmo bisogno di veri statisti, perché non bastano i contabili. Il tema è di diffusa attualità, tanto che dal 2015 il dizionario Zanichelli ha registrato il termine adeguato: cachistocrazia, ossia il governo dei peggiori. Forse sarebbe bene che i partiti storici si accapigliassero un po’ meno sulle poltrone da conquistare e da difendere e non continuassero a ripetere i soliti slogan di generico uso. Non mi pronuncio, ma certo il vento soffia in una direzione e converrebbe cercare di invertire la rotta. Bisognerebbe insomma che i partiti che hanno a cuore la difesa dello stato liberaldemocratico e del welfare – dalla sinistra al centro alla destra intelligente – si erigessero a denunciare la stortura dei populismi delle destre estreme che ci stanno precipitando nella barbarie e recuperassero finalmente i principi del rigoroso rispetto della dignità umana, quello dell’articolo 7 della costituzione federale: questo bisognerebbe fare, ma il coraggio – la quotidianità lo illustra – non abbonda e certi argomenti è bene evitarli.

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