L'analisi
09.01.2019 - 06:200

Un treno per Pechino

Il treno blindato che ha condotto Kim Jong-un in Cina non ha mosso il clamore mediatico dell’incontro che ebbe con Donald Trump. E un motivo c’è.

Il treno blindato che ha condotto Kim Jong-un in Cina non ha mosso il clamore mediatico dell’incontro che il capo nord­coreano ebbe con Donald Trump. E un motivo c’è: quasi mai la sostanza necessita di pompa e cerimonie. È piuttosto un processo che un evento. Se dunque il passo di Donald Trump è quello di un’estemporanea esibizione circense, quello di Xi Jinping è dosato sui tempi lunghi di una storia che la Cina torna a rivendicare come fondamento di egemonia non più soltanto regionale.

Tra i due Kim Jong-un agisce mosso da estro e necessità. Con Trump l’estro lo ha in qualche misura premiato: accordandosi per un momento e per convenienza all’esibizionismo del presidente statunitense (e tutto sommato grazie a lui), il “giovane leader” è riuscito a riscattarsi dalla condizione di paria mondiale e ad allontanare da sé e dal proprio Paese la minaccia di ritorsioni militari devastanti. Niente di risolutivo, certo, ma molto più di quanto abbia ottenuto Trump, che ha lusingato la propria vanità col solo risultato di elevare a proprio pari un autocrate altrimenti inclassificabile (categoria per cui nutre un’indubbia attrazione) in cambio di opacissime parole sul disarmo atomico.

Il viaggio di Kim in Cina ha più a che vedere con la sostanza. Per due ragioni, essenzialmente. La prima risponde a un’esigenza strategica e diplomatica di Pyongyang: dimostrare cioè che l’abbozzato dialogo con gli Stati Uniti non esaurisce gli scenari su cui la Corea del Nord si impegna. Va bene dunque la distensione con gli Stati Uniti – come ha ricordato lo stesso Kim Jong-un nel discorso di fine anno – ma non al costo di rinunciare alla propria “sicurezza”, vale a dire all’atomica. E non senza la rimozione delle sanzioni. Perché un’alternativa c’è, ed è Pechino.

Dove origina la seconda ragione. È lecito pensare che la Cina abbia accolto (o convocato) Kim non soltanto per preparare il suo secondo incontro con Trump, come vogliono i comunicati stampa ufficiali, ma per inserire l’eventuale nuovo faccia a faccia in un quadro di cui sia essa stessa l’artefice. Pechino non sembra più accontentarsi di impersonare il suggeritore e/o il protettore di Pyongyang, ma vuole rendere esplicito il proprio ruolo di regista di quanto avviene in quella parte di mondo, perché tutto il mondo ne prenda nota. Washington per prima. Non c’è accordo o disaccordo con una o l’altra capitale di quell’area che non equivalga a un’intesa o a un conflitto con la Cina. E a chi, se non a Trump, è rivolto l’avvertimento?

In questo senso, Kim è ricondotto ad una più realistica dimensione proprio da chi assicura la vita del suo regime. Come hanno osservato molti analisti, la trama di fondo su cui viene messo in scena il flirt Trump-Kim è quella di una Corea del Nord ancora, o sempre più, dipendente dalla Cina e dalle sue strategie. Più un vassallo che un alleato, a cui Pechino concede spazi per la provocazione e l’insubordinazione, fino a quando viene il momento di imporre il proprio ordine. Se Trump ritiene di potersi introdurre, scardinandolo, in quel meccanismo, si sbaglia. O ne trascura il prezzo.

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