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Hanno fatto un deserto e l'hanno chiamato pace (Ti-Press)
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31.05.2021 - 05:300
Aggiornamento : 01.06.2021 - 14:32

Le macerie del Molino, le macerie di Lugano

Quanto accaduto costituisce un inammissibile abuso di potere, un’ostentazione di forza che la dice lunga sulle mani in cui è finita la città

Un cumulo di macerie che fa pensare più a qualche Paese disastrato che alla Svizzera, qualche poliziotto tutto bardato, i volti afflitti di alcuni molinari, quelli perplessi dei passanti. Un gruppo di fascistelli invece provoca e se la ride: “O bella ciao, bella ciao” cantano in tono di scherno, tanto per ricordarci che la mamma dei cretini è sempre incinta. Ma soprattutto per ricordarci che hanno vinto loro. Perché la scena sul Cassarate, la mattina dopo la demolizione del Molino, vede il sole splendere sul trionfo delle ruspe, come nel sogno bagnato d’un Salvini qualsiasi, o sulle prime pagine arcigne e strafottenti del Mattino. Il Municipio e la polizia hanno approfittato della breve occupazione simbolica di un altro stabile – una goliardata di poche ore – non solo per sgombrare il centro sociale, ma anche per raderlo al suolo. Un atto di forza deliberatamente programmato, in attesa solo d’un futile pretesto, a meno che non si voglia credere che gli escavatori si possano spostare come utilitarie e che davvero – come qualcuno ha avuto la faccia tosta d’asserire – la polizia d’altri cantoni fosse lì per aiutare quella nostrana impegnata nel passaggio del Giro d’Italia (coi manganelli al posto delle borracce, come no).

Sabato si è visto il vero volto di un’amministrazione cittadina – ma verosimilmente anche cantonale – che ha perso completamente ogni senso del limite, inebriata com’è da un potere finito in mano ai boriosi e ai mediocri, coloro cioè che sanno esercitarlo solo col gesto plastico del compiaciuto flettere i muscoli. Abbiamo dovuto tirar giù tutto per non farli rientrare, ha spiegato il sindaco Marco Borradori. Ricorda quella famosa intervista a un marine dopo un attacco al napalm in Vietnam: “Per salvare il villaggio, l’abbiamo dovuto distruggere”.

Nessuna provocazione da parte dei molinari – episodi tutt’altro che clamorosi – può ancora giustificare l’equivalenza tirata da certi osservatori tra la loro violenza e quella delle istituzioni. Se errori e incomprensioni ci sono stati da entrambi i lati, la demolizione smaschera la burbanza del Municipio e fa capire la facilità con la quale le autorità abusano della loro posizione.

Per questo anche chi dell’autogestione non si interessa dovrebbe preoccuparsi dell’accaduto, riflettere magari sul valore simbolico di quei mostri meccanici che hanno divelto mura e tettoie, invece di pensare che “se fai il bravo non ti tocca”: chi agisce in modo così spregiudicato non si farà problemi a opprimere chiunque lo intralci o si trovi in una posizione di debolezza, anche in ambiti ben lontani dall’autogestione, ad esempio dove il disagio sbarra la strada all’avanzata di un’urbanizzazione tutta pettinata e patinata.

Certo, sarebbe bello credere che la forza si usa solo per garantire la sicurezza dei cittadini, la pace e la serenità della dimensione urbana. Purtroppo son bubbole, perché se è a quello che si mira allora si usano benne e uomini per costruire, non per distruggere. E mentre la città si compiace di progetti faraonici, orientati a un gigantismo megalomane che riduce sempre più l’abitante a formichina, nel cuore del centro è rimasto solo quel mucchio di macerie. Perfetta metafora d’una città smarrita, e simbolo deprimente del nostro morale.

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