senza zucchero

Mentalità assistenzialista

Se un salario non permette di vivere e lo Stato deve integrarlo con altri aiuti, riducendo i costi del personale per l’azienda, chi è il vero sussidiato?

In sintesi:
  • Si spera che a questo giro i contrari risparmino a tutti le previsioni da Antico Testamento
  • Il salario minimo ha già portato benefici. Adesso si tratta di sistemarne le lacune
  • Perché vogliono una cifra unica e immutabile, quando invece dovrebbe fare stato il concetto?
Regazzi dixit
(Ti-Press)
9 febbraio 2026
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Il dibattito sul salario minimo sociale non riguarda solo chi lo percepisce, ma il modo in cui in Ticino vengono distribuiti costi e profitti. Il salario minimo in Ticino ha avuto una gestazione di sei anni e una volta nato è risultato monco e con incorporata una scappatoia per eluderlo. Cosa vuole fare l’attuale iniziativa per un salario minimo sociale? Due cose molto semplici. La prima è introdurre un salario minimo che ti permetta di vivere del tuo lavoro senza dover chiedere aiuto a nessuno, la seconda è abolire la deroga dei contratti collettivi che permette di continuare come se un salario minimo non esistesse.

Si spera che a questo giro i contrari risparmino a tutti le previsioni da Antico Testamento che avevano paventato durante la prima campagna e che si sono rivelate completamente infondate alla prova dei fatti. Nel rapporto dell’Ire sugli impatti del salario minimo in Ticino del 31 maggio 2024 si rileva tra le altre cose un aumento medio del reddito annuo del 3,4% nei settori maggiormente esposti, incrementi fino al 36% per i salari orari più bassi e un aumento della probabilità di entrata di lavoratori svizzeri stimato attorno al 10%. Altro che abbassare i salari di tutti o favorire i frontalieri.

Il salario minimo ha già portato benefici. Adesso si tratta di sistemarne le lacune. Un salario minimo sociale non è utile solo a chi lo percepisce, è utile a tutti. Portare chi lavora ma oggi non ce la fa dalla colonna dei costi per lo Stato a quella dei ricavi fa bene a tutti. Ovviamente non tutti sono d’accordo. A loro una semplice domanda: se un salario non permette di vivere dignitosamente e lo Stato deve integrarlo con aiuti pubblici, riducendo di fatto il costo del personale per l’azienda, chi è il vero sussidiato?

Imprenditori nostrani vanno in televisione a dire che a loro piacerebbe tantissimo poter dare salari migliori, ma purtroppo le cifre le fa il mercato e poi hanno il gomito che fa contatto col ginocchio, per cui è impossibile fare meglio di così, pena l’apocalisse. Quindi han subito fatto sapere che tutto dipenderà dalla cifra. Perché vogliono una cifra unica e immutabile, quando invece dovrebbe fare stato il concetto: ognuno deve poter vivere dignitosamente del proprio lavoro. “Dovrà essere sostenibile per l’economia” gli fanno eco fidi scudieri politici. Ma è davvero così difficile dare salari con cui si può vivere in Ticino?

Proviamo a fare un esercizio. Servono solo due dati. Le spese totali per il personale e l’utile netto. Prendiamo un’azienda quotata che produce protesi mediche e che per obbligo di legge pubblica il rapporto di gestione: fatturato 590 milioni, spese per il personale 182 milioni, utile netto 73 milioni. Di quanto si potrebbero aumentare tutti i salari senza andare in perdita? Del 40%. Non parlo di adeguare solo i salari più bassi a una soglia dignitosa. Parlo di aumentare tutti i salari, indiscriminatamente: da chi svuota i cestini al Ceo. Anche così, l’azienda resterebbe in utile. È un esempio puramente matematico, ma serve a capire l’ampiezza del campo delle possibilità.

Allora perché tutto questo litigare sui centesimi? Perché, per dirla come un nostro rappresentante agli Stati, in Ticino c’è una mentalità assistenzialista. Si dà per acquisito che lo Stato debba partecipare al costo del personale di aziende private. E tanti saluti al mercato che si regola da solo. Dopotutto: cos’è disdicevole se sei povero ma di gran classe se sei ricco? Ricevere soldi pubblici.