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11.11.2020 - 06:100
Aggiornamento : 12:49

Eravamo cinque amici a teatro

Facciamo i concerti in chiesa? O spostiamo le messe al Lac? Poi la cultura s’indigna e il governo fa un camaleontico dietrofront (e non sono applausi)

Cinque persone. Il primo applaude, il secondo (eventualmente) fischia; il terzo ride, il quarto si commuove e il quinto grida ‘Bravo!’. Fino alle 17.50 di ieri ci si sarebbe potuti organizzare così per andare a teatro, al cinema, a un convegno. In cinque in platea. Cinque, come a una partita di burraco. Però molto più distanti. Se l’ulteriore restrizione al mondo della cultura emersa dall’ultima conferenza stampa del governo – cinque persone per evento, non una di più – non avesse portato con sé ancor più drammatiche conseguenze per una categoria messa in ginocchio dalla pandemia ben prima di domenica scorsa, avremmo potuto fare ironia per giorni. L’ironia di chi ieri, visto che al cospetto del Divino ancora si entra in trenta, suggeriva di spostare i concerti in chiesa (“Vai Ivanooo”, e il metallaro di ‘Viaggi di nozze’ suona la Marcia Nuziale con la Stratocaster). Ma si sarebbero pure potute portare le messe al Lac, che almeno lì l’acustica è impeccabile. Alle 17.50 del pomeriggio di ieri, i cinque del burraco – immaginateli nella Sala Teatro del Lac: uno dalla 50esima fila dice a quello seduto in prima: “Scusa, puoi spostarti di una poltrona che sei troppo alto?”; e gli atri tre che dicono “Shhhhh” – sono diventati trenta.

Fa specie che il comunicato del Consiglio di Stato (CdS) delle 17.50 di ieri parli di ‘precisazioni’ e non di ‘rettifica’. Perché di ‘rettifica’, di modifica si tratta, visto che il messaggio è nuovo. Fa specie che il CdS specifichi che a margine del documento siano disponibili le Faq (non è un insulto, è l’acronimo di ‘Frequently Asked Questions’), ovvero le domande frequenti alle quali trovare le risposte che – testuale – “forniscono chiarimenti sui principali dubbi esposti da organizzatori di eventi e attività toccate dalle restrizioni entrate in vigore ieri”. Quegli organizzatori che non dovevano avere grandi dubbi se hanno annullato tutti i propri eventi per sentirsi dire, ora, che non avevano capito. Fa specie che nella sempre invidiabile mitezza ticinese un direttore d’orchestra sinfonica scriva sulla sua pagina “Incapaci!”, “Incivili”, dannandosi per quelle “cinque persone nei Teatri e nei Cinema”, in maiuscolo per la sacralità del palco. “Sparateci direttamente”, scrive Diego Fasolis. Ce lo s’immagina bacchetta in mano che accentua lo “sparateci” o il “direttamente”. E fa specie come l’espressione “cinque persone al massimo” suoni terribilmente familiare con i mesi e mesi di “è raccomandabile”, “è consigliato”, “è preferibile”, messaggi alla popolazione in bilico tra il responsabilizzare e lo scarico di responsabilità.

Abbiamo finito i ‘fa specie’. Premesso che siamo tutti nella stessa barca e che nessuno rema contro, il termine ‘artista’, prima di essere un complimento, è una professione. Artista è “chi opera nel campo dell’arte come creatore o come interprete”. Senza contare l’indotto. ‘Artista’ è un lavoro non meno dignitoso, responsabilizzante, illuminante di un impiegato delle Poste o di un rappresentante di vernici (va bene anche un tassista). E chi decide che il pubblico in sala possa essere di cinque persone senza capire che sta chiudendo un teatro, forse non sa cos’è un teatro. Chi ha solo pensato che cinque persone in sala potessero essere un deterrente diverso da zero, è – lo dice un lettore, Tiziano Martinelli, e non è uno scarico di responsabilità – “più confuso di un camaleonte in una scatola di smarties”.

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