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02.05.2020 - 06:300

Sport, la passione resta fuori

Inaridito, un po' asettico, bisognerà imparare a gustarselo da lontano: è il solo modo per poterlo riaverlo in tempi ragionevoli in tutto il suo splendore

Lo sport ad alto livello, quello con un pubblico al seguito, felice di pagare pur di poter fruire, è contatto, di squadra o individuale che sia. Anche quando non è di contatto. È vicinanza, prossimità, condivisione, tra atleti e spettatori, sportivi e appassionati. Quello sport, per come eravamo abituati a concepirlo, è partecipazione popolare, è passione. Lo è stato, tornerà a esserlo, ma per un po’ sarà una cosa diversa, tanto vale farsene una ragione e cominciare a sintonizzarci su un ambito che per ripartire e garantirsi un futuro deve concentrarsi su questioni molto pratiche quali risultati, partite, classifiche, diritti televisivi e sponsor, a scapito della componente emotiva che deve starsene fuori dagli stadi, dai palazzetti e dalle piste. A bordo campo, in senso lato, se ne starà anche parte degli addetti ai lavori, il cui impiego sarà centellinato, ridotto.

Sarà uno sport inaridito, un po’ asettico. Saremo costretti a gustarlo da lontano, con una partecipazione giocoforza contenuta. È l’unico modo per poterlo riavere in tempi ragionevoli in tutto il suo splendore. Iniziamo dal gioco e dal risultato, per la passione ci sarà spazio più avanti.


La passione, già. Quel sentimento forte, quella pulsione anche un po’ primordiale che ci accende e ci ispira. Quell’emotività di contorno che assegna alla partita, alla prestazione o al gesto atletico un valore aggiunto incommensurabile, al quale in tempi che oggi definiremmo ‘normali’ non abbiamo dato la giusta importanza. Ci è stata tolta, la dobbiamo parcheggiare e riporre nel cassetto. Assieme al sogno di un ritorno alla normalità ancora lontano nel tempo, proiettato in un futuro ancora denso di incertezze, nonostante gli albori di un allentamento da misure soffocanti e frustranti. Annientatrici di gioia da stadio.

Lo sport ripartirà, per gradi e a precise condizioni. È una buona notizia, un’ottima notizia. Ma lo farà a porte chiuse, e a numero chiuso. Un duro colpo ai sentimenti, accantonati in attesa di tempi più felici e meno alienanti.

Facciamocene una ragione, è lo scotto da pagare alla pandemia. Lo sport che scalda gli animi e raggruppa attorno a sé folle festanti e avide di spettacolo, vivrà una fase due, quella del cosiddetto “alleggerimento”, decisamente poco romantica. Per concentrarsi su aspetti molto pratici che ne garantiscono la regolarità, soffocandone però quelli più empatici che tanto piacciono alla gente. Che segnano il confine tra una mera prestazione sportiva utile per annali e statistiche, e un evento popolare in grado di appassionare e coinvolgere. Di stimolare, di accendere gli animi, di dare emozioni forti con le quali alimentarsi.

Per quanto possa essere difficile farlo, rassegniamoci a partite di calcio nel silenzio di stadi deserti, a incontri di hockey in piste gelide più di quanto già non lo siano, a giri ciclistici senza l’abituale e coloratissimo contorno di spettatori a bordo strada, a maratone per pochi campioni ma senza la massa di appassionati, a Gran Premi con bolidi che sfrecciano per addetti alla sicurezza e ai lavori. Insomma, uno sport per pochi eletti. Uno sport a porte chiuse e a numero chiuso. Uno sport chiuso. L’esatto contrario di quanto ambisce a essere. Di quanto ha bisogno di essere. Altra via, per il momento, non c’è.

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