Refill, refill, refill...
BUONASERA DOTTORE
22.02.2020 - 06:300

Astemi a Carnevale, condannati alla tristezza

Dedicato a chi alle festine di compleanno pasteggiava a Fanta, a chi fugge sul Lago di Garda e a chi comunque sente una disperata voglia di comprarsi una parrucca

È inutile girarci intorno. Febbraio è un mese terribile per chi ha trascorso le festine di compleanno scomodamente appoggiato agli stipiti delle porte a guardare gli altri che se la spassavano. A proposito, quant’è comoda la sua poltrona dottore, è ovvio che poi uno si apre e inizia a raccontare gli affari suoi. Le dico perché sono qui: ritrovarsi astemi quando arriva il Carnevale è come per un ateo morire in una guerra di religione. È una beffa, in questa città trasformata in salone delle feste per uno che alle festine pasteggiava a Fanta facendo il rabbocco al bicchierino di plastica non biodegradabile con sopra il nome, con tutto l’imbarazzo di attraversare la sala per arrivare al tavolo delle bibite. Oggi il rabbocco si chiama ‘refill’, così si dice nei fast food. Da Kfc a Mendrisio c’è anche il menù col refill a volontà, come la chinoise. ‘Refill’. D’altra parte, ‘ririempire’ sarebbe un infinito bruttissimo, soprattutto per chi soffre di pesante rotacismo.

Per te il Rabadan finisce qui

Il Carnevale, dottore, a me sembra la risposta degli svizzeri a Miss Italia. Là, a Salsomaggiore o dove diavolo scelgono di andare ogni anno, ci mettono una settimana a decidere chi sia più bella del reame, mentre alla televisione svizzera in tre quarti d’ora si sa già chi è la più gnocca della Confederazione, risparmiandoci cosa sia più importante nella vita della Miss, se la carriera, l’amore o il suo golden retriever. E invece qui, al contrario di Miss Svizzera, il Carnevale dura quasi una settimana e tutto è più o meno lecito. A proposito: ha visto per caso ‘The Purge’ dottore? È un film in cui per una notte all’anno gli Stati Uniti depenalizzano qualsiasi cosa, anche la più truce. Ecco, qui da noi per una settimana si può finalmente girare per Lugano vestiti da Deadpool senza il timore di essere arrestati per violazione della legge sulla dissimulazione del volto; qui, esattamente come in ‘The Purge’, c’è l’istituto bancario che copre la statua nel giardinetto antistante per evitare che venga scambiata per un orinatoio, c’è il negozio di abbigliamento che inchioda assi di legno alle vetrine per difendersi dagli stessi che passando davanti alla statua potrebbero scambiarla per un orinatoio, e ci sono le ambulanze che diffondono musica molto prima che il Carnevale sia realmente iniziato.

Questa sensazione di benevolo, pacifico ‘The Purge’, dottore, mi è presa giovedì sera attraversando la via Codeborgo, quando il piccolo Omar mi si è parato dinanzi con la maschera da portiere di hockey e al momento mi è venuto da pensare all’Ambrì; e invece, sventolata la sua piccola mannaia di plastica, ho capito che si trattava di Jason, lo psicopatico di ‘Venerdì 13’ (piccolo Omar, il tuo papà, la tua mamma e la tua futura fidanzatina già immaginano per te e per sé stessi un futuro ricco di sorprese).

Fuga da Alcatraz

È vero. Quando il Rabadan comincia c’è l’autoctona che ogni anno da Bellinzona ripara sul Lago di Garda (e quest’anno proseguirà fino a Trieste), così come si fugge dalla Piazza Grande quando arriva il pop teutonico di Moon and Stars. Però, dottore, il Carnevale qui non ha pari, e Bellinzona fa invidia a Rio. Quei tizi arroccati sulla scalinata della Collegiata magari non saranno dei metronomi, ma hanno un entusiasmo da fare invidia alla sezione fiati degli Earth Wind & Fire. E poi qui sono tutti in costume, anche i più grandicelli: spopolano ancora le tute da coniglio, c’è la ragazza Ikea con le bretelle ricavate dal comodo sacchetto blu (ha pure le matitine nelle tasche della salopette), ci sono le fate, le fatine, le principesse, c’è la femminilità più tradizionale e ci sono le “sono vestita come mi pare”, che a chiedere “sì, va bene come ti pare, ma vestita da cosa?” è poco elegante come “sì, ho capito che fai il musicista, ma il mestiere vero qual è?”.

‘Lui sì che è uno serio!’

In stazione, si fa fatica a crederci, girano facce da veri uomini dentro morbidi costumi da orsacchiotti, un esercito di bellimbusti e bruttimbusti che per non apparire troppo teneri ostentano i six-pack di birra nelle mani affinché non si fraintenda che l’uomo, anche se vestito da orsacchiotto, comunque non deve chiedere mai, nemmeno a Carnevale.

Posso dirle una cosa, dottore? Quant’è triste la normalità, quant’è triste essere astemi. Lo sgamano subito che sei sobrio. Tu lo ammetti e la verità non ti rende libero, anzi, è l’inizio della fine: per strada ti salutano e tu non sai chi hai davanti; sotto occhiali alla Elvis e parrucca alla Christian (il Julio Iglesias italiano) individui un insospettabile collega di lavoro; tu, vestito come tutti i giorni, ricambi il saluto e la graziosa signorina al suo fianco, indicandoti, dice “Lui sì che è uno serio: è stato a Sanremo!” (la graziosa signorina è vestita “come mi pare”); e così tutti ridono senza ritegno alla miglior battuta che una insospettabile collega possa fare su uno che è appena tornato da Sanremo; uno che, come se non bastasse, è vestito da impiegato.

Ecco dottore, arrivo al punto così da giustificare la sua parcella: sento un irrefrenabile bisogno di porre rimedio alla mia normalità senza troppi vincoli estetici, preferibilmente entro e non oltre martedì; sento l’esigenza di un accessorio che mi renda finalmente simpatico, affabile, amato, che mi consenta di fare comunella, di far bisboccia. No, non mi chieda di bere. Credo che basterebbe una parrucca, una cosetta alla Platinette, una cofana coi nastri, i gioielli, le lucette intermittenti, o i passerotti che cinguettano. Vorrei vedermi oltraggioso, eclatante, vorrei stupire, vorrei spaccare: che ne dice se mi vesto da Morgan? Anzi no, da Bugo. Secondo lei dottore, lo venderanno da qualche parte il vestito da Bugo?

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