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20.11.2019 - 21:340

Crisi e voglia di democrazia

La democrazia liberale non gode di buona salute. Lo sostengono in molti, con sempre maggiore insistenza. E i motivi per pensarlo non sono pochi...

Dunque, la democrazia liberale non gode di buona salute. Lo sostengono in molti, con sempre maggiore insistenza. E i motivi per pensarlo, e preoccuparsene, non sono pochi. Il declino dei partiti e delle rappresentante sociali, la generale radicalizzazione e personalizzazione del confronto politico, una mondializzazione non governata che ha aiutato più le economie del mondo extra-occidentale penalizzando le classi medie e operaie delle nostre società, un capitalismo rapace e lasciato alle libere e avide mani della grande finanza, la crescita inarrestabile delle disuguaglianze sociali, la più grave e prolungata crisi economica dai lontani anni della Grande Depressione, è questo il grumo dei problemi (in un elenco senz’altro parziale) contro cui sembra infrangersi, dopo la caduta del Muro, la profezia di Francis Fukushima sulla ‘fine della storia’: e cioè la democrazia liberale come “unica e definitiva forma di governo delle società umane avanzate”.

Trent’anni dopo quel pronostico va definitivamente archiviato? In realtà la controversia non è affatto archiviata. Naturalmente se ci si intende sul fatto che la democrazia compiuta (quella che Lincoln riassumeva nella idilliaca formula del “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”) è stata ovunque e sempre pura chimera. E che, anche o forse proprio a causa di questa sua incompiutezza, ha subito molti attacchi, ha dovuto arretrare, addirittura soccombere. Quando è successo, soprattutto là dove il concetto di popolo è stato surrettiziamente sostituito da quello di nazione (come ricorda Yves Mény nel saggio dedicato al “Malinteso democratico”), sono stati disastri, come ben sa l’Europa, il cui declino e la cui sudditanza nei confronti delle potenze emergenti si sono consumate in due guerre mondiali. Una lezione di fronte a cui gli odierni nazional-populismi fanno spallucce.

Ma c’è di più nell’odierna difficoltà delle democrazie occidentali. C’è la mancata difesa delle stesse democrazie da parte delle forze politiche che, nella destra e nella sinistra liberali, avrebbero dovuto rappresentare il loro baluardo naturale. Un baluardo edificato a destra su un capitalismo decisamente meno ingordo e socialmente insensibile, a sinistra su una rappresentanza autentica, attiva e compartecipata dei diritti sociali dei più deboli (quelli che, per rapporto alle miserie dei flussi migratori, oggi vengono chiamati “i penultimi”). La storia, per tornare a Fukushima, non poteva certo finire in questa tenaglia di insensibilità, inadempienza e libertà sempre più compresse. E lo confermano le rivolte popolari che di nuovo stanno scuotendo molte piazze del mondo, dall’Asia al Medio Oriente all’America Latina. Certo, alimentate da carburante e realtà nazionali differenziate, anche molto diverse. Ma in realtà tutte finalizzate all’ottenimento di diritti troppo a lungo negati, di maggiore equità, di più solide garanzie sociali, di giuste attese troppo spesso omesse.

Insomma, tutto quello che i sovranismi identificano nelle pessime gestioni di élites, establishment, sistema (a cui facilmente si sostituiscono), e che spesso sono pessima, deprecabile e inaccettabile politica, come gridano i manifestanti del Cile con le sue ricette neoliberiste, di Hong Kong che disperatamente vorrebbe sottrarsi alla dittatura di Pechino, di Amman, Beirut, Algeri, Iran che vogliono sottrarsi anche a regimi confessionali. Oppure di Praga dove in trecentomila hanno manifestato con bandiere europee e contro le involuzioni illiberali dei Paesi di Visegrad. E cos’è questa, se non voglia e ricerca di democrazia?

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