Commento
16.05.2019 - 06:200

La Giustizia degli uomini

Riflessioni a margine di un processo indiziario

All’improvviso il dolore di Masha, la moglie, è tracimato. La donna, fino a quel momento estremamente composta, si è contratta in una smorfia e non ha più trattenuto le lacrime. In aula non c’è stato imbarazzo, solo condivisione. Era il momento in cui l’avvocato dei familiari, Diego Olgiati, rifletteva su cosa significhi per una madre dover rispondere per due anni, a figli ancora piccoli, sul perché il papà sia morto così, al termine di una notte di divertimento in discoteca; sono quelle notti che gli ultraquarantenni, fra amici, pianificano con mesi di anticipo e poi si godono fino all’ultimo, fra ricordi comuni e brindisi, lasciando da parte per qualche ora i pensieri di padre, di impiegato.

Quello legato alla reazione di Masha – reazione emotiva ripetuta subito dopo l’annuncio della colpevolezza dell’imputato da parte del giudice – è il primo elemento forte che emerge dal processo conclusosi ieri a Lugano per i fatti della “Rotonda” di Gordola. Il libero abbandono al pianto della moglie – “moglie” perché vedova, dentro, probabilmente non riesce ancora a sentirsi del tutto – è giunto nell’istante in cui Olgiati, con la sua requisitoria, ha toccato le corde più profonde: quelle che attraversano una famiglia su cui la tragedia si è abbattuta letteralmente senza motivo. Prima che come legale di parte, Olgiati parlava in quel momento, rivolgendosi alla donna, a nome della Giustizia: l’istituzione deputata alla ricerca della verità e all’emendamento dai dubbi, dalle incertezze; chiamata a rispondere alla mancanza di un giaciglio, per i familiari di un morto ammazzato, su cui poter finalmente adagiare un corpo fino a quel momento ancora idealmente costretto su un tavolo d’obitorio. E poi pian piano, da lì, provare a ricominciare.

Proprio alla necessità di avere giustizia è legata una seconda riflessione. Nessuno dei due testimoni che tengono in piedi l’impianto accusatorio del pp Garzoni ha potuto indicare con assoluta e indiscutibile certezza che le cose andarono come ricostruito dall’accusa e poi sancito dalla Corte; e cioè che l’imputato sfogò la sua rabbia colpendo al collo, in un punto vitale, il primo malcapitato che gli capitava a tiro, e cioè Fabrizio. Con ogni probabilità è andata così perché tutto va in quella direzione: il 23enne quella notte bevve molto e tirò di coca, aggredì in precedenza altri avventori, con testate e pugni in pieno volto. È quindi fortemente verosimile, in mancanza di indicazioni e alternative valide, che sulla sua strada incontrò effettivamente Fabrizio e per toglierselo di mezzo lo colpì, determinandone la morte. Ma il processo rimaneva indiziario: così il 23enne ha sempre potuto esercitare il diritto di negare ogni suo coinvolgimento. “Non l’ho neppure toccato”, ha detto e ripetuto. E lo ha potuto fare senza che gli dessero del matto; al massimo, del bugiardo irresponsabile.

Fin dal principio – e ancora prima, durante tutta l’indagine – il giovane imputato è stato ritenuto l’unico colpevole possibile: non ce n’era un altro che potesse assolvere quel compito. Come sempre in casi simili, la Giustizia ha dunque dovuto muoversi sul terreno scivolosissimo in cui un colpevole certo non è dato, ma in qualche modo è necessario: alla famiglia in primo luogo, per i motivi descritti, e anche alla società che la sta a guardare. E tanto meglio se il ragionevole dubbio si riduce, come in questo caso, alle incerte obiezioni della difesa.

Ma quella emersa con la sentenza non è la verità: ne è solo la versione processuale, stabilita da una Corte di uomini e donne che secondo percorsi diversi hanno raggiunto un loro intimo convincimento. Fino a che punto una sentenza di colpevolezza fosse inevitabile, e quanto questa inevitabilità abbia potuto influire nel giudizio, sono le solite grandi domande che rimangono senza risposta.

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