Bellinzona al Tribunale federale
Commento
22.02.2019 - 06:300

Chi vuol avere un foreign fighter vicino di casa?

Isis rossocrociati, davvero una brutta gatta da pelare!

È noto che situazioni di grave emergenza mettono a dura prova lo stato di diritto e le nostre libertà. In parole semplici: le regole è facile rispettarle fintanto che non si devono fare i conti con situazioni estreme, quali ad esempio il terrorismo. Quando crollano le Torri gemelle, o quando – se ne è ancora parlato col caso Baragiola – ci si confronta con l’attività terroristica di gruppi estremisti, è più facile che si invochino leggi speciali e la conseguente limitazione delle libertà. Questo anche perché il cittadino, come è stato il caso dell’America di Bush del Patriot Act, è disposto ad accettare il giro di vite in cambio di maggior sicurezza, permettendo così di buon grado che i suoi dati sensibili vengano monitorati/immagazzinati dallo Stato nella speranza di poter neutralizzare eventuali progetti criminali.

Un analogo dibattito è sorto quanto alla sorte dei cittadini europei (anche svizzeri) che si sono recati in Siria a combattere per l’Isis, un’organizzazione che ha seminato terrore e morte anche su suolo europeo. Domanda: ora che quella guerra è (sembra) terminata e lo Stato islamico è stato sconfitto, come dobbiamo comportarci coi combattenti col passaporto rossocrociato in tasca? Tanto più che il presidente Trump ha detto che dovremo riprenderceli. Senza farsi tanti problemi e evitando il clamore, alcuni Stati negli scorsi mesi hanno deciso di mandare (preventivamente) milizie (private?) sul territorio del conflitto per eliminarli. Per non dover un domani occuparsi di un loro – ovviamente problematico – rientro a casa. Una sorta di ‘giustizia’ (ingiustizia) ‘fai da te’ preventiva, per evitare che queste persone – imbevute di un’ideologia mortifera e provate da anni di guerra – tornassero in Europa e potessero costituire nuovamente un rischio per la sicurezza. Altri Stati (fra i quali c’è anche la Svizzera) si stanno interrogando sul cosa fare nei confronti dei loro combattenti ora incarcerati dai curdi in Siria, o a piede libero. Attendere che vengano processati laggiù? Con quali garanzie? Sarà necessario un tribunale internazionale? E poi, che fare, una volta scontata la pena, se vorranno tornare in patria? E se dovessero chiedere di venir processati qui? Come fare ad istruire un processo a loro carico in Svizzera? E nell’attesa che fare? Bisogna incarcerarli, o lasciarli a piede libero, assumendoci costi importanti di sorveglianza (tramite polizia federale e servizi) per persone che verosimilmente sono tutto tranne che equilibrate? Non dimentichiamo che si tratta di connazionali che in questi anni ci hanno considerati nemici da abbattere.

Per tornare alla domanda iniziale, la risposta di uno stato di diritto non deve essere né quella di assoldare sicari, né quella di limitarsi a sbolognare la patata bollente ad altri, come semplicisticamente ha ipotizzato la neoconsigliera federale Karin Keller-Sutter con quel suo ‘celebrate direttamente i processi sul posto in Medio Oriente’ (Iraq e Siria).

Il nodo è particolarmente complesso. In particolare sul cosa fare con chi vorrebbe venir processato in Svizzera e sul come comportarsi con chi verrà processato in Siria e, prima o poi, tornerà qui potendo generare, come detto, un potenziale problema per la sicurezza. Alzi la mano chi desidera avere come vicino di casa un ‘foreign fighter’ rossocrociato. È vero: si tratta di pochissime persone, un motivo in più per ragionare pacatamente sulla tenuta (sotto stress) del nostro stato di diritto. Ma si sa, la pacatezza può anche improvvisamente trasformarsi in ira popolare, qualora il foreign fighter dovesse ritrasformarsi in terrorista e rivelarsi nuovamente parte di una rete di fanatici che operano nel totale spregio della vita umana. Insomma, la gatta dagli artigli affilati è tutta da pelare.

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