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14.09.2018 - 06:300
Aggiornamento 07:22

Scuola che verrà alle urne, strada in salita!

Sul voto al progetto sperimentale pesano moltissime incognite politico-partitiche

Il voto sulla scuola che verrà si sta (ingiustamente) stracaricando di significati politici che vanno ben oltre l’oggetto dello scrutinio. Oggetto che – ricordiamolo – è quello di decidere se avviare una sperimentazione nella scuola pubblica. Una scuola, immersa nella realtà, confrontata con importanti sfide che crescono di pari passo coi mutamenti epocali della società anni Duemila. Mutamenti sotto gli occhi di tutti. Per questo non si può solo stare a guardare e a criticare. La sperimentazione costerà 6,7 milioni di franchi, da condurre durante tre anni scolastici in quattro istituti di scuola media e tre di scuola comunale. Una volta finita l’esperienza – non lo si dimentichi – ci si fermerà e la si valuterà anche in sede politica.

Il fatto, però, che a capo del Dipartimento dell’educazione ci sia un ministro socialista sta parecchio complicando la vita al progetto. È evidente che a Manuele Bertoli sia stata tesa una sorta di imboscata: luce verde alla sperimentazione della riforma in sede politica (dalla maggioranza del parlamento), per la serie ‘vai pure avanti’, salvo poi trovarsi schierate dietro un cespuglio sulla destra le truppe contrarie con in resta la lancia del referendum contro il credito richiesto. Un referendum che, a pochi mesi dalle elezioni cantonali, ha un sapore pepato.

Sul fronte della scuola, poi, il confronto alle urne fornisce nuovamente l’occasione a chi da sempre parteggia per la scuola privata, o perlomeno gradisce l’indebolimento della scuola pubblica (ricordate la proposta del ticket bocciato dal popolo nel 2001?), ansioso di riproporre un vecchio cavallo di battaglia. Facendo naufragare questo progetto ancora in culla e riuscendo a contare le forze, la vittoria potrebbe ridare vigore ai ‘privatisti’ per tornare a bomba sul ticket (o affini).

C’è poi chi – la Lega – sente l’odore dell’arena: sa benissimo che il partito più debole dei tre che siedono insieme in governo oggi è il Ps. Quale occasione più ghiotta, dunque, per il partito di maggioranza relativa (che non ha ancora in tasca il sostegno dell’Udc per aprile) per fare uno sgambetto a Bertoli e compagni che sanno di dover carburare al massimo per restare in sella? Chi ha ancora dubbi in merito, getti un fugace sguardo alla prima pagina dell’ultimo Mattino: ‘No alla scuola rossa!’. Più ideologico di così un attacco non potrebbe essere, perfino i colbacchi brezneviani sono stati rispolverati. Se Bertoli dovesse uscire azzoppato il 23 settembre, la sua strada verso aprile sarà ancor più una via crucis. Certo, ‘ancor più’, perché il vento che spira a destra in mezza Europa si fa sentire pure qui.

Basti questo quadretto per dire che sul voto a favore della ‘scuola che verrà’ pesano tantissime incognite politico-partitiche, alle quali si sommano le critiche di merito. Critiche sulle quali è giusto confrontarsi, ma che, vuoi per la particolarità della sperimentazione, vuoi perché non siamo pedagoghi, sono finite in secondo piano. Si può benissimo, ci mancherebbe altro, storcere per esempio il naso su una o l’altra proposta – come ad esempio l’abolizione dei livelli, visto che prima o poi ci si dovrà confrontare nella vita con un ordine di scuola che non fa sconti – ma la scuola deve provare a rimanere al passo coi tempi che galoppano. Solo il fatto di restare fermi, significa essere perdenti. Massima che vale per il mondo del lavoro e, a maggior ragione, per la scuola che è chiamata a preparare i giovani all’ingresso al mondo professionale e a formarli quali cittadini. Se la sperimentazione non convincerà lo si dirà, ma a ragion veduta, coi dati del test sul tavolo.

Diamo dunque una chance alla scuola, dimentichiamoci delle trame politiche e dei jackpot da incassare alle prossime elezioni bastonandola. Se essa nemmeno ha più il diritto di sperimentare…

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