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Guerra e moneta, tra Gramsci e Keynes

Invasione dell’Ucraina e conseguenti sanzioni rischiano di penalizzare dollaro ed euro, ma il nuovo deve ancora nascere

(Depositphotos)

Secondo la definizione di Gramsci, l’interregno è il tempo "in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere". È una definizione che ben si attaglia al sistema monetario internazionale alle prese con gli effetti della guerra e delle sanzioni contro la Federazione russa, in particolare il divieto d’accesso alle valute di riserva straniere detenute dalla Banca centrale russa. Una mossa ardita, che mette a rischio il dollaro (ma anche l’euro), la moneta che domina il commercio e gli investimenti globali, se è vero che tutti i Paesi che vogliono evitare un destino simile a quello russo cercheranno d’ora in poi di diversificare le loro riserve valutarie, sostituendo il dollaro (e l’euro) con altre valute. C’è il rischio, insomma, che una sanzione che vuole penalizzare economicamente la Russia si ritorca contro tutto ciò che è denominato in dollari e in euro, dunque contro il fronte dei Paesi occidentali e delle loro economie.

La mossa di Putin

Non sembra che, almeno per il momento, questo rischio possa concretizzarsi, per la semplice ragione che, come molti analisti si sono affrettati a dimostrare, non esistono valute in grado di detronizzare il dollaro. Certo, tentativi di "de-dollarizzazione", di diversificazione delle riserve valutarie fuori dal dollaro (ma anche dall’euro), se ne sono visti nel passato, se solo si pensa alla crisi finanziaria del 2008 che diede un duro colpo all’immagine del sistema finanziario americano, oppure alla crisi del debito sovrano greco, che ebbe il suo apice nel 2012, in cui l’intera architettura monetaria europea sembrò collassare. Nel 2018 la Russia, e in parte la Cina, avevano deciso di passare gradualmente all’euro per sganciarsi dal dollaro e legare maggiormente a sé l’Europa per le forniture energetiche e per espandere gli investimenti in infrastrutture e tecnologia europea. Vedremo se il decreto di Putin, secondo cui da inizio maggio il gas russo andrà pagato in rubli, quindi non più in euro o in dollari come da contratto, cambierà qualcosa sotto il profilo valutario. A tutt’oggi l’80% dei pagamenti per le importazioni di materie energetiche dalla Russia viene già convertito immediatamente in rubli. La mossa di Putin sembra più che altro un’astuzia giuridico-politica, dato che l’operazione di cambio da euro in rubli, che si dovrà effettuare attraverso le banche russe e la Banca centrale quale fornitore finale di rubli, rimettendo così al centro dei giochi la Banca centrale di Mosca sanzionata, costringe gli importatori a violare le stesse sanzioni occidentali.

La Cina (non) è vicina

Sta di fatto che in questo balletto valutario internazionale, in cui anche la minima rivalutazione di una moneta, per quanto minore, sembra preludere a un aumento del suo ruolo in quanto valuta di riserva, il dollaro la fa sempre da padrone. Certo, dal 1999 al 2021, la quota di riserve valutarie in dollari è passata dal 71% al 59%, il che rappresenta comunque sempre circa il triplo dell’euro, che segue col 20%. Della relativa perdita di peso del dollaro, il renminbi ha beneficiato solo per un quarto, attestandosi a un mero 3% delle riserve mondiali, mentre a beneficiare della uscita dal dollaro quale riserva valutaria sono state valute di economie più piccole, come l’Australia, il Canada, Singapore, la Corea del Sud e la Svezia, tutti Paesi che hanno aderito alle sanzioni contro la Russia e quindi non rappresentano un’alternativa al dollaro.

Difficile immaginare, almeno nel medio termine, che il renminbi, peraltro non convertibile fuori dalla Cina, possa rappresentare un pericolo per il dollaro. Basti ricordare che la grande maggioranza delle materie prime importate dalla Russia erano e sono denominate in dollari e in euro. Oltretutto, se la Cina volesse davvero sostituirsi ai Paesi europei quale importatore di materie energetiche, potrebbe farlo solo vendendo un bel po’ di Buoni del Tesoro americani, i titoli del debito pubblico statunitense in cui la Cina investe ("sterilizza") le sue riserve in dollari, provocando in tal modo una notevole perdita del loro valore. Potrebbe stampare moneta, certo, ma col rischio di generare inflazione in un momento in cui il Partito comunista sta cercando di stabilizzare la crescita economica.

Dollaro armato, euro schiacciato

Insomma, gira e rigira, anche ipotizzando un ruolo per le criptovalute nel novero delle future riserve valutarie (oggi rappresentano il 15% delle riserve valutarie globali, ma sono poco o punto utilizzabili come mezzi di pagamento internazionali, con un valore assai aleatorio), è difficile immaginare un sistema valutario globale in cui il dollaro non sia più la moneta dominante. Semmai è l’euro che, dopo essersi conquistato un certo spazio su scala mondiale, corre il rischio di perdere d’importanza. Il grosso delle riserve valutarie in euro risiede nell’area geopolitica rappresentata dalla Russia e dalla Cina. Il suo raggio d’azione, in assenza di una politica monetaria veramente unitaria (che presuppone la mutualizzazione del debito su scala europea) che la rafforzi in quanto moneta internazionale, può quindi venir ridotto di molto, a maggior ragione se dalla guerra in Ucraina si uscirà con un mondo bipolare.

In Europa, la Banca centrale europea deve far fronte a forti rischi recessivi indotti dal rincaro delle materie energetiche e dalle continue strozzature delle catene di rifornimento internazionali. Di conseguenza, non può perseguire una politica monetaria restrittiva, a maggior ragione se, oltre a contrastare la pandemia, è chiamata a finanziare i costi della guerra ai confini orientali. Il rischio di stagflazione in Europa è quindi molto elevato. Negli Usa, invece, la Fed da mesi sta alzando i tassi d’interesse per contrastare un’inflazione che non accenna a diminuire. In questo contesto, e con un debito pubblico in aumento, gli Stati Uniti devono a tutti i costi garantirsi la copertura del debito vendendo Buoni del Tesoro al resto del mondo. Insomma, sta esplodendo la divergenza tra politiche monetarie, col rischio reale che l’euro venga schiacciato sotto il peso di un dollaro armato più che mai.

Vi ricordate il Bancor?

Una guerra monetaria quale "prolungamento della guerra con altri mezzi" è del tutto plausibile, di fatto è già in corso. Nel 1944, prima della fine della Seconda guerra mondiale, le economie alleate si trovarono a Bretton Woods, negli Stati Uniti, per decidere del futuro assetto del sistema monetario internazionale. Keynes fu sconfitto da Harry White, il rappresentante americano, che riuscì a far passare l’idea di un sistema ruotante attorno al dollaro. Ma la proposta di Keynes di instaurare una moneta sovranazionale (il Bancor) capace di assicurare l’autodeterminazione economica delle economie nazionali, è di estrema attualità. Nessuna moneta nazionale dovrebbe mai fungere contemporaneamente da moneta internazionale. È questo il famoso "privilegio esorbitante" del dollaro denunciato da Valéry Giscard d’Estaing, ministro delle finanze negli anni ’60, poi presidente francese negli anni ’70.

Come ha scritto l’economista Sergio Rossi, "Non si tratta di sostituire il dollaro americano con la moneta cinese oppure con la moneta della Russia, ma di trovare un accordo per l’emissione di una moneta da parte di una istituzione monetaria internazionale – il cui nome potrebbe essere quello della Banca dei regolamenti internazionali con sede a Basilea". Lottare per la pace significa anche lavorare per la costruzione di "un vero ordine monetario internazionale in quanto nessun Paese potrà vivere al di sopra dei propri mezzi".

Questo contenuto è stato pubblicato grazie alla collaborazione con il blog naufraghi.ch

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