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05.03.2021 - 06:00
Aggiornamento: 13:42

Caslano e i soldi sporchi della famiglia Kirchner

Ventidue condanne in Argentina per riciclaggio legato alla famiglia dell'ex presidente. Ma l'indagine in Svizzera non riesce a fare passi avanti

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In Argentina la chiamano “La Ruta del Dinero K.”, un guaio intitolato come se fosse un film. Ovviamente gli accusati, gli amici del signor K., sostengono che la sceneggiatura sia stata scritta da una mano vendicativa e pesante con qualche conto in sospeso con lui. Lui, K., è – o meglio, era – Néstor Carlos Kirchner, morto nel 2010, ex presidente argentino e poi marito del presidente argentino, anzi della Presidenta, Cristina Fernández Kirchner, oggi vicepresidente. Complicato e facilissimo allo stesso tempo, soprattutto in Sudamerica.

La “ruta” porta dritta in Svizzera, in Ticino, per essere precisi a Caslano e a Lugano. E il “dinero” chissà dov’è. Di sicuro all’origine era tanto per i giudici che hanno preso in mano il caso: 55 milioni di dollari (quasi 51 milioni di franchi), tutti sfilati da appalti di opere pubbliche e poi gestiti, per conto del presidente Kirchner, dall’amico e prestanome Lázaro Báez.

Nel 2003, l’anno in cui Kirchner entra nella Casa Rosada, Báez fonda senza alcuna esperienza nel ramo, la Austral Construcciones, che dal 2005 inizia a ottenere commesse statali. Nel giro di cinque anni, la Austral firmerà contratti federali (vale a dire gestiti più o meno direttamente da Kirchner) per 4 miliardi di dollari, un altro miliardo arriva per gare d’appalto in Patagonia, dove Kirchner è nato e dove i due si sono conosciuti. Proprio nella città natale del presidente, Rio Gallegos, Báez compra e costruisce palazzi su palazzi, alcuni su terreni di proprietà dello stesso Kirchner. E fin qui sembra una normale storia di due buoni conoscenti che fanno fortuna insieme, uno in politica, l’altro in affari, incrociando le loro strade.

Nel 2007 arrivano i primi guai per Báez, riciclaggio in Liechtenstein. Ma l’onda che lo travolge ha un nome e una data: “Periodismo para todos”, programma d’approfondimento andato in onda il 14 aprile 2013 su Canal 13. Dalle testimonianze di due uomini d’affari, Federico Elaskar e Leonardo Fariña, viene fuori un giro di denaro dirottato in alcuni paradisi fiscali che coinvolge Báez e Kirchner: è la prima volta che si parla dei 55 milioni e della Svizzera.

Il caso Helvetic

Secondo l’accusa, per la cospicua fetta di torta arrivata nella Confederazione, il prestanome del prestanome è un altro argentino – di passaporto italiano – Néstor Marcelo Ramos, 57 anni, all’epoca titolare della fiduciaria Helvetic, con sede a Lugano.

Anche la Svizzera – stando all’accusa – avrebbe funzionato da lavatrice per i fondi neri poi tornati in mano ai Kirchner. Ma la parte ticinese del processo a Báez non è mai partita davvero: alla richiesta di estradizione da parte dei giudici sudamericani, arrivò un primo sì da parte dell’Ufficio Federale di Giustizia, ma Ramos si appellò tramite il suo avvocato John Dell’Oro, che racconta ciò che è accaduto dopo: “Abbiamo fatto ricorso al Tribunale penale Federale poggiando in particolare su due cose: lo stato di salute del mio assistito, che andava peggiorando e le condizioni delle carceri argentine, poco compatibili con il quadro clinico di Ramos”. Alla fine la Svizzera negò l’estradizione. “Non siamo scappati e non ci siamo nascosti. Ci siamo sempre dati disponibili, fin dall’inizio, a un interrogatorio in via rogatoriale, ma stiamo ancora aspettando una risposta”, continua Dell’Oro. Le strade sono tre: un interrogatorio in videoconferenza, l’arrivo dei giudici argentini in Svizzera o l’invio delle domande da Buenos Aires con un interrogatorio tenuto da un procuratore svizzero. “A noi vanno bene tutte le soluzioni, compatibilmente con la malattia di Ramos”. L’italo-argentino, che vive a Caslano, entra ed esce da una clinica di Zurigo per curarsi ed è “spesso provato. Un viaggio in Argentina non sarebbe sostenibile”, insiste l’avvocato, che ricorda anche come non ci sia mai stato alcun legame diretto tra Ramos e Báez. Il titolare della Helvetic avrebbe sempre trattato con emissari dell’amico di Kirchner, senza però essere a conoscenza dei vari passaggi e dei vari legami che portano all’ex inquilino della Casa Rosada.

Le condanne

La questione è arrivata anche sui banchi del Consiglio nazionale con un’interpellanza depositata da Carlo Sommaruga del Partito Socialista. In quell’occasione il politico chiese conto delle lungaggini giudiziarie e del perché quei soldi di dubbia provenienza non fossero rimasti bloccati, ma avessero fatto ritorno in Argentina. La discussione in aula si è poi arenata nel dicembre scorso, ma il processo - ramo svizzero a parte - è andato avanti fino alla condanna, a fine febbraio, di Báez e dei suoi collaboratori, figli compresi: 12 anni di prigione per lui, da due a nove (per il figlio Martin) per altri 21 dei 27 imputati. Insomma, un sistema allargato che aveva bisogno di trasferimenti temporanei di denaro all’estero. A questo proposito, il portale argentino Infobae ricorda come la Helvetic di Ramos, fosse diventata, nel 2011, socio di maggioranza della Sgi, la finanziaria di Elaskar (uno dei due incastrati nel programma tv del 2013). Sgi veniva chiamata la Rosadita, perché lì andavano e venivano funzionari della Casa Rosada. Una triangolazione di denaro datata 2012, include Helvetic, la Austral Construcciones di Báez e la sede del Banco Nación di Plaza de Mayo, letteralmente a due passi dal palazzo presidenziale, all’epoca occupato da Cristina Kirchner. Mandatario della Helvetic era Jorge Chueco, avvocato di Báez e considerato cervello delle operazioni del suo gruppo. Fu lui – secondo Infobae – ad approvare il rientro in Argentina di denaro “lavato”: circa due milioni di franchi. Chueco è uno dei 21 condannati insieme a Báez: dovrà scontare otto anni. Ma le strade del dinero K. erano più d’una. E non tutte portano in un carcere argentino.

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