laR+ Berlinale

Animazione in Concorso (vita cinese e commerciale giapponese)

Applausi meritati per ‘Art College 1994’ del cinese Liu Jian; ‘Suzume’ del giapponese Makoto Shinkai è cliché ben fatto. E poi Malkovich fa ‘Seneca’

Da ‘Art College 1994’ del cinese Liu Jian
(Nezha Bros)
23 febbraio 2023
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Lentamente la Berlinale si svuota. Il mercato ha portato via molta gente e ora il Festival è negli occhi degli appassionati berlinesi e di chi aspetta i premi della Giuria, quei famosi Orsi che sembra difficile trovino facilmente un padrone, il lavoro della Giuria sarà importante. Non erano troppi diciotto film in concorso, ma è mancato quel filo rosso che ogni direttore deve tendere per far capire le sue scelte. Intanto, due film d’animazione hanno animato la giornata: ‘Art College 1994’ del cinese Liu Jian e ‘Suzume’ del giapponese Makoto Shinkai. Il primo è un complesso sguardo su una società che violentemente è in cambiamento, la Cina degli anni 90; il secondo è il solito cliché ben fatto e standardizzato, con mostri, bambine che piangono la madre, altre bambine che crescono e il supereroe che è anche un semidio, tutto ben controllato, anche nelle emozioni ben misurate fino a offrire allo spettatore una lacrimuccia finale, un film decisamente destinato a un buon successo commerciale. Una garanzia per questo è sempre il regista Makoto Shinkai, uno che sa ben combinare successo commerciale e di critica.

Non aprite quella porta

‘Suzume’ è il nome di una diciassettenne che vive con la zia sin da quando, da bambina, ha perso la madre. Un dispiacere, questo, che ancora le pesa. Succede che un giorno, sulla strada per andare a scuola, incroci un misterioso e bel giovane di nome Souta che è alla ricerca di una porta; Suzume decide di seguirlo, ritrovandosi in una parte della città ora abbandonata e scoprendo una porta solitaria in un pavimento allagato: la apre scoprendo un mondo magico di cieli infiniti e verdi campi, ma subito capisce di aver commesso un errore, perché da quella porta passano i terribili demoni dei terremoti e vanno a minacciare la città. Suzume cerca di richiuderla, ma ci riuscirà solo grazie all’intervento di Souta, che subito viene trasformato in una sedia da bambino traballante da un gatto di pietra trasformato incautamente da Suzume in un mellifluo gatto figlio degli inferi. Lo strano trio fatto dalla ragazza, dalla sedia senza una gamba e dal gatto dispettoso inizia a percorrere l’intero Giappone, per chiudere le porte usate dal malvagio terremoto per uscire. Nell’avventura sono coinvolte anche la zia di lei e un amico di lui, e naturalmente i buoni vincono sempre.


Suzume Film Partners
Da ‘Suzume‘, del giapponese Makoto Shinkai

Viva la vita

Con un disegno meno codificato, che combina illustrazioni moderne e stilizzate, in ‘Art College 1994’ Liu Jian ci porta nella Pechino degli anni Novanta a conoscere – nel campus della Chinese Southern Academy of Arts – un gruppo di studenti arrivati alla fine dei loro studi e pronti a entrare nell’affascinante mondo delle arti, della pittura, della musica. È un momento per tutti e tutte di provare a volare con le proprie ali. Tra loro parlano di Picasso e Mozart, di Modigliani e Debussy, parlano di cosa vuol dire arte e del fatto che non è solo dipingere, ma fare qualcosa di diverso su una tela con dei colori, è decidere che nella vita sarai pianista d’accompagnamento e non solista, e decidere anche, romanticamente e stupidamente, di lasciarsi morire e diventare famosi come Jim Morrison e Kurt Cobain e, ancora, Modigliani.

E la vita è anche guadagnarsi da vivere, e allora la bella studentessa di canto per amore e soldi finisce a cantare in un bar dove gli uomini pagano per avere sesso. E un lui e una lei che si piacciono non riescono a combinare amore, perché lei, timida, accetta di sposare uno che non ama per aiutare la famiglia, e lui brucia le sue opere la sera prima di venderle. E poi uno sguardo su un tempo, vanno in giro a bere birra, a ballare, o al McDonald’s, parlano di Dostoevskij, amano il cinema, chiacchierano e pensano, si divertono e soffrono, e i grandi, i professori sembrano non capire che il tempo è passato, soprattutto per loro. Meritati applausi.


Filmgalerie 451
John Malkovich in ‘Seneca – On the Creation of Earthquakes’

Lucius Annaeus Seneca

Nella sezione Berlinale Special è passato un film estremamente curioso, ‘Seneca – On the Creation of Earthquakes’, scritto e diretto da Robert Schwentke. John Malkovich ha un raro ruolo da protagonista. Proprio per la visione che il regista ha, il film non è una ricostruzione come ‘Il gladiatore’ o altri film di genere, anzi rifiuta l’autenticità del periodo storico. Al contrario, l’approccio combina artificialità, anacronismo e teatralità. Ecco allora che nei panorami del deserto del Marocco, dove l’azione è essenzialmente ricostruita, il regista e l’attore trovano tra loro un esclusivo rapporto, fidandosi. Certo, ci sono i dialoghi di Seneca e sono in gran parte tratti dai suoi stessi scritti, ma il resto è John Malkovich, è lui che diventa Lucius Annaeus Seneca e con lui soffre i giorni del patimento e della folle coscienza dell’io che muore avendo paura di morire. E intorno a lui, forte nella coscienza di essere uomo di fronte alla follia del tempo guidato da un qualsiasi Nerone, c’è l’illusione del vivere ancora, nonostante tutto. In fondo è stato lui, il Seneca romano morto nel 65 d.C., ad aggiungere tra i suoi consigli questa massima: "Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto". Lui il suo tempo non voleva perderlo. Un’ultima nota: in questo film, Robert Schwentke evoca le più famose regie di Terry Gilliam, mostrando di saper rileggere con onesta originalità.

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