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Rsi
04.03.2022 - 21:23
Aggiornamento: 21:58

‘Tu non mi lascerai mai sola’, ora Francesca è un documentario

Una storia di Parkinson e di rinascita diretta per il piccolo schermo da Alessandra Müller in ‘Storie’, domenica su LA1.

tu-non-mi-lascerai-mai-sola-ora-francesca-e-un-documentario
Swan Bergman
Francesca Cavalli: ‘Il Parkinson comunque procede, ogni giorno lascio per strada un piccolo pezzo’

Musica tedesca, scenografia italiana, protagonista ticinese. Le germanofone Chicks on speed cantano ‘Kaltes klares Wasser’ mentre Francesca Cavalli assaggia le acque di Varazze, da dove parte la sua storia raccontata da Alessandra Müller, regista nata a Zurigo, cresciuta a Lugano. Completate le coordinate geografiche di questo documentario con titolo, luogo e data di emissione – ‘Tu non mi lascerai mai sola’, a ‘Storie’ su LA1, domenica alle 21 – possiamo riavvolgere il nastro e tornare al giugno del 2019, quando su queste pagine venivano presentati un libro e la relativa mostra fotografica.

‘Tu non mi lascerai mai sola’ è, prima che esperienza televisiva, una raccolta di fotografie scattate prima e dopo il 30 gennaio 2017, giorno in cui nel corpo di Francesca Cavalli è stata inserita la Deep Brain Stimulation (Dbs), sintetizzabile come ‘il pacemaker del cervello’ grazie al quale il Parkinson, da lupo, riesce a diventare agnello. La Dbs è l’unione tra un ‘generatore di impulsi’ inserito sottopelle e due elettrodi inseriti nel cranio. A paziente sveglio.

Nel ‘Tu non mi lascerai mai sola’ documentario scorrono molte delle persone legate alla storia di Francesca, a cominciare da Swan Bergman, il fotografo che sta all’origine di tutto. "Non mi sentivo più un essere umano, la malattia mi aveva dilaniato, la persona e il corpo. Volevo ricordarmi di come ero prima di fare operazione dalla quale non sapevo come sarei uscita", ricorda Francesca nel film. "Le foto mi hanno fatto capire che ero ancora una donna, che avevo ancora un corpo che poteva piacere, mentre io vedevo la mia femminilità svanita».

‘Fa molto cyborg, vero?’

«Devo ringraziare tanto Swan», ci dice oggi Francesca, a cinque anni da quegli scatti e tre dalla prima volta in cui l’abbiamo incontrata. «Ero malata, distrutta dentro. Mi ha fatta ritrovare, fisicamente e psicologicamente». E il film? «Interessante, mi sono divertita». Quanto alla malattia, invece, «non è sempre facile, il Parkinson comunque procede, ogni giorno lascio per strada un piccolo pezzo. Anche la mia voce è cambiata. Ci sono momenti in cui le difficoltà tornano, poi passano. Qualcuno dà la colpa al caldo o al freddo, all’estate o all’inverno, le ho sentite tutte. Il Parkison è una malattia complessa, viviamo problematiche diverse gli uni dagli altri, ancora non si è trovato il bandolo della matassa».

Nel film, in cui non manca una certa dose d’autoironia ("Fa molto cyborg, vero?", dice Francesca mostrando la cicatrice che cela l’apparecchio, posto tra la clavicola e il seno), c’è il neurologo Claudio Staedler, c’è Leonardo Ancora, lo psichiatra ("Ero arrabbiata col mondo, odiavo i vicini di casa", i giorni prima dell’intervento), c’è il marito Daniele, «che non si fa mai prendere dallo sconforto e dal panico – spiega Francesca – il che è un grande aiuto per certi versi, per altri a volte lo picchierei: quando avrei bisogno di piangere sulla spalla di qualcuno lui mi dice che andrà tutto bene!». Ostacolo che non le impedisce di sorridere. E c’è Nadia, l’amica zurighese che condivide gioie e dolori della Dbs. Ancora Francesca: «Ci siamo conosciute su Facebook una decina d’anni fa per incontrarci poi a un tristissimo raduno di giovani parkinsoniani. Ci siamo trovate subito».

Reinventarsi la vita

Dietro la macchina da presa. «Stavo cominciando a lavorare sulla nostra visione del corpo al di là dello sguardo degli altri e della dimensione sessuale. Avevo già realizzato un paio di documentari in questo senso, poi un amico mi ha consigliato di guardare quelle fotografie, senza nemmeno parlarmi di Parkinson. E così ho trovato più interessante concentrarmi su Francesca, una storia in cui il corpo c’entra, ma è solo uno degli angoli». Così Alessandra Müller racconta la genesi del suo ‘Tu non mi lascerai mai sola’, partendo dal primo incontro con la protagonista: «L’ho trovata subito irriverente, diretta, ed è un bene perché può succedere che i protagonisti di un documentario pensino subito alla gradevolezza della cosa per poi tirarsi indietro e sfoderare tutta una serie di "questo no, questo no, questo no…". Molto, sulla decisione finale, ha pesato la visione di ‘L’incredibile destino di Sandra M.’, in cui Müller ha concentrato la storia di una donna realizzata (nel mondo dell’arte), con marito e bimbi, finita in coma per la rottura di un aneurisma e risvegliatasi emiplegica e afasica. «Quello che mi interessa sempre è come qualcuno si cava d’impiccio in una situazione nella quale non si sarebbe mai voluto trovare. M’interessa come riesce a reinventarsi la vita, che è ciò che ha fatto Francesca, senza fuggire dalla malattia».

‘Tu non mi lascerai mai sola’ è nato fotografia per diventare blog, poi libro e infine documentario. Cosa manca, Francesca? «Manca Hollywood!». Ride, la protagonista, e allora scegliamo con lei un’attrice credibile per raccontare la sua storia: «Premetto: penso che il mio racconto si possa fermare qui. Un’attrice? Forse Gwyneth Paltrow?». ‘Tu non mi lascerai mai sola’, in verità, sarà presto un podcast a sé. Müller: «Spesso nel documentario arriva il momento nel quale si sceglie una strada e si lasciano da parte cose drammaturgicamente interessanti il cui inserimento, una volta scelta un’altra via, sembrerebbe artificiale. In questo caso il podcast dirà, per esempio, dell’esperienza concreta di cosa sia un’operazione a cervello aperto». Aspettiamo il podcast, dunque. E aspettando Hollywood, Gwyneth Paltrow resta comunque un accostamento più che pertinente.


Rsi
‘Kaltes klares Wasser’ (Varazze)

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Francesca Cavalli: 'Ho fotografato il mio Parkinson'

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